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Caro Renzi, da insegnante ti dico che...

29/05/2015  Un'insegnante di Palermo spiega le ragioni dei professori nella critica alla "Buona scuola".

Una classe (ansa).
Una classe (ansa).

Colgo con vera gioia l’occasione che ci è data di rispondere all’articolo del genitore-giornalista pubblicato pochi giorni fa. La gioia nasce dall’opportunità di chiarire, senza urlare, i motivi che hanno spinto e spingono molti docenti a non accogliere con serenità le proposte contenute nel DDL “La buona scuola”, solo apparente conseguenza della consultazione on line emanata dal Governo fin dalla scorsa estate. Infatti proprio la scorsa estate è iniziato un cammino che avrebbe dovuto coinvolgere alunni, famiglie e docenti. E dalla scorsa estate molti di noi sono in stato di agitazione.

Molti genitori si chiedono (e ci chiedono) quali siano le ragioni di una “nostra” chiusura e la domanda non è peregrina visto che i mezzi di comunicazione sembrano essersi accorti solo adesso di una protesta che si è fatta sempre meno discreta, proprio perché è diventata di massa e dai toni forti. Il crescere dei toni è dovuto al silenzio che per mesi si è creato intorno a moltissime iniziative di informazione e confronto promosse in tantissime città, non solo da organizzazioni partitiche o sindacali ma anche da aggregazioni libere e trasversali di professionisti. Le ragioni risiedono, purtroppo o per fortuna, in aspetti tecnico-professionali che non sono immediatamente comprensibili ai soli “fruitori” della scuola mentre risultano molto critici per gli addetti ai lavori. Cercherò quindi di essere breve e più chiara possibile, rinunciando ovviamente a scendere nel merito specifico di ogni singolo nodo per me critico.

Meritocrazia La “riforma” premierà il merito dei docenti. E detta così ci piace. Ci chiediamo però a quali condizioni. Per dare l’idea della complessità dell’argomento proverò a fare un esempio. Il Governo afferma che da oggi in poi nessuno potrà entrare in aula se non dopo aver superato un Concorso Pubblico. Giustissimo. Lo stesso Governo però dimentica che gli ultimi tre concorsi pubblici banditi hanno avuto luogo nel 1990, nel 1999, nel 2012. Tre concorsi in ventidue anni. Che cosa è accaduto nel frattempo? Nel frattempo è accaduto che molti di noi sono stati abilitati tramite scuole di specializzazioni nazionali (con accesso per pubblico concorso), hanno permesso alla scuola di offrire formazione di qualità, sono stati collocati in “graduatorie” le cui regole sono state cambiate di tanto in tanto, sono stati immessi in ruolo e il loro titolo non è stato equiparato a quello di colleghi che, a volte solo per differenza anagrafica, hanno sostenuto e (con merito) superato un Concorso.

Ci chiediamo quindi se lo stesso trattamento verrà riservato ad altri titoli, che nessuno ha ancora stabilito quali siano, quanto valgano, come debbano essere considerati. Il Governo tace, forse perché si tratta di una questione tecnica. Ma per molti di noi è sostanziale conoscere i criteri di valutazione del nostro lavoro e quanto ci serviranno gli anni di studio passati e futuri. A questo si potrebbe obiettare che per le nostre esigenze culturali è stato pensato un bonus di ben 500 euro l’anno. Ma davvero l’opinione pubblica crede che chi ha avuto, negli anni, volontà di perfezionarsi e studiare non abbia sacrificato il proprio denaro per l’acquisto di libri o per andare al teatro? Certo, sempre meglio di niente. Ma l’impressione generale è che la gran parte di questo denaro verrà speso per continuare a foraggiare le associazioni nate in questi anni con lo scopo di organizzare master e specializzazioni a pagamento valutabili come titolo culturale.

Albi territoriali Gli albi territoriali dovrebbero essere delle sacche di organico docente a sostegno dell’organico stabile di ciascuna scuola. E anche questa proposta a prima vista è eccellente. Dov’è il problema? Anche se ancora non si chiama così, l’organico funzionale esiste già. Si chiama DOP (ossia Dotazione Organica Provinciale) e raccoglie tutti i docenti che in questi anni, soprattutto a seguito dei tagli prodotti dalla Riforma Gelmini, hanno perduto il loro posto di lavoro e sono stati trasferiti in modo coatto. I colleghi di cui parlo non hanno perduto la cattedra perché considerati incapaci di svolgere il proprio lavoro ma sulla base di graduatorie interne che ogni anno ciascuna istituzione scolastica stila in considerazione di alcuni parametri, primo tra tutti proprio l’anzianità di servizio. Ma anche colleghi a fine carriera, a seconda delle discipline che sono state più o meno intaccate dalla decurtazione dell’orario curricolare messo in opera da quella riforma, per il venir meno delle ore della disciplina insegnata hanno perduto la propria cattedra.

Il docente trasferito d’ufficio non ha diritto a nessun rimborso spese, a differenza di molti altri dipendenti di amministrazioni pubbliche e private. Bene: gli albi territoriali, a parere di chi scrive, avrebbero dovuto contemplare innanzitutto il rientro in sede del personale che ha subito un trasferimento coatto, ma su questo tutto tace. Il DDL non fa menzione degli esuberi, né del loro rientro né di eventuali prelazioni sull’albo territoriale della scuola di provenienza (o, come si dice, di precedente titolarità).

