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domenica 24 febbraio 2019
 
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Il giudice: l'associazione può essere finalizzata a reati di varia gravità

02/10/2013  Abbiamo chiesto ad Adriano Sansa, presidente del Tribunale per minorenni di Genova di aiutarci a capire: "Nel linguaggio corrente "delinquere" è sinonimo di violenza, nel linguaggio tecnico del diritto, invece, sono delitti tutti i reati che si puniscono con multa o detenzione".

Graffitari, writers. L’argomento è di quelli che dividono: c’è che li vorrebbe tutti dentro, possibilmente buttando la chiave, in nome dei muri lindi, e, all’estremo opposto, chi vorrebbe poter invocare la libertà di espressione, magari di un disagio, per qualunque scarabocchio.

Come sempre succede gli uomini di Legge, checché se ne dica in questi tempi di dibattiti manichei, sono meno emotivi e più propensi a ragionare. Anche quando sembra che usino la mano pesante, come a Milano dove due writers sono stati condannati per associazione a delinquere, valutano tendendo a distinguere. Abbiamo chiesto ad Adriano Sansa, presidente del Tribunale per minorenni di Genova, un aiuto a capire la sentenza milane che certamente farà storia. Anche se, in assenza del dispositivo, il nostro non può che essere un discorso generico.

Dottor Sansa, l’associazione a delinquere è un reato che fa impressione e che psicologicamente il pubblico associa ad altro. Come funziona?
«Nella lingua corrente la parola delitto, come la parola delinquente, evoca fatti se non di sangue, di violenza, diciamo almeno una rapina. Tecnicamente, invece, nel linguaggio del diritto, delitto è qualunque reato che si punisca con la detenzione o con la multa, non punibile con la semplice contravvenzione. L’associazione a delinquere dunque può essere finalizzata a delitti di diversa gravità. E infatti questi ragazzi hanno preso, calcolo a spanne, una pena vicina al minimo, ridotta di un terzo per le attenuanti generiche e ridotta di un altro terzo per i rito abbreviato».

E l’associazione che cos’è in concreto?
«La giurisprudenza è abbastanza concorde in questo: per riconoscerla può bastare un’organizzazione rudimentale, ma conta molto che sia forte il senso di appartenenza e ovviamente l’intenzione di commettere reati, reiterati per un tempo non determinabile. Capisco che oggi l’opinione pubblica faccia fatica a percepire la gravità di un reato come il danneggiamento o l’imbrattamento, ma in un Paese di città d’arte, il problema è serio anche in termini di salvaguardia del patrimonio e di ricaduta sull’economia. Non va dimenticato che la giustizia agisce anche in relazione alla quantità e alla gravità: una scritta isolata su un muro di periferia ha una gravità diversa rispetto al danneggiamento di un monumento, ma anche ripulire intere periferie piene di graffiti è un costo enorme. La percezione dei problemi cambia col tempo anche nell’opinione pubblica. Quarant’anni fa l’inquinamento non era avvertito come una cosa grave, quando si contestavano reati in quell’ambito l’opinione pubblica diceva: "il mare è grande…" Oggi la consapevolezza su quel fronte è molto mutata».

Questi giovani condannati andranno in prigione?
«No, la pena è stata sospesa con la cosiddetta condizionale, cioè a condizione che non commettano altri reati nei prossimi cinque anni. La condizionale si basa sulla fiducia, è un modo di dare a uno un’altra possibilità. Va in questa direzione anche l’impegno preso da questi ragazzi con il Comune a compiere 400 ore di lavori socialmente utili: se ho ben capito, ma senza il dispositivo non è chiaro, il Comune in cambio ha rinunciato a costituirsi parte civile e dunque al risarcimento del danno che ne sarebbe derivato se fosse stato parte nel processo. Anche questo è un modo di ragionare di rieducazione, di riflettere sul fatto che certe manifestazioni possono anche essere espressione di un disagio».      

 
 
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