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domenica 19 maggio 2019
 
 

Chi è Ai Weiwei, il regista dalla parte dei più deboli

03/10/2017  La storia e l'impegno del grande artista cinese nella nostra intervista.

Designer, architetto, dissidente, video maker, attivista, Ai Weiwei (sessantenne figlio di Pechino) è anche la più fastidiosa spina nel fianco del regime cinese guidato dal primo ministro Li Keqiang. Da trent’anni, muovendosi tra politica e ricerca artistica, porta avanti una coerente lotta per la libertà d’espressione. Le sue opere (dipinti, foto, video, mega installazioni) evidenziano il contrastato rapporto tra tradizione e modernità, che in nessun altro paese appare così lacerante come in Cina. Denunciano le storture del neocapitalismo. Da tempo Ai Weiwei, vicino agli ultimi non solo in Cina ma ovunque nel mondo l’umanità venga calpestata, segue il dramma dei migranti. Ha così raccolto immagini e testimonianze, assemblandole con sguardo personale. Human Flow è narrazione emozionata, asciutta, che cattura gli occhi e strizza il cuore.

I capelli a spazzola, la barbetta dal pizzo grigio, l’aria paciosa farebbero pensare a un operaio appena smontato dal lavoro. Ai Weiwei siede composto. Ma come non provare brividi d’emozione ripensando alla sua storia? Figlio del poeta Ai Qing, da adolescente lo segue con la famiglia nel deserto del Gobi quando viene confinato per le idee poco comuniste. Dal 1981, studia e lavora a New York appassionandosi all’arte concettuale di Duchamp e alla pop art di Andy Warhol. Primi successi, ma nel 1993 rientra in Cina per seguire il padre malato. Attorno a lui si forma un gruppo di giovani artisti che lamentano la perdita dell’eredità culturale per colpa del consumismo. Ai Weiwei realizza Forever, installazione fatta con centinaia di biciclette senza pedali né catena (perché non portano da nessuna parte) che denuncia la massificazione. Nel 2005 apre un blog in cui parla d’arte e critica il governo. Quando nel 2008 un catastrofico terremoto colpisce la regione di Sichuan e provoca 70 mila morti, s’indigna perché le autorità negano che gli studenti, a migliaia, siano rimasti sotto le macerie di scuole insicure. Cerca i parenti e pubblica i nomi di oltre 5 mila bambini deceduti. Il governo oscura il blog e Ai viene malmenato. Lui reagisce firmando un’altra installazione: Snake Bag, enorme serpentone fatto di zaini scolastici. Weiwei è pure valente architetto, collabora alla costruzione del nuovo stadio di Pechino per le Olimpiadi 2008: il famoso Nido d’Uccello. Diserta però l’inaugurazione e denuncia lo sfruttamento degli operai che ci hanno lavorato. Risonanza mondiale. Il governo reagisce demolendo la sede del suo studio per presunte irregolarità e facendolo arrestare per evasione fiscale. Dal 3 aprile 2011, Ai viene detenuto illegalmente per 81 giorni (di cui 30 ammanettato) isolato da tutti. Rilasciato, gli viene tolto il passaporto e vietato il web. Lui documenta tutto nel video S.A.C.R.E.D. Nel 2014 con 1,2 milioni di mattoncini Lego fa i ritratti di 176 perseguitati politici: da Mandela a Snowden, da Galileo a Dante. Il web impazzisce e quando la Lego si dissocia, temendo conseguenze, deve ritrattare. Nel 2015, nominato ambasciatore da Amnesty International, Ai Weiwei ritrova il passaporto: vola da moglie e figlio in Germania, poi va a Lesbo. Colpito dal dramma dei rifugiati, realizza Reframe: mega installazione fatta con enormi gommoni arancioni (quelli dei migranti) attaccati alle mura esterne di Palazzo Strozzi, a Firenze, dove questo inverno la mostra AI Weiwei Libero ne celebra inventiva e coraggio. Nell’ultimo anno poi l’artista cinese gira il mondo per filmare volti e storie di chi emigra spinto da guerra o fame. Chi ci sta di fronte non è un semplice regista.

Signor Weiwei, c’è un rapporto tra l’installazione di Firenze e il film?

“Si tratta dello stesso atteggiamento, ma con una diversa estetica. Un bimbo che prova dolore può urlare ma può anche piangere in silenzio”.

Sul piano umano, cosa le lascia questa esperienza?

“Un viaggio nella realtà così, senza sovrastrutture, ti stravolge. Come individuo, ho cercato però di non appassionarmi a una singola storia. Volevo conoscere il fenomeno migranti nella sua complessità”.

Ha impiegato un anno di tempo girando in 23 Paesi…

“Non ci sono solo i profughi che annegano nel Mediterraneo. Oggi, più di 65 milioni di persone nel mondo sono costrette da fame o guerre a lasciare le case. Il più grande esodo umano dopo il conflitto mondiale”.

Perché ha filmato immagini con la telecamera, altre col cellulare?

“Lo stile è messaggero della realtà. Quella delle migrazioni è talmente immensa che mi ha suggerito uno stile a collage”.

Ogni tanto compare anche lei.

“E stata una decisione importante, fatta al montaggio. La realtà si fa racconto solo quando si relaziona con l’individuo”.

Il suo sguardo è critico, specie con l’Europa dell’est. L’Italia compare però solo per alcune scene di Lampedusa...

“L’Italia ha una lunga storia di emigrazione e di accoglienza. Anche per la posizione geopolitica. Credo che il vostro Paese sia coerente coi suoi valori, ma può far poco di fronte a un fenomeno così globale”.

Cosa risponde a chi la critica dicendo che non si possono usare immagini così belle per raccontare il dramma dei rifugiati?

“La storia dell’umanità è piena di grandi sofferenze. La tragedia dei migranti è solo una. Ma dalle sofferenze viene la spinta a migliorarsi. E questa è bellezza. Un artista deve saper osservare il bello che c’è anche nelle cose peggiori. Il cinema è un’elaborazione estetica della realtà”.

Nei luoghi in cui ha girato, c’è un elemento comune che l’ha colpita?

“Sì, lo sguardo innocente dei bambini. La stessa voglia di giocare, di correre dietro la nostra cinepresa. Dappertutto. Finché coglieremo l’umanità nello sguardo dei bambini ci sarà speranza di cambiamento. La speranza dà coraggio e fantasia. Se c’è fantasia allora esiste ancora una possibilità. Ecco perché continuo a fare arte”.

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