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domenica 16 giugno 2019
 
 

Addio a Oscar Luigi Scalfaro

30/01/2012  L'ex Presidente della Repubblica è morto a Roma. Nato a Novara nel 1918, Scalfaro è stato Capo dello Stato dal '92 al '99. E' stato anche magistrato e membro dell'Assemblea Costituente.

Il Presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro (foto Ansa).
Il Presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro (foto Ansa).

“Un esempio di coerenza ideale e di integrità morale”. Con queste parole Giorgio Napolitano rende omaggio al suo predecessore Oscar Luigi Scalfaro, presidente della Repubblica italiana dal 1992 al 1999, morto il 29 gennaio a Roma all'età di 93 anni. Quella di Scalfaro è stata una vita al servizio dello Stato. Era stato magistrato, membro dell'Assemblea Costituente, parlamentare, presidente della Camera dei deputati. Dopo aver lasciato il Quirinale si era dedicato alla difesa dei valori della Costituzione, più volte ribaditi in numerosi interventi pubblici, rivolti soprattutto ai giovani, fino a quando le forze gli hanno consentito di farlo.

Oscar Luigi Scalfaro era nato a Novara il 9 settembre 1918 da una famiglia di origine calabrese. Si formò nell'Azione Cattolica e nella Fuci. Si laureò in Giurisprudenza nel 1941 all'Università Cattolica di Milano ed esercitò per qualche anno la professione di magistrato. Lasciò la toga nel 1946, quando venne eletto per la Democrazia cristiana all'Assemblea Costituente che doveva redigere la nuova Costituzione. Fu eletto ininterrottamente dal 1946 al 1992. Nel 1983, durante il Governo Craxi, fu ministro dell'Interno e rimase titolare del Viminale fino al 1987. Fu eletto presidente della Camera dei deputati il 24 aprile del 1992.

(foto Ansa)
(foto Ansa)


Circa due mesi dopo venne eletto Presidente della Repubblica come successore di Francesco Cossiga, che si era dimesso in anticipo. L'elezione di Scalfaro arrivò dopo una lunga serie di votazioni senza risultato. L'impasse fu superata dopo la strage mafiosa di Capaci, nella quale furono uccisi il magistrato Giovanni Falcone, sua moglie e gli uomini della scorta. Quell'evento drammatico spinse il Parlamento a una scelta rapida e unitaria. Scalfaro fu eletto al sedicesimo scrutinio con 672 voti. Durante la sua presidenza Scalfaro affrontò le vicende di Tangentopoli, che misero a soqquadro il mondo politico italiano. Nominò sei governi (Amato, Ciampi, Berlusconi, Dini, Prodi, D'Alema). Nel 1993 si difese con forza (anche con un messaggio televisivo a reti unificate) dall'accusa di essere coinvolto in una vicenda di gestione di fondi neri legata ai servizi segreti. Ecco il video di quello storico messaggio:




Nel 1994, dopo la caduta del Governo Berlusconi, non sciolse le Camere, ma favorì la formazione del Governo “tecnico” guidato da Lamberto Dini. Fu una scelta che gli causò l'ostilità del centrodestra, che da allora lo accusò di aver creato un “ribaltone”
. Alla fine del settennato Scalfaro divenne senatore a vita e aderì al gruppo misto del Senato. Ha trascorso gli ultimi anni della sua vita partecipando a numerosi incontri pubblici nei quali ha denunciato le degenerazioni della politica e difeso con passione i valori della Costituzione. Nel settembre del 2011 definì la corruzione “una peste bubbonica” e dichiarò che la democrazia era “defunta malamente”. Cattolico fervente, Scalfaro rimase vedovo pochi mesi dopo il matrimonio. Per tutta la sua vita gli è stata accanto la figlia Marianna. I funerali si svolgeranno in forma privata nella Basilica di Santa Maria in Trastevere.
                                                                               
                                                                          Roberto Zichittella

Oscar Luigi Scalfaro (foto Ansa).
Oscar Luigi Scalfaro (foto Ansa).

Il sorriso disarmante reso più evidente dal caratteristico naso aquilino e la serenità che riusciva a trasmettere mi colpirono in quell'incontro di appena un anno fa nel suo studio a Palazzo Giustiniani. Oscar Luigi Scalfaro a 92 anni appariva lucidissimo, rispondeva alle domande con prontezza e aveva ancora voglia di impegnarsi. Il suo sorriso si spense, momentaneamente, solo quando gli chiesi che cosa avesse provato quando, giovane magistrato non ancora trentenne a Novara nel 1945, dovette condannare a morte un fascista. Scalfaro era e appariva come un uomo tutto di un pezzo.

