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martedì 23 luglio 2019
 
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L'Alzheimer si diagnosticherà dieci anni prima dei sintomi

21/09/2017  Una ricerca italiana potrebbe migliorare l’approccio alla più comune forma di demenza, grazie a un metodo che consente di prevedere la malattia con largo anticipo rispetto alla manifestazione conclamata dei sintomi. Permettendo alla ricerca di giocare d'anticipo

Prevedere l’Alzheimer con dieci anni di anticipo. È la promessa di un nuovo studio condotto dal Dipartimento di Fisica dell’Università degli studi di Bari e della sezione locale dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, dove un gruppo di ricercatori ha progettato e sviluppato un sistema di intelligenza artificiale in grado di rivelare i segni precoci della malattia.

«L’obiettivo è individuare fra i pazienti affetti da un lieve indebolimento cognitivo, cioè che presentano ad esempio difficoltà di concentrazione, occasionali momenti di spaesamento o piccole dimenticanze, quei soggetti che con grande probabilità evolveranno verso la malattia di Alzheimer entro un certo numero di anni», spiega il professor Roberto Bellotti, docente di Fisica presso l’ateneo di Bari. «A quel punto, medici e farmacologi potranno avviare in modo più accurato la sperimentazione terapeutica per rallentare o addirittura arrestare il decorso della patologia». Una sfida di non poco conto, se si considera che attualmente non esistono cure per questa forma di demenza, irreversibile una volta che si manifesta in maniera conclamata.

Software sofisticati

La “previsione” è possibile grazie a una risonanza magnetica cerebrale, le cui immagini vengono elaborate da appositi software e algoritmi che consentono di individuare delle variazioni (anche minime) nel modo in cui varie zone del cervello si modificano nel corso degli anni. «Il nostro studio aggiunge un tassello alla diagnosi, che spetterà poi al medico, e va a sommarsi ai numerosi studi che a livello internazionale stanno tentando di individuare questa malattia in forma precoce, con diverse metodologie», tiene a precisare il professor Bellotti. «È pensabile che il sistema possa poi essere utilizzato anche per altre malattie neurodegenerative, come il Parkinson, aprendo la strada a nuove speranze di cura in un settore complesso, ma di grande interesse per la comunità scientifica di tutto il mondo».

La ricerca italiana ha avuto una grandissima eco, giunta fino agli Stati Uniti, dove il professore di Neuroscienze della Icahan School of Medicine della Mount Sinai di New York, Patrick Hof, si è detto molto interessato ai risultati. La speranza adesso è riuscire a battere sul tempo una malattia che, secondo le ultime stime, colpisce ogni tre secondi una persona nel mondo e affligge circa un milione di italiani, destinati a crescere a ritmo galoppante. Oggi, solitamente, si arriva alla diagnosi per esclusione di altre malattie che possano spiegare la demenza, che in maniera subdola tenta di annullare la storia del malato, la sua dignità, il suo bisogno di delicatezza. Per questo, la ricerca non si ferma e gioca d’anticipo.

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