La questione degli esuberi è antica quanto la Riforma Gelmini e fino ad ora è stata trattata come problema transitorio. Purtroppo, per le lentezze burocratiche che contraddistinguono il nostro Paese, molti di noi (con tutti i titoli previsti) sono stati messi definitivamente in cattedra solo dopo i trent’anni di età e dopo una lunga gavetta. Proprio a questi professionisti oggi si chiede di rientrare nel balletto territoriale: potrebbe starmi pure bene se fosse prevista un’indennità di trasferta e, soprattutto, se questo garantisse a noi e ai nostri alunni un servizio migliore.

Non è così e spiego perché: i docenti sono gli unici professionisti ad avere a che fare col bene più prezioso ossia il futuro della collettività. Il dialogo educativo non è una pratica da evadere ma un lavoro minuzioso e quotidiano che richiede tempi lunghi e altrettanto lunghi processi dialettici. La stabilità professionale, quindi, non è solo un’esigenza del “lavoratore” (che comunque ha una propria esistenza, non dimentichiamolo) ma una necessità della scuola e dei ragazzi.

Sugli albi territoriali, inoltre, sembra sia dato mandato al DS e al Consiglio d’Istituto di individuare i professionisti più adeguati all’organico funzionale. Nemmeno nel migliore dei mondi si potrebbe pensare che questa non sia una modalità che, pure inconsapevolmente, potrebbe indurre alcuni a modulare l’offerta formativa della scuola sulla base dei candidati e non il contrario. In questo caso, poi, non servono punteggi: il reclutamento territoriale potrebbe non avvenire sulla base di criteri uguali su tutto il territorio nazionale. Anche questo è un aspetto tecnico che il Governo non si preoccupa di trattare.

Finanziamento della scuola Tocchiamo un punto delicatissimo della nostra struttura sociale e civile presente e futura. Secondo quanto previsto nel DDL alle scuole potrà essere devoluto il 5x1000 e sarà consentito ai privati di elargire sovvenzionamenti.

Qui mi tocca fare la professoressa: la scuola pubblica è l’unico presidio di legalità e civiltà in molte realtà del nostro Paese. Le scuole cosiddette “di frontiera” dovrebbero essere maggiormente tutelate e garantite proprio perché da lì parte l’operazione di educazione che l’intera società mette in campo per sfoltire la criminalità, il degrado, in alcuni casi la disperazione. Sostenere le scuole di frontiera, insomma, è assumere un antibiotico. Visto così il problema, appare chiaro come le scuole godranno di finanziamenti diversificati a seconda del luogo, dell’utenza, della solidità delle competenze socio-culturali delle famiglie presenti nel territorio e dei loro redditi (se non vado errato, infatti, il 5x1000 si calcola sulla base del reddito annuo).

Ciò comporterà nel tempo la creazione di una struttura sociale a compartimenti stagni che non servirà mai a rilanciare l’Italia né in Europa né nel blocco occidentale, indurrà molti colleghi che lavorano in condizioni impossibili a lasciare il posto di lavoro per fuggire in altre scuole, creerà uno scompenso, un vuoto istituzionale difficilmente colmabile in altro modo. Molto spesso parliamo delle scuole “europee”, ma dimentichiamo che in quei Paesi le scuole di frontiera hanno sostegni economici speciali da parte dello Stato e qualche volta docenti pagati un po’ di più degli altri, proprio perché soprattutto in quei luoghi è necessario disporre di professionisti competenti, preparati e di esperienza.

A margine un’altra considerazione: se le famiglie dovessero davvero sostenere con il loro 5x1000 la scuola, che ne sarà di tutte le organizzazioni che ad oggi si adoperano nel campo del sociale e della ricerca soprattutto medica? Anche questo è un aspetto tecnico che non viene toccato.

Le risposte Pare che il Governo liquidi riflessioni e domande simili a quelle sopra poste a mo’ di esempio con il mantra dei soldi che sono stati investiti, delle assunzioni dei precari, dell’edilizia scolastica, glissando però sui nodi tecnici e rimandando ad un secondo momento o al principio dell’autonomia tutto il resto. In parole povere, non ci sono risposte chiare e puntuali. Proprio per questo alcuni sindacati hanno chiesto lo stralcio delle assunzioni (che lo Stato deve fare per via di una sentenza della Corte di Giustizia europea) e la ridiscussione di tutti i nodi tecnici in tempi più lunghi.

E proprio qui si apre lo iato col Governo, che invece continua a proporre tutto il pacchetto o nulla. Dopo un intero anno di confronto non-confronto il clima è diventato rovente e molti di noi avvertono forte il senso d’impotenza, ridotti al mutismo perché accusati di essere privilegiati, ontologicamente nullafacenti e chiusi verso l’esterno. Eppure nella scuola in cui vivo anch’io, i genitori amano dialogare con me, mi stringono la mano cordialmente e mi chiedono delucidazioni su tutto, dalla relazione coi propri figli alle carenze disciplinari alle modalità educative comuni che è necessario adottare. Se provo a guardarmi intorno vedo molte altre persone come me che non sono solo capitate in cattedra ma che per un’intera esistenza hanno desiderato farlo, senza l’ambizione alla vocazione ma con serietà professionale. Proprio per questa ragione mi fa piacere poter esprimere la mia opinione, che non è la migliore delle opinioni ma passibile di variazioni e rimodulazioni, se solo trovasse un’altra opinione con cui poter dialogare.

Carmen Rotolo
(docente palermitana, gruppo La conta)

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