La sua visione della vita e il suo modo di essere credente erano una cosa sola con l'impegno politico. In poco più di un'ora di colloquio, la maggiore preoccupazione che emergeva dalle sue parole era la difesa della Costituzione a ogni costo. Scalfaro non riusciva a darsi pace di fronte ai tentativi del presidente del Consiglio (Silvio Berlusconi, ndr.) di piegare la Costituzione agli interessi di “un solo uomo”. Era evidente la sua contrapposizione al capo del Governo, ma durante il colloquio non lo ha mai citato per nome una sola volta. Ma nelle sue parole non c'era acrimonia. Prevaleva sempre una serenità di spirito esemplare. Negli ultimi anni della sua vita era diventato il più strenuo difensore della Carta costituzionale in un momento di emergenza per la democrazia.

«La Costituzione è nata da un dialogo – ricordava Scalfaro – tra le diverse parti politiche, abbiamo votato articolo per articolo attenti a ogni singola parola. Il popolo italiano, uscito dalla guerra, ha deciso a maggioranza di avere una repubblica, ha fissato i propri princìpi, la difesa della dignità della persona, diritti e doveri». Ripassava i giorni epici della Costituente: «Se si cerca  – sottolineava Scalfaro – di controllare il potere si è fuori dalla Costituzione: chi governa deve rispondere sempre al popolo per come viene esercitato il potere e deve ricordarsi che è sottoposto alla legge. Eppure, ci sono persone che esercitano il potere cercando di passare come vittime». Un messaggio chiaro, rivolto soprattutto ai giovani. Un bel esempio di cattolico impegnato in politica al servizio del bene comune.

                                                                                             Giuseppe Altamore


Seguendo il link diretto al sito di Vivere (www.vivereinarmonia.it) potrete ascoltare l'ampia intervista video (divisa in nove parti) rilasciata nell'aprile 2010 da Oscar Luigi Scalfaro a Giuseppe Altamore, direttore del mensile che fa parte del Gruppo San Paolo. Ecco il collegamento:

http://www.vivereinarmonia.it/_abstract/risultati-della-ricerca.aspx?search=scalfaro

L'ex Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro a un congresso del Pd (foto Ansa).
L'ex Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro a un congresso del Pd (foto Ansa).

Quando disse no a Berlusconi

“Non c’è pericolo più grande della collusione fra politica e affari”. Questa frase lapidaria è il nucleo forte, il principio fondante dell’intero settennato alla Presidenza della Repubblica di Oscar Luigi Scalfaro, morto all’improvviso, nel sonno, a novantatre anni, la notte fra il 28 e il 29 gennaio.  Pronunciò quelle parole nel discorso d’apertura del suo servizio come Capo dello Stato, perché erano quelle che il Paese si attendeva, al culmine delle inchieste giudiziarie su Tangentopoli. Ma esse erano state il segno distintivo di tutta la sua lunghissima storia politica, cominciata nel 1946 con l’elezione all’Assemblea costituente nelle file della Democrazia cristiana (come indipendente), e percorsa dal 1954 in poi con sei nomine a sottosegretario di vari Ministeri, fino a quella a ministro dei Trasporti nel governo Moro3 nel 1966, confermata dai governi successivi di Leone nel 1968 e nel 1972 da quello di Andreotti, che in quel medesimo anno lo trasferì -nel suo secondo Gabinetto- alla Pubblica Istruzione.

Da sinistra: Giorgio Napolitano, Mario Draghi e Oscar Luigi Scalfaro (foto Ansa).
Da sinistra: Giorgio Napolitano, Mario Draghi e Oscar Luigi Scalfaro (foto Ansa).

Craxi lo nominò nel 1983 Ministro dell’Interno, carica che mantenne fino al 1987 nel sesto Governo Fanfani. Questo susseguirsi di incarichi di prim’ordine nelle gerarchie dello Stato farebbero pensare a una fervida vita dentro il suo partito, diviso in molte “correnti” spesso fieramente opposte. In realtà Scalfaro è sempre stato volutamente ai margini di quelle continue contese, spesso al limiti dello scandalo etico, anche se la sua personale posizione è stata ferma in un “centrismo” che lo ha portato quasi inevitabilmente al voto per il Quirinale.  Gli esempi di tale comportamento non mancano. Una volta propose ironicamente di fare del 2 novembre, il giorno dei morti, la “festa dell’iscritto al partito”, viste le molte iscrizioni “correntiste” fasulle di persone estinte. Da Capo dello Stato si rifiutò di controfirmare il decreto legge Conso sul finanziamneto illecito ai partiti, che avrebbe potuto provocare l'impunità per i politici coinvolti in caso di corruzione.


