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lunedì 20 agosto 2018
 
Minorenni davanti alla legge
 

Sansa: "Rieducazione e repressione non sono alternative, vanno insieme"

18/01/2018  Adriano Sansa, ex presidente del Tribunale per minorenni di Genova, entra nel dibattito sul senso di impunità delle baby gang di Napoli: "Solo un ragazzo che avverte uno Stato autorevole e comprende di aver commesso il male ha successo nel percorso rieducativo, ma non abbasserei l'età dell'imputabilità"

Minorenni aggrediscono senza ragione apparente altri minorenni, gli uni e gli altri talvolta anche al di sotto dei  14 anni. A Napoli il problema si sta ripetendo da tempo. C’è stato un vertice con il ministro dell’Interno capire come affrontare la violenza che dilaga tra le cosiddette baby gang. La violenza giovanile non è un fenomeno nuovo, ma il caso di un diffuso sentimento di impunità tra i giovanissimi di Napoli sta accendendo un dibattito in tema di giustizia minorile. Sanzioni troppo morbide? Abbassare l’età minima per la sanzione penale? Quali strumenti rieducativi?

Ne abbiamo parlato con Adriano Sansa, collaboratore di Fc, ex Presidente del Tribunale per minorenni di Genova.

Dottor  Sansa, come replicare a giovanissimi violenti che dicono: "tanto che possono farmi"?

«Non modificherei l’età della punibilità, è un argomento delicato che non mi convince, lascerei fermo com’è ora il limite dei 14 anni. Sono invece abbastanza d’accordo sul fatto che ci siamo negli anni assestati su sanzioni troppo morbide. Quando ho iniziato a fare il giudice minorile, nel 1967, si era troppo dall’altra parte: c’erano pene severissime, una situazione per tanti versi assurda. Partendo da lì si è andati via via riducendo le pene dei minori puntando sulla rieducazione quasi rispondendo a un’esigenza di “politicamente” corretto. Ma temo che, così facendo siamo arrivati a pene troppo lievi, rendendo difficilissime le misure cautelari, che, invece, quando ve ne sono i presupposti possono essere importanti per mettere un ragazzo che si comporta in modo pericoloso in condizioni di non fare del male nell’immediato e, secodariamente, per dare un messaggio di autorevolezza dello Stato al ragazzo e al suo contesto».

Deriva anche da qui il senso di impunità?

«In parte sì, credo anche che abbia un ruolo il cattivo esempio degli adulti e di chi riveste funzioni pubbliche: vediamo politici gravemente pregiudicati che aspirano a cariche di grande rilievo pubblico anche questo manda un messaggio di impunità».

Ci conosciamo da tempo e so di non parlare con un forcaiolo, serve più repressione?

«La rieducazione è un aspetto fondamentale, a maggior ragione a livello minorile. Tendiamo però, sbagliando, a dividerci tra fautori della repressione e sostenitori della rieducazione. E invece nessuna delle due riesce nei suoi scopi se non c’è l’altra. Io, per esperienza, dico che la strada vincente è conciliare le due componenti. Davanti a un ragazzo violento uno Stato deve saper impedirgli di nuocere e anche dargli un’immagine di autorevolezza. Perché solo se capisce che non tutto è tollerato e tollerabile sarà disposto a intraprendere un percorso di rieducazione, che è essenziale, ma che non può venire se dall’altra parte non c’è quel minimo di compartecipazione che viene dal capire di aver commesso un’azione non accettabile».

Messa così, stando alla sua esperienza la rieducazione, funziona?

«Ho ottenuto risultati molto importanti con percorsi educativi, con la messa in prova ai servizi sociali, ma è necessario che il ragazzo non ci mette del suo e perché lo faccia serve che abbia chiaro che ciò che ha commesso non va bene. Ho visto risultati eccellenti con la messa alla prova anche in caso di reati gravissimi, è un istituto che a mio avviso dovrebbe essere implementato con più personale, ma se non si supera il senso di impunità il percorso rischia di non avviarsi».

L’altro grande tema è la prevenzione, che fare?

«Sappiamo bene che dietro certi fenomeni, quando anche non ci sono famglie inserite in contesti criminali, c’è del degrado, molto spesso c’è un’elusione dell’obbligo scolastico. Ma se vogliamo rendere fattive molte delle bellissime analisi fatte in questi giorni dobbiamo rimettere la scuola al centro delle priorità del Paese e destinare più risorse ai servizi sociali. Non basta dire serve la scuola e pensare di scaricarle addosso tutti i disagi senza darle gli strumenti adeguati a fronteggiarli. Il primo strumento, la prima risorsa essenziale,  è il ripristino del prestigio della funzione docente. Non possiamo pensare che risolva i nostri problemi sociali ed educativi una scuola con insegnanti esposti alle rivendicazioni (quando non alle aggressioni è cronaca ndr.) di genitori che svalutano la funzione di chi insegna e il ruolo morale della scuola agli occhi dei figli, mentre il reclutamento degli insegnanti è esposto ai venti di meccanismi ogni anno diversi.  Non solo, la scuola spesso non ha risorse per dotarsi delle strutture minime e deve accontentarsi di edifici fatiscenti: anche l’aspetto delle cose è importante. Mostra la maniera in cui sono considerate».

Abbiamo parlato dei giovanissimi irresponsabili per definizione, che ne è della responsabilità dei loro genitori?

«Già oggi, in caso di grave abbandono morale e materiale, anche se magari il ragazzo dorme a casa, il magistrato ha strumenti per intervenire con una graduazione di misure (una figura dei servizi sociali o comunali nella famiglia, l’allontanamento, anche misure più drastiche come l’adozione nei casi estremi). Dove ci sono dei buoni servizi comunali e sociali si possono fare degli interventi efficaci e ben graduati. Non credo ci sia urgenza di cambiare leggi, servono strumenti e risorse per applicare quelle esistenti».

 

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