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martedì 17 ottobre 2017
 
 

Caso Erika, non giudichiamo

05/10/2011  Nessuno è irrecuperabile, come nessuno è santo per decreto divino. È importante per Erika De Nardo riparare le lacerazioni profonde, la voragine di dolore, per poi capire.

Don Antonio Mazzi, fondatore della Comunità Exodus.
Don Antonio Mazzi, fondatore della Comunità Exodus.

Vi sono storie nelle normali vicende quotidiane che esplodono inspiegabilmente e lasciano profonde cicatrici sulla pelle della storia stessa. Una è quella di Erika con il matricidio e il fratricidio. Sono passati undici anni e la ferita sociale non rimargina. Mancano pochi mesi alla scarcerazione e li sta scontando in una delle mie comunità lavorando, riflettendo, piangendo e sorridendo. Perché le cose inspiegabili che più spiazzano sono il suo volto, il suo sorriso e la sua gentilezza. Se un volto simile può uccidere, quanti potrebbero fare quello che lei ha fatto, spiazzandoci e terrorizzandoci?

Comunque le mie riflessioni sono altre e partono dalle pesanti allusioni e dichiarazioni della gente: perché perdonare, aiutare, seguire, credere, in un’assassina perversa? Non va lasciata dentro a marcire, buttando la chiave? Credo di no. E lo credo perché ognuno di noi, dentro potenzialmente è Caino e Abele. Voi direte che c’è Caino e Caino. Uccidere madre e fratellino non lo avrebbe fatto nemmeno chi ha ucciso Abele. Non è vero. Nei raptus non c’è limite. Il bene e il male giocano misteriosamente, trasformandosi, sublimandosi, scatenandosi bestialmente. Il nostro corpo è un contenitore fragile per l’infinito che porta dentro.

Erika De Nardi
Erika De Nardi


Non voglio con questo giustificare i misfatti. Voglio solo domandarmi perché io, molto peggiore di lei da piccolo e da adolescente, ho sentito dentro di me trasformarsi, in una straordinaria e rischiosissima avventura positiva, quello che sarebbe potuto essere un disastro. Già a 14 anni ho cercato il suicidio. Nessuno è irrecuperabile, come nessuno è santo per decreto divino. Non ho mai domandato né a me né a lei di perdonare e di perdonarsi. È importante per lei riparare le lacerazioni profonde, la voragine di dolore, per poi capire. Quando? Come? Non lo so. La seguo da dieci anni e sono convinto che nessuna diagnosi psichiatrica e psicoanalitica arriverebbe a toccare il fondo di quest’anima.

Qui non si tratta di attaccare cerotti, di ricostruire parti di sé, di ridisegnare triangoli mal riusciti. Qui o si rinasce o si piomba nella tempesta omicida. È il nostro “mestiere”. Perché Erika non è il caso, ma la prima parte di una storia. Lì dentro va progettata, con umiltà, pazienza, con animo scevro da pruriti scientifici, la seconda parte della storia stessa. La sfida è crederci. Riparare i mali che facciamo, anche noi normali, occupa metà della nostra vita. L’altra metà la consumiamo nella speranza di essere capiti e perdonati. Se lo capirà, la voragine di dolore si trasformerà in un enorme ulivo e la farà rifiorire.

Questi misfatti devono servire a noi per interrogarci, per giudicare di meno e per guardarci dentro, alla ricerca di quell’Abele che sappia abbracciare il fratello Caino, mentre lo sta sacrificando. Perché l’amore non ha sponde! Il guaio è che noi non siamo Abele. Troppo conciliante, troppo umano! Non siamo nemmeno Caino! Siamo solo guardoni (vedi ultimo numero di Panorama).

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