Scalfaro con Madre Teresa di Calcutta (foto Ansa).
Scalfaro con Madre Teresa di Calcutta (foto Ansa).

Ciò gli valse la brutta parentesi della sua presunta partecipazione allo “scandalo del Sisde” sui fondi di esclusiva e segreta pertinenza del Ministro dell’Interno; Scalfaro rispose nel 1993 con il discorso a reti unificate in tv, molte volte citato in questi giorni, in cui dichiarava con forza che a quel “massacro” mediatico lui “non ci stava”. Più tardi rifiutò a Berlusconi di accettare la nomina dell'avvocato Cesare Previti a ministro della Giustizia mentre era indagato, procurandosi in tal modo nuova inimicizia nel Centrodestra. Oscar Luigi Scalfaro era fatto così. Non aveva mai avuto paura di esporsi personalmente in vicende gravi e delicate, come quando, da giovane magistrato della Procura torinese, chiese ed ottenne subito dopo la guerra l’ultima condanna a morte pronunciata nella storia della giustizia italiana, contro i rapinatori e feroci assassini di una famiglia in una fattoria agricola alla periferia del capoluogo piemontese.  

Rosy Bindi e Oscar Luigi Scalfaro (foto Ansa).
Rosy Bindi e Oscar Luigi Scalfaro (foto Ansa).

Nato Novara il 9 settembre 1918, iscritto a dodici anni alla Giac e poi all’Azione cattolica e alla Fuci, laureato  in Giurisprudenza all’Università del Sacro Cuore di Milano nel 1941, entrò in magistratura due anni dopo. Sempre nel 1943 si sposò con una giovane novarese che morì l’anno dopo nel dare alla luce la figlia Marianna, con la quale è vissuto fino all’ultimo giorno della sua vita in “un appartamento qualunque di un quartiere qualunque” dalle parti di Forte Bravetta, come ricorda Gian Antonio Stella nel suo libro “La casta” (un’organizzazione immaginaria ma ben reale nella vita pubblica italiana, di cui Oscar Luigi Scalfaro non ha mai fatto parte). Per tornare alla sua caratterizzazione politica all’interno della Dc, benché non abbia mai nascosto, restando per alcuni anni nell’ombra, la sua vocazione “centrista”, non esitò ad appoggiare due volte la candidatura di Prodi a capo del governo. La prima volta risale all’aprile del 1993, quando Giuliano Amato si dimette da premier e il Pds, la Lega e il Pri propongono di dare l’incarico di formare il nuovo Governo a Mario Segni, recente vincitore del referendum del 18 aprile, ma la Dc, con il segretario Martinazzoli, non ci sta, e candida a sua volta il “Professore”, già presidente dell’Iri.

Il Capo dello Stato approva l’idea, con il suggerimento di chiamare alla vicepresidenza Mario Segni. Ma questi non accetta, e primo ministro diventa Ciampi.  La seconda volta accade fra dicembre 1994 e gennaio 1995, dopo la caduta di Silvio Berlusconi per colpa di Bossi; Scalfaro pensa ancora a Prodi, ma chi dice no questa volta è Bertinotti (recidivo poi anni dopo con il Professore al Governo). La lunghissima vita di Oscar Luigi Scalfaro, con la presidenza dello Stato dal 28 maggio 1992 al 15 maggio 1999, ha coinciso con la vita della cosiddetta “prima Repubblica”. Ma se questa è caduta nell’ignominia di Tangentopoli, non è certo stato per colpa di Scalfaro. Se per tanti anni non solo i democristiani ma tutta la classe dirigente politica gli avessero dato retta, quel cupo tramonto non sarebbe mai successo.



                                                                                                                 Beppe Del Colle

Renato Balduzzi, ministro della Salute.
Renato Balduzzi, ministro della Salute.

“Era un garante scrupoloso della Costituzione, perché lui la Costituzione l’aveva scritta, anzi l’aveva amata nella sue parole profonde e ciò anche a prezzo di non poche incomprensioni”. Il Ministro della Salute, Renato Balduzzi, è l’unico professore di Diritto Costituzionale nel “Governo tecnico” di Mario Monti e con il presidente Scalfaro ha collaborato per anni nel Comitato “Salviamo la Costituzione”, ultimo impegno dell’ex-presidente della Repubblica.


-  Ministro, di cosa era preoccupato Scalfaro?

     “Dell’equilibrio nella considerazione e nell’applicazione dei principi costituzionali. Fu la grande fatica dei Costituenti. Avevano concepito la Carta in due parti: la prima, quella dei principi fondamentali, era garante della seconda, quella dei diritti e dei doveri. La loro preoccupazione era che quell’equilibrio faticosamente raggiunto potesse reggere alla prova del tempo e dei cambiamenti politici del Paese”.

