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lunedì 28 maggio 2018
 
Giornata della memoria
 

Castelnuovo-Tedesco, e il Parlamento celebra un grande italiano

26/01/2018  Nel 50° anniversario della morte di Mario Castelnuovo-Tedesco, compositore fiorentino di religione ebraica, che nel 1939 dovette emigrare negli Stati Uniti per sfuggire alle leggi razziali, le istituzioni della Repubblica rendono omaggio a un musicista e a un uomo di cultura che "torna" in patria con tutti gli onori. Ed esce anche una biografia scritta dal chitarrista e compositore Angelo Gilardino per le Edizioni Curci

Ottant'anni fa, alla fine del 1938, per la precisione l'11 novembre, il Consiglio dei Ministri, riunito sotto la presidenza di Benito Mussolini, approvava le "leggi per la difesa della razza". Il Corriere della Sera, nell'edizione del pomeriggio, ne dava notizia così: «I matrimoni misti sono proibiti». E offriva puntuale resoconto della definizione di "ebrei", annotando con scrupolo le discriminazioni, ma per esaltarle, e sottolineando la loro esclusione dagli impeghi statali, parastatali e di interesse pubblico.

Era l'anno del secondo Mondiale di calcio vinto dall'Italia guidata da Vittorio Pozzo. Si scopriva la fissione nucleare dell'uranio. Orson Welles trasmetteva in radio un adattamento de La guerra dei mondi così realistico da scatenare il panico in tutti gli Stati Uniti. Sul numero 1 della rivista Action Comics appariva la prima storia di un nuovo personaggio a fumetti, Superman. Iniziava il diciassettesimo anno dell'era fascista, il terzo dopo la proclamazione dell'impero.

L'anno seguente, nel 1939, tra gli italiani in fuga dall'orrore di queste decisioni del regime, c'era anche uno dei più grandi compositori che il nostro Paese possa vantare nell'ambito della musica colta: il fiorentino Mario Castelnuovo-Tedesco. La sua è una storia che può essere divisa tra un "prima" e un "dopo": prima delle leggi razziali in Italia; dopo l'esilio in America, negli Stati Uniti, all'inizio a Larchmont, vicino a new York, e poi in California, dove il musicista ha trovato nuovi spazie creativi, ha scritto colonne sonore per il cinema, per l'allora già potentissima industria di Hollywood, ha continuato a comporre  musica "pura", ha insegnato formando artisti diventati celeberrimi nelle musiche da film, come John Williams (Star Wars, E.T., Lo squalo) e Henry Mancini (Moon River, Colazione da Tiffany, La Pantera rosa).

Dietro questi successi ci sono anche l'impronta, le qualità di didatta, la maestria compositiva, la raffinatezza intellettuale, l'umanità e il garbo di Mario Castelnuovo-Tedesco. Ora la storia di quest'uomo squisito, marito devoto, padre esemplare, con un forte senso della famiglia, autore di pagine meravigliose e intime (ne suggeriamo qui soltanto una, la Sonatina per flauto e chitarra Op. 205, con lo splendido Tempo di Siciliana) è stata raccontata in un libro, in una biografia - Un fiorentino a Beverly Hills - scritta dal chitarrista e compositore vercellese Angelo Gilardino che, senza esagerazioni e facile retorica, è l'artista al mondo che conosce meglio, e più in profondità, la parabola artistica e umana di Castelnuovo-Tedesco. Perché ha avuto la fortuna, e il privilegio, di intrattenere con lui una corrispondenza fitta, dall'Italia e dall'America, tale da poter offrire ai lettori un ritratto nitido del compositore fiorentino.

