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martedì 22 ottobre 2019
 
Colloqui col Padre
 

Cattolici e politica, piccoli passi per cambiare la società

22/05/2019 

Caro don Antonio, ho 67 anni e vivo ad Ancona. Sono abbonato a Famiglia Cristiana e sono un fervente cattolico. Il problema dell’impegno dei cattolici in politica è antico. Agli inizi del secolo scorso era stato don Luigi Sturzo il primo a sollevarlo. Dopo la seconda guerra mondiale Alcide De Gasperi diede a esso pratica attuazione e la Democrazia Cristiana ha rappresentato un faro per milioni di cattolici italiani, con uomini di grande valore e fedeli al messaggio evangelico come Giorgio La Pira, Piersanti Mattarella e Aldo Moro. Tuttavia non si può dire che la maggioranza dei politici democristiani sia stata un modello di perfezione evangelica. La corruzione ha dilagato fino a travolgere quel partito, anche se sostenuto dalla Chiesa.

Oggi il quadro nazionale e la società sono radicalmente cambiati. Nel 1948 si era in piena Guerra Fredda e gli italiani erano terrorizzati che un dittatore come Stalin potesse stendere i suoi artigli fino a noi. Oggi questo pericolo non esiste più. Ma c’è forse un pericolo ancora più grande: l’ateismo e il materialismo imperanti, giunti al punto di non permettere più nessuna distinzione, sul piano comportamentale, tra un cristiano e un ateo. Papa Francesco ha detto che i cattolici dovrebbero impegnarsi in politica, ma fare la vera politica, quella buona, cioè essere al servizio della gente, specie i più poveri e abbandonati. Io non vedo nessun partito capace di rispondere a tali requisiti e il motivo è evidente. Tutti si pre€figgono un unico scopo: governare e trarne i relativi vantaggi.

È proprio questo il punto e ce lo indica chiaramente Cristo nel Vangelo: i suoi seguaci devono mettere al primo posto i suoi insegnamenti e noi sappiamo bene quali sono. Un partito dei cattolici italiani dovrebbe proporsi di portare in Parlamento persone di reali sentimenti evangelici, che si preoccupino in primo luogo di sollevare quella parte della popolazione che si trova in povertà o ai margini di essa, ponendo in essere una vera giustizia sociale. Parlare di Destra o di Sinistra non ha senso. Gesù Cristo non ha mai pensato in questi termini e il suo messaggio per un vero cattolico è sempre attuale. Un rappresentante dei cattolici italiani, a livello nazionale o locale, dovrebbe essere di specchiata onestà e moralità, inattaccabile per la sua condotta, trattenendo delle sue indennità solo la parte per rimborsare le spese strettamente necessarie per lo svolgimento del mandato. Il semplice sospetto di corruzione dovrebbe essere motivo di sospensione dal partito fino al chiarimento con sentenza. Nei consessi pubblici di cui fa parte, egli dovrebbe tenere un comportamento estremamente corretto e dignitoso, esporre le sue idee pacatamente e contestare quelle altrui solo se realmente le ritiene ingiuste, e non per partito preso.

Lei mi dirà che con tali requisiti di voti se ne prendono molto pochi. È vero, ma lo scopo non dovrebbe essere governare, lo ripeto, ma portare in Parlamento e negli altri consessi pubblici un modello che la gente finirebbe per prendere a riferimento. Perché non è vero che gli italiani sono come un gregge di pecore, ma sanno distinguere il buono dal cattivo e, se trovano persone di cui possono fidarsi, alla fine le premiano. Piccoli passi che consentano di cominciare a cambiare la nostra società. Gli iscritti al partito dei cattolici italiani dovrebbero tutti impegnarsi sul piano sociale, sia attraverso donazioni ai più poveri, nei limiti delle loro possibilità economiche, sia con attività di volontariato e anch’essi distinguersi dalla massa della popolazione per la loro onestà, moralità e bontà.

Anche solo pochi semi, se buoni, porteranno buoni frutti e, con il tempo, i risultati si vedranno. Non credo che la mia sia solo una pia illusione. In ogni caso ci terrei a conoscere il suo pensiero. Un saluto fraterno nella pace del Signore.