- Il Presidente emerito temeva cambiamenti nella Costituzione?

     “Temeva, come d’altra parte Dossetti, che per primo lanciò l’allarme alla metà degli anni Novanta, che si cambiasse la Costituzione così tanto per cambiare, cioè senza idee e senza approfondimenti”. 

-  La sua dunque era una preoccupazione politica?

     “Certamente. La Costituzione venne congegnata in modo che il meccanismo di equilibrio tra i poteri di garanzia e i poteri politici funzionasse al di là dei cambiamenti del quadro politico. A Scalfaro non piaceva affatto che il cambio di maggioranze e la presenza sulla scena politica di due poli, come è avvenuto a partire dalla metà degli anni Novanta, potesse portare a un cambio della Costituzione. Quasi che bisognasse rottamare la Costituzione per garantire il nuovo che appariva sulla scena politica. Non si rottama la Costituzione perché si decide di rottamare le generazioni precedenti”.

- E così il vecchio Presidente è salito sulla breccia…

     “Direi l’antico Costituente. Scalfaro non ha mai perso la memoria di quel gruppo di giovani che sedeva nell’Assemblea costituente e che è riuscito a scrivere la più bella Carta fondamentale del mondo. Erano giovani appassionati del bene comune, si direbbe oggi. Si potrebbe dire anzi dello Stato come casa di tutti. Ciò non significa negare la necessità di cambiamento. Eppure, se si legge bene la Costituzione si può vedere che l’equilibrio è la vera garanzia di ogni cambiamento. E funzionò subito, perché appena dopo la Costituente si presentarono sulla scena politica proprio due poli. Scalfaro attribuiva alla Carta un ruolo di sentinella che mai è venuto meno. Per questo alla fine del suo settennato prese il testimone da Dossetti della difesa della Costituzione così come loro insieme l’avevano scritta”. 

- Qual è il Suo ricordo del Presidente? 

     “Mi telefonò il giorno che Monti mi nominò ministro. Aveva un filo di voce. Era contento per il nuovo Governo e per la mia nomina. Mi disse di continuare nelle battaglie fatte insieme per difendere la Costituzione. Per me quella telefonata fu un grande regalo. L’ultima volta lo vidi ad ottobre, all’ultimo comitato di presidenza dell’associazione “Salviamo la Costituzione”. Parlava con difficoltà, per tutti noi fu una grande commozione”. 

- Che cosa rimane, adesso, di Oscar Luigi Scalfaro?

     “L’esempio della dirittura morale e la grande capacità di dialogo. E poi il senso del bene comune. Lui ha servito le istituzioni e non si è mai servito delle istituzioni. Amava lo Stato, perché lo concepiva come la casa di tutti”.


Ecco un estratto dell'intervista al presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro realizzata dal settore Giovani di Azione Cattolica. Contributo al convegno dello scorso novembre, "Le ragioni degli altri", dedicato ai temi sociali e politici, con amministratori e cittadini a confronto per un dialogo possibile.


Guido Bodrato (a destra) con l'ex Presidente dela Repubblica Carlo Azeglio Ciampi (foto Ansa).
Guido Bodrato (a destra) con l'ex Presidente dela Repubblica Carlo Azeglio Ciampi (foto Ansa).

Ha appena ascoltato la notizia dalla televisione, nella sua casa in Piemonte. Guido Bodrato, politico storico della democrazia cristiana, comincia da qui, dalla sua terra a ricordare Oscar Luigi Scalfaro. “Quando da giovane entravi nella Democrazia cristiana, in Piemonte, due figure di riferimento erano lui e Giulio Pastore. L’ho conosciuto proprio nei miei primi anni di impegno politico. Ricordo che c’era chi aveva più simpatie per Pastore e chi seguiva Scalfaro. Entrambi sono stati personaggi molto importanti per il Piemonte e per la democrazia cristiana”.

Quali sono i suoi ricordi di allora?
   «Mi è sempre rimasta impressa la sua grande oratoria. Allora non c’era la televisione e ascoltare, vedere questi grandi personaggi nei comizi, nel rapporto con la piazza, le masse, era entusiasmante. I rapporti con gli elettori erano diretti, passavano attraverso queste manifestazioni. E lui era davvero un padrone della piazza, era molto bravo. Poi molti anni dopo siamo stati colleghi in Parlamento. Lui era ministro, presidente di assemblea, un personaggio di riferimento. Le posizioni tra di noi erano un po’ diverse. Io avevo più simpatie e poi ho militato nella sinistra democristiana, mentre lui era un centrista».

