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domenica 18 agosto 2019
 
Memoria
 

"Arbeit Macht Frei" sull'officina: l'ignoranza non ci giustifica

28/03/2018  «Io rispetto tutti, non sono razzista. Non conosco quella storia, non so dove sia e cosa sia Auschwitz»... così ha risposto un meccanico che ha usato questa frase per l'insegna della sua officina.

Ho letto recentemente di una vicenda che mi ha lasciata abbastanza perplessa. Un meccanico di Rimini ha affisso all’ingresso principale della sua officina un cartello con su scritta la frase: «Arbeit macht frei», “Il lavoro rende liberi”. Le stesse parole che campeggiavano all’ingresso principale del lager di Auschwitz. Mi ha sconvolta soprattutto la reazione del proprietario dell’attività, che ai giornalisti ha detto: «Ah, non lo sapevo, ho fatto la terza media». Ma come è possibile che non sia mai venuto a contatto con libri, immagini, storie sul nazismo?

MARIELLA

— Cara Mariella, la tua reazione nei confronti di questa vicenda è stata la stessa che ho visto qualche settimana fa negli occhi della neosenatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, mentre raccontava la sua storia sul palco del Teatro degli Arcimboldi di Milano. Davanti a lei una platea di 2.400 studenti, molti anche noi insegnanti. Ha parlato come una nonna ai suoi nipoti, ha detto della sua vita di bambina espulsa da scuola in terza elementare, nel 1938, in seguito all’entrata in vigore delle leggi razziali; della sua fuga verso la Svizzera insieme a suo padre, clandestini con le carte false, richiedenti asilo respinti e rimandati in Italia; del carcere di San Vittore, del bagno di pietà e di umanità dei detenuti nei confronti degli ebrei colpevoli soltanto di essere nati, dell’indifferenza della città di Milano muta al loro passaggio verso il binario 21. Del viaggio in treno stipati, delle preghiere a Dio dei più religiosi, del silenzio. Poi del campo, della sua vita di operaia schiava, della sua amica francese Janine a fianco a lei nella fabbrica di munizioni, le falangi di due dita tranciate dalla macchina che tagliava l’acciaio, di quando fu mandata a morire, nuda davanti agli aguzzini, con la sua mano mutilata dal lavoro. «Io del nazismo non so nulla, sono nato nel 1979 e non ho una minima idea di cosa sia stato. Quel cartello è affisso da un mese e mezzo. Io rispetto tutti, non sono razzista. Non conosco quella storia, non so dove sia e cosa sia Auschwitz. Quella frase mi piace per il suo significato, “Il lavoro rende liberi”. Penso sia vero», ha detto in un’intervista il meccanico riminese. Un’ignoranza che lascia senza fiato. Arbeit macht frei, «Le tre parole della derisione […] sulla porta della schiavitù», scrisse Primo Levi ne La tregua. I ragazzi hanno ascoltato il racconto di Liliana Segre con un peso sullo stomaco, hanno vissuto per oltre un’ora lo stupore per il male altrui, per la cattiveria umana. Hanno imparato che si può essere forti, che devono esserlo, davanti alle prevaricazioni, al bullismo. Che bisogna provare pietà per la sofferenza, compassione per il prossimo. Tutti speriamo che non dimenticheranno.

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