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martedì 20 novembre 2018
 
Rapporto Istat
 

Quasi due milioni di famiglie in povertà assoluta. Urge cambiare modello

27/06/2018  È questo il dato agghiacciante diffuso ieri dall’Istat nel Rapporto sulle povertà in Italia 2017. Dato che supera il 2005. Con una famiglia su dieci in difficoltà al Sud e un milione di minori senza risorse. Francesco Belletti, direttore del Cisf (Centro studi sulla famiglia), invoca un radicale cambiamento di modello affinché i figli tornino a essere una ricchezza e non un rischio.

Sono 5 milioni e 58 mila gli individui in Italia che, nel 2017, vivono in povertà assoluta, ovvero 1 milione e 778 mila famiglie con un dato, quello diffuso ieri dall’Istat nel Rapporto sulle povertà in Italia, addirittura peggiore del 2005. Dove, per povertà assoluta, si intende vivere sotto alla disponibilità mensile di spesa essenziale per uno standard di vita minimamente accettabile e l’incidenza di povertà assoluta è pari al 6,9% per le famiglie (da 6,3% nel 2016) e all’8,4% per gli individui (da 7,9%). Mentre, tra i minori, permane elevata e pari al 12,1% (1 milione 208 mila, 12,5% nel 2016); si attesta quindi al 10,5% tra le famiglie dove è presente almeno un figlio minore, rimanendo molto diffusa tra quelle con tre o più figli minori (20,9%).

L’incidenza della povertà assoluta aumenta prevalentemente nel Mezzogiorno sia per le famiglie (da 8,5% del 2016 al 10,3%) sia per gli individui (da 9,8% a 11,4%), soprattutto per il peggioramento registrato nei comuni Centro di area metropolitana (da 5,8% a 10,1%) e nei comuni più piccoli fino a 50mila abitanti (da 7,8% del 2016 a 9,8%). La povertà aumenta anche nei centri e nelle periferie delle aree metropolitane del Nord. L’incidenza della povertà assoluta diminuisce all’aumentare dell’età della persona di riferimento. Il valore minimo, pari a 4,6%, si registra infatti tra le famiglie con persona di riferimento ultra sessantaquattrenne, quello massimo tra le famiglie con persona di riferimento sotto i 35 anni (9,6%).

A testimonianza del ruolo centrale del lavoro e della posizione professionale, la povertà assoluta diminuisce tra gli occupati (sia dipendenti sia indipendenti) e aumenta tra i non occupati; nelle famiglie con persona di riferimento operaio, l’incidenza della povertà assoluta (11,8%) è più che doppia rispetto a quella delle famiglie con persona di riferimento ritirata dal lavoro (4,2%). Cresce rispetto al 2016 l’incidenza della povertà assoluta per le famiglie con persona di riferimento che ha conseguito al massimo la licenza elementare: dall’8,2% del 2016 si porta al 10,7%. Le famiglie con persona di riferimento almeno diplomata, mostrano valori dell’incidenza molto più contenuti, pari al 3,6%. Si confermano le difficoltà per le famiglie di soli stranieri: l’incidenza raggiunge il 34,5%, con forti differenziazioni sul territorio (29,3% al Centro, 59,6% nel Mezzogiorno).

«Tanti sono i volti della povertà, e alcuni vanno segnalati, perché davvero drammatici» commenta Francesco Belletti, direttore del CISF (Centro Internazionale Studi Famiglia); «in primo luogo la povertà si connota al familiare: una famiglia con tre figli è povera nel 20,9% dei casi, il doppio della media nazionale. La nascita di un figlio rende fragile la famiglia ed è paradossale che niente venga fatto, in un Paese in cui nascono sempre meno figli. In secondo luogo la presenza di anziani è fattore fortemente protettivo dalla povertà (pur in presenza di anziani poveri, soprattutto se soli). In altre parole, pensioni e redditi degli anziani aiutano le famiglie a galleggiare, magari appena sopra la soglia di povertà. Altro paradosso, quindi: un welfare che costringe le famiglie ad usare i soldi degli anziani per proteggere i giovani, che le politiche pubbliche non riescono a proteggere e promuovere (e infatti in tanti vanno all’estero). Terza criticità, connessa alla precedente: il lavoro non basta più a proteggere dalla povertà. Con le parole dell’Istat, “nelle famiglie con persona di riferimento operaio, l’incidenza della povertà assoluta (11,8%) è più che doppia rispetto a quella delle famiglie con persona di riferimento ritirata dal lavoro (4,2%)”. Quarta specificità: tra le famiglie straniere la percentuale di famiglie povere quasi triplica, arrivando al 29,2%, a conferma di una frequente condizione di forte fragilità (spesso connessa anche al numero di figli)».

«Eppure» sottolinea «Governi vecchi e nuovi ci stanno dicendo che l’occupazione cresce, così come il PIL, cioè la ricchezza economica. Dove si inceppa allora il meccanismo? Perché “il paese è più ricco e ha più lavoro, ma le famiglie sono più povere?”. Appare urgente un radicale cambiamento di modello, in cui lo sviluppo economico generi una ricchezza maggiormente condivisa, in cui il lavoro torni ad essere capace di proteggere una famiglia dalla povertà, e in cui i figli tornino a essere la ricchezza delle famiglie e del Paese e non un rischio. Priorità, quindi, a politiche del lavoro per i giovani e a politiche fiscali a misura di famiglia. Speriamo che il Governo ci senta, da quest’orecchio!».

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