Anche se dicono che poi anche lui si è “convertito” alla sinistra...

   «Non è così. Lui è stato sempre rigorosamente centrista anche negli ultimi anni. Da questo punto di vista non ha cambiato opinione. Lui era per una democrazia che faceva riferimento agli anni di De Gasperi, era un degasperiano rigoroso, un seguace molto attivo di Mario Scelba. A differenza di quanto dice la polemica politica, sulle cose essenziali, era rimasto coerente fino in fondo ed erano di centro. Le sue posizioni facevano riferimento alla Costituzione repubblicana e credo che l’abbia difesa dai rischi di logoramento soprattutto per quanto riguarda il ruolo del parlamento che nella Costituzione ha un ruolo centrale».

La Costituzione è stata la sua bussola?
   «Si può dire certamente di sì. Questa associazione, il Comitato Salviamo la Costituzione, è stato il suo impegno principale e ci dice che per lui la Costituzione era il centro di tutto. Vorrei però ricordare anche un’altra cosa e cioè che non si è mai tolto dalla giacca il simbolo dell’Azione cattolica. Questo dice la coerenza dell’uomo e la sua capacità di essere presente nella storia. La storia è fatta di contraddizioni e non sempre si riesce a capire in quale modo facciamo i conti con queste contraddizioni. Ma se pensiamo a Scalfaro dobbiamo dire che ha ragione il presidente Giorgio Napolitano a dire che Scalfaro è stato l’uomo della coerenza».

                                                                                  Annachiara Valle

Papa Giovanni Paolo II con Oscar Luigi Scalfaro.
Papa Giovanni Paolo II con Oscar Luigi Scalfaro.

Mi avevano parlato di quell’arcivescovo di Cracovia, prima che fosse eletto Papa. Me ne avevano parlato con ammirazione, un vescovo forte, sicuro, fede granitica, grande cultura e tanta passione per il suo popolo”. Affiorano ricordi e riflessioni nella mente del presidente Oscar Luigi Scalfaro. Il suo settennato al Quirinale si svolse nel cuore del Pontificato di Karol Wojtyla. Ma il presidente è sempre stato un osservatore attento delle cose della Chiesa e il suo impegno politico affonda radici nella passione per il bene comune che i cattolici hanno imparato alla scuola del Vangelo e in particolare nell’esperienza dell’Azione Cattolica, che allenato le menti e i cuori di molti ad una responsabilità particolare nella cura delle istituzioni e della cosa pubblica. Ora che Papa Wojtyla sarà proclamato beato, ora che quel grido “Santo Subito” risuonato in piazza San Pietro mentre il vento di Dio sfogliava e chiudeva le pagine del Vangelo sulla bara chiara del Papa polacco, il presidente in un lungo colloquio con “Famiglia Cristiana” torna agli anni di quel lungo pontificato e di Wojtyla dice: “Ha amato singolarmente ogni italiano”.

Presidente, quali furono i suoi pensieri la sera dell’elezione, quando il cardinale Felici pronunciò quel nome difficile che nessuno si aspettava?
“Fui felicissimo. Io quel Wojtyla lo conoscevo. Me ne parlavano gli amici dell’Università cattolica di Milano. Conoscevo la sua storia, la sua lotta contro il comunismo, la sua passione per la libertà del popolo polacco. Avevo in quella fine degli anni Settanta l’impressione che la Chiesa si fosse un po’ chiusa e se fosse stato eletto un’altra volta un Papa italiano ero convinto che il rischio di un ripiegamento si facesse più marcato. L’elezione di Karol Wojtyla ha permesso di nuovo di spalancare le porte. Insomma una ventata di aria nuova”.

Era la storia di quel arcivescovo polacco che la faceva sperare?
“Wojtyla aveva vissuto la tragedia della guerra, il suo Paese diviso, da una parte i nazisti, dall’altra parte l’Armata Rossa. Ha dovuto ricostruire con pazienza il tessuto di una Chiesa e di un Paese lacerato. Ha combattuto ogni avversità, ma ha saputo per tutta la vita insegnare la speranza che deriva solo dalla forza del Vangelo. E lo ha fatto insieme a cattolici veri, lavoro di squadra si direbbe oggi”.