Un libro e una biografia resi possibili dalla lungimiranza editoriale, e musicale, delle Edizioni Curci, che proprio con il lavoro di revisione del maestro Gilardino sulle partiture autografe di Mario Castelnuovo-Tedesco stanno via via offrendo ai musicisti inedite suggestioni interpretative sul repertorio del compositore. Laura Moro, direttore editoriale Edizioni Curci, spiega: «Abbiamo deciso di pubblicare la biografia per raccontare una storia importante che non era ancora stata raccontata. E stiamo portando avanti, in collaborazione con il CIDIM, Comitato Nazionale Italiano Musica, e su richiesta di tanti interpreti, la pubblicazione di tutte le opere inedite conservate alla Library of Congress di Washington».

Precisa Angelo Gilardino: «Ho accettato subito di scrivere questo libro perché la figura di Mario Castelnuovo-Tedesco merita di essere conosciuta. E perché credo siano maturi i tempi per apprezzarne lo stile, che mette sempre al primo posto la bellezza e l’espressività, nel solco della grande tradizione musicale italiana».

E ora si può dire che il compositore fiorentino di origine ebraica sia tornato in Italia, dal suo esilio iniziato a causa delle leggi razziali, con tutti gli onori. E con il Premio del Presidente della Repubblica  e la Medaglia della Camera dei Deputati. Lo scorso mercoledì, il 23 gennaio, dunque pochi giorni prima della "Giornata della memoria" che si celebra domani, il libro Un fiorentino a Beverly Hills è stato presentato nella Sala della Regina di Montecitorio, per iniziativa dell'on. Raffaello Vignali, in un incontro moderato da Filippo Michelangeli, direttore del mensile Suonare News, e impreziosito da musiche di Castelnuovo-Tedesco eseguite alla chitarra dal concertista Giulio Tampalini e da un duo di stelle: la violinista Francesca Dego con la pianista Francesca Leonardi.

«Quest’anno si celebra il 50° anniversario della morte del compositore di Firenze», ha commentato Filippo Michelangeli introducendo l’autore del libro, «ma la sua musica è più che mai viva».

E allora noi di Famiglia Cristiana abbiamo rivolto a Angelo Gilardino alcune domande per capire meglio la figura di Mario Castelnuovo-Tedesco:

 

Maestro, il suo libro è in gran parte costruito sulle memorie che lei conserva nelle corrispondenze con il compositore. Ma come è iniziata la sua amicizia - se di amicizia si può parlare, essendo forse prevalente in lei il sentimento di rispetto - con il musicista fiorentino? Vi davate del lei? C'era confidenza? E che ricordo ha della prima lettera, del primo contatto?

«Io avevo 25 anni, ero un chitarrista sconosciuto che ammirava la sua musica - non solo quella per chitarra. Fu lui a scrivermi, ad aiutarmi a capire me stesso, a incoraggiarmi e a darmi anche un aiuto potente, indicando il mio nome al direttore delle Edizioni Bèrben di Ancona, che intendeva creare una nuova collana di musica originale per chitarra ed era alla ricerca della persona adatta a dirigerla. Inoltre, mi dedicò un bellissimo pezzo per chitarra, adoperando le corrispondenze tra le lettere del mio nome e del mio cognome secondo uno schema che aveva costruito lui stesso, e lo intitolò “Volo d’angeli”; e - forse la cosa più importante - mi disse che avrei fatto meglio a indirizzare la mia attività musicale verso la composizione piuttosto che nei concerti. Io gli devo moltissimo. Non ho mai avvertito tutto ciò come un debito di gratitudine, ma come un sentimento di riconoscenza che, dopo la sua morte, ho cercato di tradurre in iniziative a favore della sua opera – ultima, in ordine di tempo, la sua biografia. Lui mi scrisse circa 70 lettere e solo nelle prima mi diede del Lei, poi passò al tu, e si firmava “Nonno Mario”, perché tra noi era sorta un’amicizia che è andata di là dal tempo. Io gli diedi sempre del Lei. Destinò a me la penna con la quale aveva scritto la sua musica per decenni, come un segno della sua convinzione che io potessi continuare la sua opera nel campo della musica per e con chitarra».

