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venerdì 28 luglio 2017
 
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Milano, Casa della carità: le periferie al centro

24/11/2015  La struttura compie undici anni. Dal 24 novembre 2004 ad oggi sono state accolte 2.732 persone in difficoltà, di 95 nazionalità diverse. Bilancio e prospettive nelle parole di don Virginio Colmegna.

Don Virginio Colmegna.
Don Virginio Colmegna.

Papa Francesco ripete spesso che la Chiesa deve «dirigersi verso le periferie». Undici anni fa, il 24 novembre 2004, don Virginio Colmegna, uno dei preti più noti di Milano, apriva la sua Casa della carità dirigendosi in fondo a via Padova, estrema periferia nord, nella zona con il più alto tasso di stranieri. La scelta era maturata insieme al suo «maestro dell’ospitalità», un altro grande gesuita, il cardinale Carlo Maria Martini. Da allora sono state accolte 2.732 persone in difficoltà, tutte chiamate per nome, di 95 nazionalità diverse. Nel 2015 sono 220, a cui vanno aggiunti 130 abitanti degli appartamenti gestiti in altre zone di Milano, 352 profughi ospitati quest’estate in una parrocchia a Bruzzano, 819 persone seguite dallo sportello legale (tra cui 600 tra richiedenti asilo e rifugiati), oltre 2.000 visite mediche, 400 visite psichiatriche e altrettante sedute di psicoterapia.

«Ora et labora», diceva San Benedetto; alla Casa della carità, riflessione culturale e pratica dell’accoglienza procedono insieme. Lo riassume bene “Praticare l’ospitalità promuovendo diritti”, il titolo dell’incontro che si tiene il 24 novembre alle 18.00 con il vicesindaco Francesca Balzani, monsignor Gianni Zappa, il giornalista Piero Colaprico e l’ex presidente del Tribunale Livia Pomodoro.

Don Virginio, come intende festeggiare questo anniversario?

«Entriamo nel nostro secondo decennio in profonda sintonia con la Chiesa di Francesco, che il cardinale Martini aveva intuito indicandoci i valori dell’ospitalità e della bellezza della gratuità. Il nuovo decennio coincide anche con l’avvio del Giubileo della Misericordia: non è un fatto rituale, ma il senso di riconciliazione si vive praticando l’ospitalità. Anche ora, in un momento in cui la speranza si abbassa, il Papa ci chiede di vivere carichi di spiritualità gioiosa. L’ho provata nel nostro auditorium la sera di domenica 22 novemnbre, quando i rappresentanti delle diverse religioni cittadine si sono riuniti per un momento di silenzio e riflessione dopo i fatti di Parigi».

Qual è il tratto comune di questi undici anni di storia?

«Il valore dell’ospitalità come fatto culturale e come pratica che si fonda sul concetto di reciprocità. Martini diceva che "scegliere l’ospite è un avvilire l’ospitalità". Ospitare significa condividere: essere contestualmente ospitali e ospitati. È un’idea complessa, carica di amicizia e di inimicizia al tempo stesso. L’ospitalità così concepita ci fa dire che noi non siamo semplicemente operatori o volontari alla Casa della carità, siamo ricercatori e custodi di umanità condivisa. In questo senso, siamo noi i primi ad essere ospitati, non solo le persone in difficoltà che accogliamo. L’ospitalità è un rapporto biunivoco, un sentirsi insieme. Ma è anche una sfida da accettare per sentirsi davvero cittadini di un mondo globale. Martini la chiamava “sapienza della carità” e infatti ha voluto che qui facessimo l’Accademia della carità. Le periferie chiedono diritti, non assistenza. Tre temi sono cruciali: la salute (quella mentale in particolare), l’assistenza legale e la qualità dell’accoglienza».

Papa Francesco ha criticato chi denigra la carità come fosse una «parolaccia». Cos’è per voi?

«È la capacità continua di rompere l’individualismo, il fine privato, con un orizzonte di fraternità e felicità. Tenendosi stretto il Vangelo delle Beatitudini, da portare sempre nella bisaccia. Bisogna lottare contro la povertà, non fare la guerra ai poveri. Con la Laudato si’, Papa Francesco chiede una spinta culturale che convinca la politica ad occuparsi in modo continuativo, non episodico e non solo emergenziale, di questioni come la disuguaglianza, il disagio innescato dalle carenze abitative, la mancanza di occupazione e la bassa qualità del lavoro, le dipendenze (tra cui quella da gioco d’azzardo), l’alta dispersione scolastica, le difficoltà di accesso alle cure, la sofferenza psichica. «I poveri hanno molto da insegnarci» afferma Francesco nella Evangelii Gaudium: non vuol dire mitizzare i poveri, ma farci educare dalle loro sofferenze e dalle loro fatiche, affinché rimettano in discussione i nostri criteri di giustizia e fraternità».

C’è un’immagine che riassume gli undici anni della Casa della carità?

«I volti delle 2.732 persone accolte e un’icona donataci dal cardinal Martini undici anni fa. Raffigura il brano biblico delle querce di Mamre, dove si racconta di Abramo che accoglie degli sconosciuti sotto la sua tenda in mezzo al deserto e che per questo viene ricompensato da Dio con l’arrivo di un figlio, nonostante l’età avanzata di sua moglie Sara. Quello di Abramo è un gesto di ospitalità che mette in moto una dinamica di attesa e di gioia. Sara che scopre di essere incinta è il simbolo di ciò che è inedito, inaspettato, dell’impossibile che si fa percorso possibile, del superamento della razionalità, per quanto operosa e buona possa essere. Il sorriso di questa donna entra nella storia rendendola creativa, tenera e, soprattutto, sorprendente. L’icona delle querce di Mamre ci ricorda che l’ospitalità praticata oggi ci può dare un’idea del nostro domani, ci mostra tracce di futuro. Sta a noi essere capaci di coglierle. Anche dopo Parigi: il futuro non si costruisce alzando muri, mai. Abbiamo visto quanti danni ha fatto la cultura della guerra preventiva».

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