Cosa l’impressionò delle prime parole di Wojtyla?
“Mi commosse quando disse ‘Se sbaglio mi corrigerete’. E mi fece sorridere, come tutti d’altra parte. Ma, vede, quella frase mi colpì molto, perché non si trattava, come abbiamo poi visto in quasi 27 anni di Pontificato, soltanto di una battuta circa la sua pratica con la lingua italiana. No. Papa Giovanni Paolo II autorizzava il popolo di Dio, attrettanto pratico di Vangelo, a correggerlo, a indicargli la via, a sostenerlo se avesse tentennato. Karol Wojtyla si presentava così come era: un uomo, non un pontefice regnante, sicuro di ogni cosa. Ho sempre amato quell’uomo e quel Papa”.

Qual era il suo tratto principale?
“Presentarsi allo stesso modo in privato e in pubblico. Qualche volta faceva sobbalzare chi gli stava attorno. Il giorno della prima messa in piazza san Pietro scese dal sagrato ad abbracciare gli ammalati. La sera che fu eletto parlò dal balcone delle benedizioni. Mai un Papa aveva parlato in quella occasione. Mi ricordo quando toccò al grande cardinale Stefan Wyszynski salire a rendere omaggio al nuovo Papa. Wojtyla si alzò per abbracciarlo e a momenti cadevano in due inciampando nei paramenti. Neppure la malattia lo fermò. Mai dimenticherò quando verso la fine si affacciò alla finestra e non riuscì a parlare e fece quel gesto con la mano, come stizzito. Non si nascose mai e neppure nascose la malattia. Era proprio come uno di noi e a noi ha insegnato moltissimo”.

Quante volte l’ha incontrato?
“Non ricordo, moltissime. Spesso andavo alla Messa privata all’alba nella sua cappella, con mia figlia. Io entravo e lui era già inginocchiato a pregare. Celebrava la Messa e poi tornava ad inginocchiarsi e a pregare. Devo dire che mi impressionò quel suo modo di raccogliersi in preghiera. Aveva una spiritualità eccezionale e non la nascondeva, ma aveva anche una premura incantevole verso le persone”.

Gli spararono in piazza San Pietro. Lei cosa ricorda di quel giorno?
“Scendevo dal treno a Milano, stava andando a Novara per un comizio. Rimasi di sasso: un attentato in piazza San Pietro, il Papa ferito da colpi di pistola. Devo dirle, oggi, che ebbi paura per la Chiesa. Il Papa ferito era come la rappresentazione di una Chiesa fragilissima e in pericolo. Ero sgomento. Pregai in treno verso Novara, per quel Papa, che sentivo vicino a me all’Italia”.

Qual è la frase che le torna in mente più spesso?
“Aprite le porte a Cristo. La sento risuonare con quella sua voce squillante, decisa, senza tentennamenti. E’ l’impronta dell’intero Pontificato: non abbiate paura, aprite, anzi spalancate le porte a Cristo. Ecco la frase, che deve essere scolpita nella mente di ogni cristiano e che ogni cristiano deve ripetere agli altri”.

Era preoccupato per l’Italia?
“Voleva bene all’Italia, ma non si è mai occupato, né ha cercato di inserirsi nelle questioni politiche italiane. E’ stato in questo senso un uomo di grandissima saggezza”.

Uno dei momenti più intensi fu quando lanciò l’invettiva contro la mafia nella valle dei Templi ad Agrigento...
“Parlò come un profeta. E’ vero quel discorso resta fondamentale. Nessuno lo può dimenticare. Non entrò nella polemica tutta italiana sulla mafia. Parlò con la convinzione di difendere il suo popolo, il popolo italiano, da uno mali peggiori della convivenza civile”.

E si schierò contro la guerra in Iraq approvata invece da quasi tutti...

“In quella occasione rimase profondamente deluso, come tradito dai governanti. Ricordo il suo volto quando cercava di scongiurare la guerra. Sembrava quello di una persona ferita. Io sono convinto che il Papa fosse in quei momenti davvero il capo dell’umanità, oggi si direbbe un leader globale, l’unico. Chi era contrario alla guerra credente o non credente lo riconosceva come tale, perché Giovanni Paolo II fu davvero l’unico a dire un no motivato, insistente, ardito, un no potente e intransigente. Purtroppo non bastò”.

Perché lo ricorda?
“Perché le motivazioni del Papa contro la guerra sono le stesse della nostra Costituzione. Nella carta c’è scritto che l’Italia ripudia la guerra. Quando votammo quell’articolo nell’Assemblea costituente eravamo tutto d’accordo a scegliere quel verbo: ripudia. Si tratta di un no totale, senza dubbi, né scappatoie. Ripudia è un verbo fortissimo, che non ammette repliche. Dovremmo tutti insieme esserne più convinti”.

Quando incontrava il Papa quali erano i temi più ricorrenti?

“Parlavamo di molte cose, ma su questo ho deciso di mantenere per sempre il riserbo”.