 

Nell'arte dello scrivere musica sul pentagramma, nelle sfumature dell'armonia o del contrappunto, che cosa un gigante come Mario Castelnuovo-Tedesco ha insegnato al giovane compositore Gilardino, che lei non sapesse già?

«Mi ha insegnato l’arte della semplicità e il modo di evitare ogni forma di ridondanza e di retorica. In altre parole, a essere e non a cercar di sembrare».

 

Lo speciale amore di Castelnuovo-Tedesco per la chitarra classica - strumento al quale ha dedicato composizioni tra le più celebri ed eseguite ancora oggi, restando nell'ambito della musica colta - a che cosa era dovuto? A una naturale e intima "corrispondenza di amorosi sensi" per la timbrica della chitarra, o all'incontro con il carisma di Andrès Segovia? E' più una questione di fascinazione per lo strumento, oppure Segovia è stato per Castelnuovo-Tedesco quello che il clarinettista Richard von Mühlfeld fu per Johannes Brahms, un ispiratore tale da fargli tornare la voglia di comporre?

«Fu Segovia a indurlo a comporre per chitarra nel 1932, però con il tempo egli si identificò con l’idioma dello strumento, e con la sua essenzialità, e scrisse molti pezzi in cui non vi è alcuna traccia segoviana».

 

La vicenda umana e artistica di Castelnuovo-Tedesco è anche, come ampiamente documentato nel suo libro, la storia di un italiano di religione ebraica fuggito a causa delle leggi razziali. Castelnuovo-Tedesco, però, sbarca negli Stati Uniti e inizia una nuova vita. Una vita felice, serena, anche remunerativa, in termini di soddisfazioni artistiche ed economiche. Si può dire che la "vita americana" del compositore fiorentino abbia cancellato quasi interamente il dolore per l'esilio in fuga dal regime fascista? Cioè Mario Castelnuovo-Tedesco ha "dimenticato" sull'onda della nuova avventura hollywodiana? Oppure il dolore è rimasto sempre dentro, presente, tagliente, sino all'ultimo istante?

«No, egli non dimenticò mai l’Italia, la Toscana e Firenze, e dal 1948 al 1968 - anno della sua scomparsa - tornò in Italia ogni due anni, come turista, per ricongiungersi spiritualmente e fisicamente, e non soltanto mnemonicamente, ai luoghi della sua infanzia e della sua giovinezza. Non tornò in patria, e preferì vivere a Beverly Hills, perché non aveva fiducia nella vita musicale italiana e nei personaggi che la dirigevano. I quali, infatti, alla persecuzione che lo aveva colpito nel 1938, aggiunsero nel dopoguerra le loro meschinerie per rendergli amara la vita. Ma non ci riuscirono».

 

Quali sono le due composizioni che meglio rappresentano le due vite del compositore?

«La prima parte della sua esistenza (1895-1938) tocca il suo apogeo compositivo nel Concerto in Re op. 99 per chitarra e orchestra. La seconda parte (1929-1968) nella raccolta dei Sonetti di Shakespeare, che egli musicò per voce e pianoforte».

 

Quale quella dove più si ascoltano la tristezza e l'afflizione per le leggi razziali?

«La meravigliosa “Ballata dall’esilio” per voce e chitarra, scritta sulla struggente poesia del suo concittadino Guido Cavalcanti».

 

E quale quella dove dominano i toni americani "dal Nuovo mondo", di rinascita, di libertà, di felicità?

«Il poema per violino e orchestra intitolato “Larchmont Woods”, composto nel 1939, poco dopo il suo arrivo nel nuovo mondo. Va però aggiunta una riserva: non conosciamo la partitura che egli compose attingendo ai canti e alle danze degli Indiani d’America. Essa apparteneva alla Metro Goldwin Mayer, ora alla Sony, e non sappiamo esattamente dove si trovi, né se sia possibile recuperarla».

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