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venerdì 19 luglio 2019
 
 

Bioetica, una scienza da scoprire

16/08/2010  Aumentano i convegni locali sulle scottanti questioni che l'evoluzione della scienza e della tecnologia pone agli uomini di oggi. L'importante è evitare polemiche e pregiudizi.

Foto THINKSTOCK
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Bio-scienze, bio-politica, bio-etica, bio-leggi... Non passa giorno in cui non ci giungano notizie su qualche scoperta del mondo scientifico o di qualche legge, approvata o da approvare o semplicememnte proposta, accompagnate dalla magica particella "bio". E allora le reazioni sono diverse: interesse, ansia, noia. O, magari più spesso, frustrazione per non riuscire a capirci di più. La complessità scientifica delle questioni e le differenti visioni dell'uomo che ispirano questa o quella iniziativa legislativa suscitano infatti reazioni diverse, spesso contrapposte, qualche volta magari, lo cogliamo intuitivamente dai discorsi che accompagnano queste notizie, caratterizzate da una carica ideologica che danno al tutto una venatura di pregiudizio. Alzi la mano, infatti, chi saprebbe rispondere a tono se qualcuno gli chiedesse di fecondazione in vitro, di maternità surrogata, di eutanasia attiva e  passiva, di testamento biologico, di cellule staminali embrionali e adulte... Difficile districarsi in materie tanto complesse dove, oltretutto, interessi economici immensi ingarbugliano ancora di più la situazione, che, a cose fatte, si vorrebbe poi magari sciogliere a colpi di referendum...

Si registra da qualche tempo qualche lodevole tentativo di allargare la cerchia di chi vuole entrare, in punta di piedi ma in maniera decisa, nel mondo della bioetica esercitando così il suo diritto-dovere a una cittadinanza attiva, semplicemennte desiderosa di comprendere. Senza toni accesi, polemiche, pregiudizi, lotte verbali ma con il desiderio di capirci semplicemente di più.

Rientra, forse, in quest'ottica la proposta del governo di introdurre nelle scuole superiori che ne facciano richiesta, a partire da settembre, l'insegnamento sulla bioetica. E' il caso soprattutto di tre convegni organizzati nelle prossime settimane in altrettante piccole cittadine della Penisola: Trevi nel Lazio (20-21 agosto), Noto in Sicilia (10-11 settembre) e Le Castella in Calabria (24-25 settembre). Esperienze non nuove, ma in crescita, e con un discreto parquet di relatori.

A Trevi il 3° Convegno internazionale di bioetica dal titolo "Dal cuore alla misericordia. Nascere - amare - morire: un percorso antico tra senso umano e bioetica clinica" si parlerà, tra l'altro, del senso, del "cuore" della bioetica, di ecografia, di cellule staminali, di bioetica e pluralismo religioso, di famiglia, del morire in una società ipertecnologica, di accanimento terapeutico.

A Noto il 1° Convegno internazionale di bioetica "Senso umano e bioetica clinica: pensare la sofferenza nella dimensione della complessità" cercherà, come a Trevi, di cercare le ragioni profonde, il "cuore", della bioetica; ma si affronteranno anche temi spinosi quali clonazione, cellule staminali e donazione degli organi senza tralasciare la dignità del morire oggi e, uscendo dai confini della bioetica, l'infanzia e l'età anziana.

A Le Castella, infine, la kermesse s'intitola "Urgenza ecologica e questione antropologica" e avrà, come dice il titolo, il focus centrato sulla questione ambientale.

Sono stati appena pubblicati, a cura della Luciano Editore, gli atti  del Convegno di Bioetica organizzato nel 2009 dalla Confraternita della Misericordia di Trevi nel Lazio in collaborazione con l'associazione Oltre il Chiostro onlus di Napoli. Il titolo del volume, a cura del professor Pietro Grassi, è: "Umanizzare la bioetica".

In allegato le brochures dei tre convegni.

«Questa iniziativa nasce tre anni fa su iniziativa del vescovo di Noto, Monsignor Staglianò, ed è stata concepita per allargare a un pubblico più ampio, normalmente estraneo a materie così complesse, le questioni legate alla bioetica», esordisce il professor Pietro Grassi, docente di Bioetica all'Istituto di scienze religiose presso l'Università della Santa Croce a Roma e coordinatore dei tre convegni di Trevi, Noto e Le Castella. «A Le Castella siamo ormai arrivati alla settima edizione del convegno e la sua caratteristica è quella di coinvolgere studiosi italiani e stranieri in un clima sereno, di dialogo. E lo stesso è stato fatto in altri luoghi, come il Gaslini di Genova o, quest'anno, a Trevi nel Lazio e a Noto».