Lui, il Papa, di cosa era più preoccupato?
“Della sua Polonia: prima per la crisi di Solidarnosc, lo stato d’assedio, la faticosa ricerca della libertà. E poi per il consumismo e il relativismo portato dall’Occidente caduto il Muro. Ricordo che mi hanno sempre impressionato i suoi viaggi in Polonia, i discorsi che sembravano quelli di un vero leader politico oltre che spirituale. Soffriva per la sua terra”.

E per l’Italia?
“Amava il popolo italiano e la nostra gente lo ha sempre ricambiato. Durante i sette anni al Quirinale ho potuto sperimentare l’amore dell’Italia per Karol Wojtyla. Non l’amore da parte della Chiesa e dei credenti, quelli che riconoscono il Papa capo della Chiesa. Ho incontrato tanta gente che mi ha detto di essere andata a rendere omaggio alla sua salma in Vaticano, stando ore e ore in fila senza essere credente, solo per ricambiare l’attenzione che il Papa ha sempre avuto per questo nostro Paese. Ha viaggiato per l’Italia in lungo e in largo, parlava con sempicità eccezionale, tutto lo capivano. Quando gli italiani soffrivano lui era lì accanto. Non dimentichi l’Irpinia, il terremoto, il Papa che volle a tutti costi andare per essere vicino a chi soffriva. Ma era allo stesso tempo fermo sui principi, sul valore della vita. Diceva: ’Sono romano’ per dire che era ‘italiano’. Il suo esempio credo che durerà nei secoli”.

E il suo rapporto come Capo dello Stato?
“Ho sempre cercato di distinguere il piano del rapporto istituzionale da quello della mia personale adesione al capo della Chiesa cattolica. E Wojtyla lo sapeva e apprezzava. Una volta mi disse ‘Io sono uno di voi, sono italiano’. Non aveva il tono di chi diceva ‘Io sono il Papa’. E non mancava mai anche durante le funzioni pubbliche di salutare, magari anche solo con un cenno del capo e un piccolo inchino il Capo dello Stato italiano. Questo per me era un grande onore, un grande onore per l’Italia”.

                                                                         Alberto Bobbio

Carlo Carretto, terzo da destra, a Castelgandolfo, durante la "Quattro giorni" dei Presidenti diocesani, 4 maggio 1951. Foto: l’Istituto per la storia dell’Azione cattolica e del movimento cattolico in Italia Paolo VI - Isacem/ Comunità dei piccoli fratelli Jesus Caritas di Sassovivo.
Carlo Carretto, terzo da destra, a Castelgandolfo, durante la "Quattro giorni" dei Presidenti diocesani, 4 maggio 1951. Foto: l’Istituto per la storia dell’Azione cattolica e del movimento cattolico in Italia Paolo VI - Isacem/ Comunità dei piccoli fratelli Jesus Caritas di Sassovivo.

Uno spartiacque. C’è un prima e c’è un dopo. La grande adunata dei “baschi verdi” rappresenta una tappa fondamentale nella storia dell'Azione Cattolica, della Chiesa, della Dc e della società italiana.  E anche, a suo modo, di Oscar Luigi Scalfaro, un politico che in tutta la sua vita ha portato con orgoglio - al bavero della giacca - il distintivo dell'Azione Cattolica, l'associazione in cui si forma da giovane.


La sera di sabato 11 settembre 1948, a Roma, nove cortei di fiaccole raggiungono piazza San Pietro, 300 mila giovani cantano il Credo insieme con altre migliaia di romani (si parla di mezzo milione di persone, in tutto), la professione di fede è intonata da Carlo Carretto al termine del suo discorso, pronunciato a fianco di una folta rappresentanza del Governo italiano e di una cinquantina di delegazioni cattoliche straniere.

A pochi mesi dalla grande vittoria della Democrazia Cristiana nelle combattutissime elezioni politiche del 18 aprile 1948,  il discorso pronunciato quella sera da Carlo Carretto, leader indiscusso della Gioventù italiana d'Azione Cattolica (Giac), pare esprimere l’idea che – arrivati al governo della Nazione – i cattolici non abbiano più né ostacoli né alibi per poter sanare i mali del Paese. Quasi un programma politico, il suo: «Che diremo a voi, uomini che avete la responsabilità della cosa pubblica e che dovete sperimentare il vostro potere non dominando ma servendo?», dice Carretto. «Noi giovani vi chiediamo solo due cose: il lavoro e la casa. Siamo tornati da tante guerre con nel cuore un’unica speranza: ricostruire. Ricostruire, lavorare, fare un mondo migliore, e sovente ci siamo trovati e ci troviamo contro la tremenda fatalità di non potere fare nulla e sul nostro labbro amaro come la morte sorge una parola: sono senza lavoro, sono disoccupato. Signori del governo, uomini che fate le leggi, che cosa rispondete?».


