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sabato 22 settembre 2018
 
 

Giù le mani da Balotelli

21/06/2014  Esaltato dopo la prima partita, linciato dopo la seconda. Ma se qualcuno può portarci verso la Coppa, questi è Supermario. Come spiega il barista di San Paolo, che spiega...

Mario Balotelli (Reuters).
Mario Balotelli (Reuters).

Rio de Janeiro - Togliere Balotelli dal campo solo perché si è mangiato un gol con la Costa Rica come da stamane suggeriscono gran parte dei giornalisti italiani – su tutti segnalo oggi l’ottimo Gramellini su La Stampa che gli dà in sostanza del brocco, polemico e sopravvalutato, invocando la discesa in campo del “figlio del Sud” Ciro Immobile – per gli Azzurri sarebbe la pietra tombale definitiva su questo Mondiale brasiliano. Mi spiego meglio.

Il Mondiale o lo si vince o conta meno di zero – come dimostrarono i pomodori di Messico ‘70 quando arrivammo secondi sconfitti dal Brasile di Pelé - e seppur con una squadra mediocre, se c’è qualcuno in grado di farcelo vincere proprio perché lo si disputa in Brasile questi è SuperMario. Come in Spagna '82 fu Paolo Rossi, criticato come il Balotelli di oggi nella fase di qualificazione perché considerato un pallino dell’allenatore (Bearrzot) e un “brocco” dalla stampa sportiva nostrana salvo poi …

L’Italia intesa come squadra è quello che è – ovvero quella che abbiamo visto contro Costa Rica ed Inghilterra – ma se c’è qualcuno in grado di farla svoltare in terra brasilis questi è proprio Balotelli, un pass-simpatia per gli Azzurri nel Paese del samba, capace di grandi imprese (il gol contro l’Inghilterra, tutti sarebbero andati sul primo palo, lui no) e di errori come quel gol divorato su lancio millimetrico da Pirlo, quando ancora eravamo sullo 0 a 0 contro Campbell e compagni.

Partiamo da un dato di fatto, fondamentale: Balotelli in Brasile è idolatrato.

“Italiano Balotelli? Sì, come Pepe e Thiago Silva, come Bruno Alves e i due croati di cui non mi ricordo neanche il nome” spiega convinto “Fininho”, “Sottiletta” in italiano, il barista più grasso dell’Itaim Bibi, quartiere borghesuccio chic di San Paolo. Lui si chiama così perché i suoi perfidi colleghi appena visti i suoi 180 Kg hanno deciso che non poteva avere un altro soprannome.

“Fininho” - che ha la pelle “parda” ovvero meticcia ma guai a dirglielo perché si considera bianco al 100% - come del resto Ronaldo che ha risposto "bianco" all’ultimo censimento Ibge, l’Istat brasiliano – sul suo soprannome ci ride su ma su Balotelli è incavolato nero, nel senso più letterale del termine.

“È brasiliano anche se si è mangiato un gol contro la Costa Rica, se lui è italiano io sono magro, del resto non è nato in Ghana?” chiede mentre sfoglio il supplemento Mondiale della Folha de Sao Paulo – una delle tante “Bibbie” in questo mese di Coppa assieme a Lance e agli inserti Brasil2014 di Globo ed Estado.

“Ah Finì - contrazione romanesca di Fininho usata quando perdo la pazienza con il mio barista preferito - para de encher o saco (espressione corrispondente al nostro "non rompere le scatole") SuperMario è nato a Palermo, parla bresciano doc ed è italiano tanto come il presidente Napolitano”.

Non finisco di pronunciare la frase che, a pagina due del supplemento della Folha appare proprio Balotelli nella sua tipica posa muscolare e rigorosamente senza maglietta. “Napolitano o que?” ribatte Fininho che tempo due secondi poggia il suo indice simile a quello dell’omino Michelin sulla foto di Supermario. Poi ripete: “Se questo è italiano io sono magro, Balotelli è del Ghana, è nero e, dunque, molto più brasiliano che italiano”.

Di fronte al bar c’è un negozio appena inaugurato. L’insegna “Parrucchiere Don Corleone” parla chiaro e rimanda alla New York di Al Capone, quella dove gli italiani erano chiamati “mozzarelle” dai neri del Bronx ed erano figli del Sud, proprio come l’ottimo Immobile invocato dall’ottimo Gramellini.

