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giovedì 20 giugno 2019
 
 

Bagheria, la ribellione degli imprenditori al pizzo

02/11/2015  L'inchiesta palermitana che ha portato a 22 arresti a Bagheria ha avuto impulso dalle denunce di molti imprenditori taglieggiati che dopo anni di giogo hanno deciso di ribellarsi.

«Ritengo che in alcune occasioni sia necessario presentare i risultati delle  indagini senza anticipare alcun giudizio, ma anche senza sottovalutare la conferma del vaglio del Gip: quando si parla di mafia soprattutto in un territorio come quello di Bagheria che ha visto soggetti operare per la copertura della latitanza di Provenzano, l’attenzione degli inquirenti, ma anche quella degli organi di informazione, dovrebbe essere sempre vigile. A maggior ragione quando ci si confronta con una mafia antica e moderna al tempo stesso  in grado di modificare i vertici a seconda di necessità ed emergenze del momento, mentre  continua a soggiogare economia, territorio e imprenditori».

Sono le parole d’esordio del Procuratore di Palermo Lo Voi nel presentare all’opinione pubblica l’operazione che ha portato all’arresto di 22 persone, finite in custodia cautelare nel corso di indagini su un giro di estorsioni che durava in alcuni casi fin dagli anni Novanta quando ancora il pizzo si pagava in lire: «E’ necessario sottolinearlo quando ci si trova a far luce su una cinquantina di estorsioni e quando all’interno di numerosi soggetti sottoposti ad estorsione quasi  40 decidono di collaborare con lo Stato denunciando l’estorsione subita o ammettendola. In questo caso è importante parlarne perché si può far vedere che davanti alla ribellione degli imprenditori alla mafia c’è una risposta dello Stato».

Nel ricostruire l’indagine si sottolinea la sinergia tra i metodi  investigativi: risultati di strumenti tradizionali – intercettazioni comprese - che hanno trovato riscontro nelle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e nelle denunce degli imprenditori taglieggiati. Neanche tanto indirettamente le parole del Procuratore si inseriscono nell’alveo del dibattito pubblico in corso – tra accuse di protagonismo ai magistrati e voci di stretta sulle intercettazioni telefoniche – con l’intenzione di ribadire soprattutto in casi come questo l’importanza che le notizie filtrino.

Quello che emerge dalle indagini, infatti è la storia di un lungo giogo, durato anche vent’anni: pizzo per milioni al mese cominciato al tempo in cui li si contava in lire, continuato fino a poco tempo fa, mentre, come dice il Procuratore aggiunto Agueci, gli estorsori si passavano il testimone dall’uno all’altro come in una staffetta e a subire erano sempre gli stessi: una pressione sempre più forte, fino al fallimento delle imprese, fino all’indigenza. Finché si sono ribellati, in tanti, con l’aiuto delle associazioni antiracket, Addiopizzo e Libero Futuro e delle forze dell’ordine sul territorio: «L'azione delle forze dell'ordine e dell'autorità giudiziaria e il perseverante lavoro nel territorio condotto dalle associazioni, scrive Addiopizzo in una nota,  hanno creato una rete di soggetti in grado di offrire competenze, tutele e schermo necessari affinché chi denuncia possa farlo in sicurezza».

Perché il problema, e lo ribadiscono tutti mentre  accendono il  faro sulla rottura del muro dell’omertà,  è che- fatto salvo il vaglio che verrà dai gradi di giudizio -  i riflettori non si spengano sulle vittime che si ribellano, in modo che chi denuncia, uscendo dal clima di ”comprensibilissima paura” di cui parla Leonardo Agueci,  non resti solo ma trovi una rete di consapevolezza e protezione pronta a sostenerlo e a tutelarlo.

A questo proposito proprio nei giorni scorsi il Ministero dell’Interno ha annunciato un gruppo di lavoro e un’azione di consultazione per rafforzare la tutela dei testimoni di giustizia: l’auspicio ovviamente è che sia un lavoro rapidamente proficuo, perché il rapporto di fiducia tra cittadini e Stato, di cui parlava Franscesco Lo Voi e su cui le denunce si fondano, possa saldarsi contando su strumenti adeguati.

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