RENATO SCUTERINI

Caro Renato, grazie per queste riflessioni. In questi ultimi anni e specialmente nei mesi scorsi il tema dei cattolici in politica è emerso sempre più, vista anche la situazione che si è venuta a creare nel nostro Paese. Lo avevamo messo bene in evidenza all’indomani delle ultime elezioni, nel n. 11 del 2018, con un’inchiesta dal titolo: “Cattolici e politica: strade divise per sempre?”. La domanda nasceva in particolare dal fatto che la maggior parte dei rappresentanti dell’associazionismo cattolico era rimasta fuori dal Parlamento. In questo periodo molti sentono la necessità di persone che si impegnino con coerenza per il bene comune, distinguendosi per «la loro onestà, moralità e bontà». È solo una pia illusione? Non credo, caro Renato, anche se i tempi sono difficili e la gente viene facilmente ammaliata dalle facili promesse e dal tanto fumo negli occhi dovuto a slogan superficiali e a fake news. Il tempo è galantuomo, come si suol dire, e i frutti amari di certe scelte prima o poi appariranno a tutti. Ma non vorrei che ci volesse troppo tempo per accorgersene.

Non ho ricette per dire come dovrebbe essere l’impegno di noi cattolici in politica. Propongo solo alcune ulteriori riflessioni, prendendo spunto da un libretto del filosofo Emmanuel Mounier che ho letto molti anni fa ma che mi è rimasto impresso. Si intitola Il personalismo ed è stato edito dall’Ave nel 1964. Parlando dell’impegno, il pensatore cattolico scriveva: «Si parla continuamente di impegnarsi come se ciò dipendesse da noi: ma noi siamo impegnati, imbarcati nell’avventura, preoccupati. Perciò l’astensione è un’illusione. Lo scetticismo è ancora una filosofia; ma il non-intervento, fra il 1936 e il 1939, ha prodotto la guerra di Hitler, e chi non “fa politica”, fa passivamente la politica del potere costituito». Mounier spiegava poi che non ci si deve illudere di poter fare politica rimanendo puri e perfetti. L’uomo d’azione completo, infatti, porta in sé una duplice polarità, profetica e politica (intesa in questo caso come la ricerca di espedienti e compromessi). «È indispensabile», scriveva il filosofo, «che esistano entrambi questi tipi d’uomo e che siano articolati reciprocamente: in caso contrario il profeta, lasciato a sé stesso, si volge all’imprecazione inutile e il tattico si perde nel suo manovrare». Come far coesistere insieme questi due poli? Ecco la spiegazione di Mounier: «Se l’impegno è un consenso all’espediente, all’impurità (“sporcarsi le mani”) e al limite, non può tuttavia consacrare l’abdicazione della persona e dei valori che la persona serve; la sua forza creatrice nasce dalla tensione feconda che esso suscita fra l’imperfezione della causa e la sua fedeltà assoluta ai valori che sono in giuoco».

Posto, quindi, che come cattolici non possiamo che essere impegnati in politica, anche semplicemente con le nostre scelte, va aggiunto che chi si dedica direttamente alla “cosa pubblica” deve sì “sporcarsi le mani”, cercare la via della mediazione e dell’intesa in vista del bene comune, ma non deve abdicare ai propri valori. Tutto questo, poi, si realizza non con astratte riŽessioni, ma mettendosi in gioco, ascoltando le persone, andando nelle “periferie” di cui parla sempre papa Francesco, facendosi carico dei problemi concreti della gente, aiutando chi è nel bisogno. La presenza dei cattolici in politica non è solo costruzione di un partito nuovo o entrare in uno di quelli esistenti, ma impegno concreto per gli altri nel proprio paese, nel territorio in cui si vive, secondo le possibilità di ciascuno. Puntando sempre sul dialogo e sull’attenzione alle persone, specialmente quelle più deboli, contrastando ogni forma di odio, rancore, estremismo o violenza, che portano solo al conflŽitto e alla divisione, a una “guerra tra poveri” di cui si approfitta chi cerca solo il potere.

Foto Eidon.

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