Alcide De Gasperi, in una foto d'archivio.
Alcide De Gasperi, in una foto d'archivio.

In Piazza San Pietro c'è anche lui, Oscar Luigi Scalfaro.  «Mi ricordo bene quella notte», racconta nella testimonianza preparata per il libro Carlo Carretto, l'impegno, il silenzio, la speranza, edito dalle Paoline nel 2010. «Alcide De Gasperi si gira verso chi gli è seduto accanto e commenta: “Abbiamo trovato un nuovo ministro del Tesoro”. In filigrana par di vedere dietro Carretto i cosiddetti “professorini” della Dc, i vari Giorgio La Pira, Amintore Fanfani, Giuseppe Dossetti, Giuseppe Lazzati. Con quel suo discorso, Carlo intende togliere definitivamente il freno all’azione sociale dei cattolici». 

Si confida, l’ex Presidente della Repubblica. «Lo ammetto. Non provo nessun entusiasmo per le modalità che caratterizzano quell’incontro», dice ancora Scalfaro. «Di “adunate oceaniche” l’Italia ne ha già avute fin troppe, penso. E poi il timore per la divisa (cos’altro è il “basco verde”?), per un certo intruppamento… Ma attenzione: di Carlo Carretto non si può che dire bene. Lo consideriamo tutti un amico, un compagno di ideali, uno genuino, autentico, cristallino. E poi l’Azione cattolica è casa nostra. Io entro a farne parte a 11 anni, quando frequento la prima ginnasio, a Novara, la mia città natale».


Un giovane Oscar Luigi Scalfaro in una foto d'archivio.
Un giovane Oscar Luigi Scalfaro in una foto d'archivio.

 «Va così», spiega Scalfaro: «nella mia stessa casa abita un giovane impiegato che ne è già membro attivo. Mi incanta per la sua saggezza e il suo equilibrio. Milito nella Giac quando questa è duramente avversata dal fascismo. Fondamentale è per me la presenza e la guida di padre Francesco Fasola (lo stesso che Carlo Carretto ha modo di conoscere e apprezzare a Galliate, durante il suo primo incarico come maestro elementare nell’anno scolastico 1927-1928, ndr.) che è mio insegnante di religione al Liceo, prima, e assistente della Giac di Novara, poi». «Carretto lo conosco bene e lo frequento proprio nella Giac, di cui divento presidente diocesano», prosegue Oscar Luigi Scalfaro. «Ho con lui rapporti stretti in particolar modo quando Carretto, in qualità di presidente diocesano della Giac di Torino, coordina le varie realtà giovanili d’Azione cattolica sparse in tutto il Piemonte. Quanti incontri, anche durante la guerra. A Novara, ovviamente. Ma anche a Ivrea e in altre città della regione. Carlo eccelle per lo spessore della sua spiritualità e per la coerenza della sua testimonianza; quel suo carattere espansivo, attento agli altri, capace di coinvolgere e suscitare entusiasmo lo fa, però, sentire sempre e comunque “uno dei nostri”. Piace perché ama stare “con la truppa”, proprio come amo fare io e come amano fare molti altri. Rammento al riguardo un mio intervento polemico, quando ­– alla Cattolica di Milano, l’Università dove mi laureo in Giurisprudenza nel 1941– chiedo alla Fuci di essere, sì, laboratorio di nuova teologia e di innovazioni pastorali, ma senza dimenticare i tanti, le “masse” si usa dire allora, che non hanno la possibilità di attingere alla cultura d’elite».

Oscar Luigi Scalfaro vive in prima persona l’ingresso in politica della classe dirigente dell’Azione cattolica. «Nel 1946, con la piena benedizione del mio vescovo, un frate cappuccino, padre Giacomo Leone Ossola, mi presento con la Dc alle elezioni che devono formare l’Assemblea Costituente. Io, un perfetto sconosciuto o quasi, per quanto sia già un magistrato, raccolgo oltre 46 mila preferenze e mi piazzo prima di personaggi ben più famosi come Giuseppe Pella o come il sindacalista della Cisl Giulio Pastore. Merito degli assistenti e dei dirigenti dell’Azione cattolica che battono palmo a palmo il territorio sostenendo, bontà loro, la mia candidatura. Il timore di perdere in malo modo in città industrializzate come Torino, Milano e Genova è fugato proprio grazie a questa capillare e convinta mobilitazione. Il 18 aprile 1948, si replica, migliorando ancora il risultato».

Alberto Chiara

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