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sabato 24 agosto 2019
 
L'analisi
 

Carlo Cottarelli: «Se usciamo dall'euro diventiamo più poveri»

27/09/2018  Inflazione, aumento delle tasse, disoccupazione: l’economista Carlo Cottarelli ci spiega tutti i rischi di un ritorno alla lira

Nel suo ufficio presso l’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica di Milano, ingombro di libri, documenti e fotocopie di articoli, Carlo Cottarelli fa una smorfia che accenna a un sorriso quando parliamo della commedia in atto nel Governo: il ministro dell’Economia Giovanni Tria assicura che verranno rispettati i parametri europei che vincolano al 3 per cento il rapporto tra Prodotto interno lordo e deficit; i vicepresidenti Matteo Salvini e Luigi Di Maio vorrebbero sforare quella percentuale, indebitandosi ulteriormente, per finanziare le promesse elettorali, mentre il premier Giuseppe Conte, prudentemente, lancia messaggi rassicuranti. Per l’economista cremonese, 64 anni, un passato nel Fondo monetario internazionale, chiamato dai precedenti Governi ad analizzare gli sprechi dei ministeri (guadagnandosi l’appellativo di Mister Forbice), stiamo semplicemente assistendo a un gioco delle parti. «Un gioco che serve a influire sulle aspettative. Se si fa pensare che il deficit possa sforare il 3 per cento e poi ci si ferma al due per cento, tutto questo viene preso come una buona notizia. E così i mercati reagiscono positivamente come una vittoria di Tria e della responsabilità del Governo. Alla fine il premier Conte non prenderà una posizione antagonista nei confronti dei mercati e dell’Unione».

Troppo pericoloso?

«Direi proprio di sì. Lo spread, il differenziale tra i titoli di Stato tedeschi e quelli italiani, che misura la solidità del debito pubblico, è sceso anche per questo, dopo essere salito nelle settimane precedenti. A Palazzo Chigi sanno benissimo che uno spread che sfondi i 300 punti comincia a essere molto pericoloso».

Rischiamo di finire in una tempesta come quella del 2011, con il nostro Paese oggetto di attacchi speculativi capaci di portare l’Italia in bancarotta?

«Il nostro Paese è strutturalmente solido. Ma mantenere la differenza tra deficit e Pil più o meno invariata non riesce a ridurre il rapporto tra debito e Pil. E dunque rimaniamo vulnerabili a possibili shock che andrebbero a colpire l’economia italiana, facendo traboccare il vaso: un aumento del prezzo del petrolio, una crisi proveniente dai mercati di qualche parte del mondo, una recessione fisiologica, come quelle tipiche dei cicli economici. Se l’Italia va in recessione la crisi di sfiducia riparte e a quel punto non la ferma più nessuno».

Insomma, rimaniamo esposti a una nuova bufera finanziaria. Che si dovrebbe fare secondo lei?

«Quel che si dovrebbe fare richiede tempo: rafforzare la crescita economica e poi, con il gettito fiscale derivante dalla crescita, far scendere il debito grazie al risparmio ottenuto. E poi condurre una lotta serrata alla burocrazia: le piccole-medie imprese spendono 31 miliardi di euro l’anno per compilare moduli».

Ci crede nella flat tax, la riduzione a due aliquote delle imposte sui contribuenti?

«Così com’è no. È una redistribuzione del reddito che sembra fatta da Robin Hood al contrario. Del resto non credo che si farà mai. Costa 50 miliardi di euro e di quei 50 miliardi 35 vanno al venti per cento più ricco dei contribuenti e un miliardo al 20 per cento più povero. Così come non si farà mai il reddito di cittadinanza come previsto dai Cinque Stelle, che costa 17 miliardi di euro: 800 euro al mese per chi non ha un lavoro sarebbero l’assegno di mantenimento più generoso d’Europa, con effetti tali da scoraggiare chi è in cerca di lavoro. Credo che alla fine potenzieranno il reddito di inclusione per le famiglie in difficoltà e lo chiameranno reddito di cittadinanza».

