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martedì 18 giugno 2019
 
la storia
 

Addio Noa, non siamo riusciti a darti nessuna ragione per vivere

10/06/2019  La vicenda della diciassettenne olandese che non aveva superato il trauma degli abusi sessuali e si è lasciata morire di fame e di sete ha fatto discutere l’Europa, sempre più intossicata dalla cultura di morte. Le cui trappole vanno schivate se vogliamo che questa morte non sia vana

Forse di fronte ad una morte così tragica e disperata come quella di Noa Pothoven dovremmo solo fare silenzio. Perché inimmaginabile, per crudeltà e strazio, è stata la prova alla quale è stata chiamata questa ragazza olandese che a 11 e 12 anni aveva subito molestie sessuali e poi a 14 era stata violentata da due uomini nella sua città, Arnhem. Noa non aveva denunciato subito gli abusi, perché, come spesso accade, non aveva avuto la forza di affrontare i ricordi. Da lì è cominciata la sua notte senza fine. Non si è più riavuta dal trauma: aveva sofferto di stress post-traumatico, anoressia, depressione. L’aveva raccontato lei stessa in un libro autobiografico pubblicato nel 2018, Vincere o imparare, in cui descriveva i suoi sforzi per superare il male. Con quella sua testimonianza, ripeteva, voleva aiutare i giovani più vulnerabili a lottare per la vita, lamentando che in Olanda non esistessero strutture specializzate dove gli adolescenti potessero ottenere supporto fisico e psicologico in casi simili.

Il suo caso ha generato un corto circuito mediatico. La sua sventurata biografia è rimasta in ombra, sovrastata da quel richiamo all’eutanasia che è, ricordiamolo, la somministrazione da parte di un sanitario di un’iniezione letale che interrompe la vita del malato che lo richiede. Non è stato questo il caso di Noa. Anche se la legge olandese sul fine vita presenta molte zone grigie perché eleva la morte a diritto (e se è un diritto, allora tutto è permesso), si alimenta con la logica perversa dell’autodeterminazione che spesso, soprattutto in questi casi, nasconde soltanto solitudine, disperazione e abbandono e fa della morte stessa la soluzione a tutte le sofferenze, che sia con un intervento attivo o con un abbandono del paziente. In Olanda anche un minorenne può fare richiesta d’eutanasia a partire dai 12 anni, dopo che un medico abbia certificato che la sua sofferenza è insopportabile (e come certificarlo?), senza prospettive di miglioramento e in mancanza di un’alternativa ragionevole. E anche questa appare una resa della medicina, chiamata sempre, come sua ragion d’essere, a curare e far vivere. Il caso di Noa è un calvario che annovera venti ricoveri, un internamento giudiziario in ospedale durato sei mesi, anni di terapie che non sono riuscite ad aiutarla. Il suo deperimento era tale che i medici dell’ospedale Rijnstate di Arnhem le hanno indotto un coma farmacologico, inserendole un sondino naso-gastrico per l’alimentazione forzata e somministrato farmaci in vena attraverso una flebo. A dicembre scorso Noa ha compiuto 17 anni e subito dopo si è insediata una commissione che ha riunito i medici dell’ospedale Rijnstate, il suo pediatra e lo psichiatra che l’aveva in cura, i genitori, papà Frans e mamma Lisette, e la stessa Noa. La legge olandese prevede (altro motivo di perplessità) che dopo i 16 anni gli adolescenti abbiano il diritto di decidere autonomamente a patto che siano in grado di capire le conseguenze delle loro scelte. La commissione medica, all’inizio dell’anno, ha detto che Noa era capace di prendere decisioni sulla sua salute e che era legittima la sua volontà di rifiutare alimentazione forzata e flebo e avere invece cure palliative per morire «in modo umano». Il suo corpo era trafitto dalle cicatrici per i tentativi di suicidio prima e dopo i ricoveri.

«Ogni storia, come quella di Noa, ha un aspetto personale irriducibile. Però, certo, la cultura generale non l’ha aiutata», ha detto monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, «al di là delle modalità, quando una società lascia che il lavoro sporco della morte proceda tranquillo, senza la capacità né la forza di poterlo interrompere, è chiaro che sia una società indebolita». Papa Francesco ha affermato che «l’eutanasia e il suicidio assistito sono una sconfitta per tutti. La risposta a cui siamo chiamati è non abbandonare mai chi soffre, non arrendersi, ma prendersi cura e amare per ridare la speranza».

C’è una frase dei genitori di Noa che restituisce l’essenza di questa tragica storia: «Forse Noa non voleva davvero morire ma solo smettere di soffrire». Perché la sua morte non sia vana, occorre evitare le trappole della cultura di morte insite nella cultura odierna. «C’è differenza», ha spiegato Francesco D’Agostino, ex presidente del Comitato nazionale di Bioetica, «tra il dolore fisico legato a una malattia grave in fase terminale e il dolore psichico, che andrebbe trattato con terapia farmacologica da psichiatri, consentendo al paziente la possibilità di una vita accettabile. L'Olanda è il primo grande Paese occidentale ad aver legiferato sull'eutanasia, presentata come un rimedio a situazioni tragiche dovute a gravi malattie. Poi la prassi si è allargata anche al dolore psichico, senza tenere conto dell'abisso che esiste tra le due cose».

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