Nell’anno domini 2014 in Brasile l’immaginario collettivo è rimasto quello e dunque rinuncio nell’impresa di spiegare a Fininho che oramai non ci sono solo bianchi tra la popolazione italica e che, pur essendo i suoi genitori biologici del Ghana, SuperMario è un italiano doc, amato dai suoi genitori adottivi bresciani docg e che, soprattutto, rappresenta quel poco di nuovo dell’Italia di oggi nel mondo.

“È simpatico come noi, è matto come noi, è un campione, è nero. Doveva giocare nella Seleçao al posto di Fred che è fermo come un palo”, chiosa Fininho che Balotelli lo adora.

Essere neri in Brasile non è per nulla facile, anche se non troverete mai nessun giornale di quelli che vanno per la maggiore che vi spiegherà perché, ad esempio, un’amica statunitense di colore - dirigente di banca e dunque ricca – se si ferma (aveva un appuntamento con mia moglie) di fronte allo shopping center Cidade Jardim, il più lussuoso di San Paolo, dopo neanche 3 minuti viene avvicinata da un poliziotto che le chiede come mai stia lì.

Giusto per capire di cosa stiamo parlando: a Bahia, dove gran parte della popolazione è di colore, dal 1888 - quando fu abolita la schiavitù nel Paese - ad oggi non c'è mai stato un governatore nero.

 

Mario Balotelli circondato dai ragazzini brasiliani in cerca di autografo (Reuters).
Mario Balotelli circondato dai ragazzini brasiliani in cerca di autografo (Reuters).

Tralasciamo le riflessioni socio-politiche e torniamo a Balotelli. La Folha nella sua pagina giornaliera dedicata a SuperMario lo mette al fianco dell’incredibile Hulk e narra che quando Bruce Banner diventava nervoso si trasformava nell’eroe verde dei fumetti. Poi ci aggiunge una leggenda metropolitana (brasiliana) secondo la quale quando Hulk si arrabbia si trasformerebbe in Balotelli. Nella favela più grande di San Paolo, Heliopolis, i ragazzini che giocano a futebol il Balo lo conoscono tutti e, se il loro mito numero uno rimane Neymar, Supermario segue a ruota.

Il tweet in cui ha chiesto un bacio sulla guancia addirittura alla Regina d’Inghilterra in cambio di una vittoria sulla Costarica, qui ieri ha fatto ridere tutti i brasiliani che oggi se lo sono già dimenticato, noi italiani d’Italia no, glielo abbiamo rinfacciato in tutte le salse, basta leggere i giornali oggi, dopo la sconfitta inattesa contro la Costa Rica che, per inciso, all’Uruguay di gol ne aveva rifilati 3 pochi giorni fa.

Balotelli in Brasile è un idolo a tal punto che lo chef bahiano Mauricio Matos ha persino trasformato un’anguria in un’opera d’arte raffigurante il suo volto – la foto ha fatto il giro del mondo - mentre la sua cresta è ormai un simbolo di questo Mondiale quanto quella di Neymar.

Persino la sua fidanzata e promessa sposa Fanny è diventata celebre sui rotocalchi verde-oro ma l’idea esatta di cosa rappresenti il nostro attaccante a queste latitudini l’hanno capita tutti l’altro giorno quando un centinaio di alunni di due scuole elementari di Mangaratiba, la ‘Maria Augusta Lopes’ e la ‘Colonel Moreira da Silva’, sono andate a visitare il ritiro azzurro.

Persa ogni inibizione dopo pochi minuti tutti i bambini si sono precipitati per fare foto o chiedere autografi ad un solo giocatore – Balotelli ça va sans dire – ed il suo nome veniva invocato più di quello di San Gennaro a Napoli quando si scioglie il sangue.

Ecco perché se c’è uno dei nostri in grado di trascinare questa mediocre Italia in Brasile questi si chiama Mario Balotelli, amato come pochi tra Recife e Natal (dove martedì ce la giocheremo con l’Uruguay di Suarez e Cavani) ma messo in croce in Italia come se la causa di tutti i mali fosse lui.

Lui che invece, se solo fosse supportato come lo è nelle favelas del Brasile, potrebbe essere il passe-partout degli Azzurri per sognare un futuro degno in terra brasilis. Basta solo un click, a volte, per vincere un Mondiale ed è bene ricordarlo anche dopo una sconfitta meritatissima e bruciante come quella di ieri.

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