Proviamo a fare un gioco, professor Cottarelli. Domani a quest’ora decidiamo di uscire dall’euro. Che succede?

«Succede che l’uscita ci costerebbe sotto diversi punti di vista. Innanzitutto abbandonando l’euro dovremmo creare una nuova lira che si svaluterebbe immediatamente».

La svalutazione ci renderebbe più competitivi nelle esportazioni...

«Tutto questo avverrebbe solo se stipendi e salari non aumentassero. Ma se la lira si svaluta, il potere d’acquisto, soprattutto di chi lavora e dei pensionati, che sono a reddito fisso, si riduce. Chi è indebitato, per esempio chi ha un mutuo in euro, vede aumentare il peso del suo debito. Anche lo Stato avrebbe lo stesso problema».

Lo Stato non potrebbe imporre la conversione del debito da euro in lire per legge? A quel punto il debito diminuirebbe…

«Sì, è quello che fanno tutti i Governi dopo una lunga recessione o dopo una guerra: svalutano il debito pubblico. Ma ci rimetterebbe chi ha acquistato titoli di Stato. È un problema che conosco bene perché mia nonna prima della guerra vendette tutte le sue proprietà terriere, nel Cremonese, a suo fratello e investì i proventi della vendita in titoli di Stato. Dopo la guerra lo Stato svalutò il debito, inflŽazionando i titoli: mia nonna si ritrovò in mano carta straccia e divenne povera. Fallirebbero anche gli istituti di credito, possessori di grandi quantità di titoli. Ma possono fallire le banche? No. Allora bisogna far pagare qualcun altro».

Chi dovrebbe pagare l’uscita dell’euro?

«Un momento, c’è un terzo aspetto che rende difficile, quasi impossibile, l’uscita dall’euro: il sistema dei pagamenti. Quando facciamo un bonifico per spostare dei soldi da un conto all’altro abbiamo a che fare con una rete di interazioni tra banche commerciali e banche centrali. Creare un nuovo sistema che funzioni richiede almeno un anno di tempo. Non possiamo uscire dall’euro in un weekend. Un anno di tempo creerebbe delle aspettative e renderebbe la nostra uscita molto confusa».

E una volta usciti?

«L’inŽazione della lira non può andare avanti all’infinito, come nella Repubblica di Weimar. Bisogna fermarla. Per fare questo bisogna convincere chi viene pagato in nuove lire che sia felice di tenersele in tasca e che resista alla tentazione di cambiarle in euro per stare tranquillo. Per fermare l’inflŽazione bisognerebbe stampare meno lire. Questo vorrebbe dire politiche monetarie più restrittive di quelle attuali, che sono abbastanza espansive».

Chiudere i rubinetti, insomma. E il nostro debito pubblico ipertrofico che fine farebbe?

«Diminuirebbe. Ma tassando gli italiani. L’inflŽazione è come una tassa».

La tassa dei poveri si dice, chi ha un reddito da fame viene colpito immediatamente facendo la spesa.

«È vero, l’inŽflazione è una tassa regressiva. I ricchi riescono sempre a proteggere i loro risparmi in un modo o nell’altro, ma chi ha reddito fisso, subisce il costo dell’inŽflazione».

Alla fine ci rimetterebbe la povera gente? La stessa che vuole che usciamo dall’Europa?

«In un modo o nell’altro sì».

Chi ci guadagna?

«Chi si è indebitato, ma nel breve periodo. Anche gli esportatori dovrebbero guadagnarci. A patto che i salari dei propri dipendenti non aumentino. Se tutto questo manda il Paese in uno stato di confusione, allora non ci guadagnano nemmeno loro. Ci perdiamo tutti, insomma».

(foto in alto: Ansa)

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