L'importante è non buttarla in polemica: «Siamo sempre molto attenti al linguaggio per essere semplici e non sembrare apologetici. Il professor Bruschettini, nostro ospite fisso, ad esempio, usa l'arte per entrare nella sua materia. Privilegiamo un metodo di tipo fenomenologico, partendo dall'esperienza concreta. Occorre ragionare, in altre parole, sulle singole questioni a partire dalla realtà, dal fenomeno, per evitare una bioetica "autistica", che parla a sè stessa o, addirittura, che non parla a nessuno». Peculiare anche l'idea di organizzare i convegni lontano dalle luci e dai rumori della città, in luoghi "periferici": «E' in effetti una scelta di fondo condivisa con monsignor Staglianò. Il clima che si crea in questi contesti è molto familiare, ideale per trattare temi complessi».

Molto impegnativi i temi trattati. Uno in particolare: «A Trevi, ad esempio, ci concentremo su vari temi ma con un occhio sull'adolescenza, in particolare sul come aiutare i ragazzi a crescere in una sana relazionalità. La nostra è una società "problematizzata": tutto "fa problema", è una società in cui si è quasi obbligati a ostentare una sicurezza in sé stessi ma d'altro canto è composta da persone, giovani e adulti, che vivono in uno stato di "permanente dipendenza", in una continua e terribile frenesia del momento presente che disperde l'uomo, gli impedisce la creazione di legami stabili, durevoli nel tempo. Per stabilire un legame occorre infatti proprio il "tempo", ce lo dicono gli stessi ragazzi se abbiamo pazienza di ascoltarli. Oggi occorre vegliare, essere 'sentinelle del mattino', e lo diciamo soprattutto ai genitori: quello dei loro figli è un viaggio, un progetto di costruzione di sè stessi da fare in compagnia, mai da soli, un lungo pellegrinaggio in cui occorre essere accompagnati e i primi chiamati a esercitare questa funzione di "accompagnamento" sono proprio i genitori».

Una delle relatrici al convegno di Trevi, chiamata a dare un po' il "colore" all'incontro con una relazione su "Il senso umano: cuore della bioetica", è un medico, suor Rosa Alba Martino, religiosa dell’Istituto Figlie di San Paolo. Suor Rosa Alba, specializzata in Igiene e Medicina preventiva e in Bioetica, è attualmente Dirigente Medico presso la Direzione Sanitaria dell’Ospedale Regina Apostolorum di Albano Laziale (Roma) con la qualifica di Dirigente Medico di Direzione Sanitaria. A lei abbiamo rivolto alcune domande.

La prima parte del convegno è intitolata “Il tempo dell’attesa”. Cosa significa "attendere"?
«L’etimologia del verbo ci aiuta comprendere il profondo significato dell’ “attendere”: tendere verso qualcuno, tendere verso qualcosa. La vita di ogni uomo e donna, fin dal suo nascere e fino al suo naturale morire,  è caratterizzata dall’attesa di qualcuno, di qualcosa: si attende di diventare adulti, di amare, di realizzare la propria vita, di “diventare qualcuno”,  si attende il giorno del matrimonio, si attendono i figli, si attende di soffrire, si attende di morire… L’attesa si coniuga con la speranza: chi sa attendere sa anche sperare in qualche cosa di migliore per sé e per gli altri. Altre compagne di viaggio di chi sa attendere sono l’ascolto di se stessi, degli altri, della natura…, di Dio; la gioia per l’attesa di qualcuno o qualcosa che si ama. Chi non ha la capacità di attendere non ha la capacità di vivere, di amare, di soffrire, di pregare…».

Ammesso che si possa generalizzare, secondo lei l’uomo di oggi ha ancora la cognizione interiore dell’attesa? E’, cioè, cambiato qualcosa in questi ultimi decenni nell’uomo quanto all’attendere?

«L’uomo di oggi ha ancora la cognizione interiore dell’attesa, ma il mondo che lo circonda, lo sviluppo delle tecnologie, il progresso dei mezzi di comunicazione sociale, il ritmo frenetico che avvolge le sue giornate, lo portano a non volere ed a non poter “attendere più”. Senza generalizzare, ciò che conta, quindi, per l’uomo di oggi, non è tanto il “tutto”, ma il “subito”: subito soddisfare un desiderio, subito comunicare, subito concludere un affare… Solo il “subito” ha il “diritto di cittadinanza” nella mente e nel cuore dell’uomo di oggi in un mondo globalizzato, dove siamo vicini per la veloce capacità di comunicare da una parte all’altra della terra, ma distanti dal nostro “prossimo”, da chi ci sta accanto…, perché non si ha il tempo, quindi la pazienza dell’attesa, per dialogare, per conoscere, per arricchirci di ciò che l’altra persona ha da donarci».

Alcune esperienze estreme, come la maternità surrogata o l’eutanasia che in molti paesi sono ormai autorizzati dalla legge, cosa possono dirci sulla dimensione dell’attesa?

«Direi che entrambi queste esperienze “estreme” ci dicono molto sulla dimensione della non attesa che impoverisce la vita di ogni uomo e donna. Il figlio ad ogni costo, la morte come processo più veloce e addirittura immediato rispetto a quello proprio di una malattia, ci scaraventano in un mondo in cui non si vive più la dimensione del “dono”, della gratuità, della volontà di Dio… Ma tutto ciò che si desidera deve essere realizzato, anche il modo, il tempo, il contesto in cui concludere la propria vita…».

Cosa deve fare la bioetica per essere realmente “umana”?
«Deve semplicemente essere “se stessa”, cioè essere fedele al motivo per cui, quasi 40 anni fa, è nata: una disciplina a servizio della vita umana e dei valori che la caratterizzano  dal suo nascere fino al suo naturale termine. E’ questa sua “identità” deve essere ancora più fortemente evidente nel mondo di oggi in cui la bioetica è passata da disciplina di frontiera, sconosciuta ai più, poco frequentata anche dagli stessi specialisti, a una disciplina diffusa. E’ entrata nelle università con cattedre specifiche, nei tribunali e negli ospedali, nei parlamenti e, infine, ha preso la scena di televisioni e giornali, raggiungendo un largo pubblico e legittimandosi pienamente nell’orizzonte culturale della nostra epoca. Sappiamo che il suo metro di giudizio non è tanto la scienza medica, lo sviluppo tecnologico, ma la vita e la dignità dell’uomo, il valore della persona umana in quanto tale che non dipende da origini, pensieri, comportamenti, ecc. ma dalla legge naturale. Un essere umano ha una sua dignità propriamente “umana” per il solo fatto di essere persona. Ogni vita umana vale sempre e comunque. E’ lecito solo e tutto ciò che difende, guarisce, protegge, sviluppa, promuove e rispetta questa vita umana dal concepimento alla morte naturale. Ecco perché possiamo dire che la bioetica è realmente “umana”».

Perché se tutti affermano di “difendere l’uomo”, esistono visioni diverse sulla bioetica?
«Il progresso delle bio-tecnologie e delle scienze biomediche si fa affermando con sempre più “aggressività” nella nostra cultura che diventa, a sua volta, sempre più multiculturale e, paradossalmente, sempre meno universale. Il  multiculturalismo è diventato sinonimo di relativismo, quasi che ogni cultura, ogni valore, ogni stile di vita debbano essere considerati sullo stesso piano; in altri casi la pluralità delle culture viene usata come una sorta di arma ideologica per gettare discredito sia sulla tematica dell’universalità, sia, forse ancor più, su quella dell’identità culturale, quasi che nell’epoca della globalizzazione tali tematiche siano declinabili soltanto come esclusione dell’”altro” o come imposizione all’”altro” di parametri non suoi. Lo sviluppo della società globale, avvicinando tra loro le diverse culture, mostra inevitabilmente anche i diversi modi in cui le diverse culture concepiscono le questioni relative al nascere e al morire, alla salute e alla malattia, al benessere e alla sofferenza. E non dimentichiamo che il pluralismo estremo che intende lasciare all’arbitrio di ciascuno popolo o cultura le scelte morali è un fattore a servizio dei centri di potere economici, politici, scientifici, i quali possono maggiormente percorrere indisturbati le loro logiche di potere e di profitto quanto più nella varie società si diffonde l’idea che in materia morale non esiste nessuna verità. E allora, ecco, la pressante necessità che nel dibattito sul multiculturalismo si riproponga il problema dell’”umano” quale origine e orizzonte dei nostri discorsi e quale unica possibilità di conciliazione delle diverse prospettive. A questo livello infatti l’esigenza di orientamenti comuni, non sincretistici, bensì orientati in senso universalistico, risulta ancora più urgente, proprio perché ci rendiamo conto che ne va in primo luogo del senso stesso della nostra umanità».

La professione medica sta cambiando in concomitanza all’evolversi della tecnica? Deve a suo avviso mutare il ruolo e la responsabilità del personale medico di fronte alle questioni che la tecnica contribuisce a suscitare? «La medicina contemporanea, allontanandosi dai riti magico-religiosi che l’hanno caratterizzata ed influenzata fino ad un recente passato, è diventata scienza, imperfetta, ma scienza. Ciò ha comportato una certa “autocrazia” della classe medica, non tanto come “potere medico”, ma in quanto orgogliosa autosufficienza e onnipotenza della tecnologia incurante dei valori etici della persona. Ed ecco che bisogna recuperare, per dare più “luce” e credibilità al ruolo e alla responsabilità del personale medico, il valore dell’umiltà, il riconoscersi per quello che si è: degli uomini e donne con una acquisita professionalità a servizio della vita di chi si affida alle proprie cure, svolgendo il ruolo di “custodi” e non di “padroni”. Umiltà che è relazione, accoglienza, rispetto, amore, compassione. E mi piace concludere con una frase di  Gabriel Garcìa  Màrquez, esponente del realismo magico che, nell’imminenza della sua morte, scriveva: "Ho imparato che un uomo ha il diritto di guardare un altro uomo dall’alto, soltanto quando deve aiutarlo ad alzarsi"».


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