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giovedì 22 febbraio 2018
 
La testimonianza
 

Colombia, la pace si osserva meglio dalla giungla

08/10/2016  L'impegno dell'Associazione Giovanni XXIII nel Paese delle forti contraddizioni, dove il presidente Santos ha vinto il Nobel per la pace ma dove il "No" al referendum ha congelato gli stessi accordi tra Governo e Farc. La presenza non-violenta dei volontari dell'Operazione Colomba al fianco dei contadini colombiani. Ma è là, nella giungla, che tutto sembra più chiaro: la firma non porterà con sé la pace, di sicuro non nell'immediato, perché va cercata e fondata su verità e giustizia.

La radio annuncia che il Premio Nobel per la Pace 2016 è stato assegnato al Presidente della Colombia, Juan Manuel Santos. Lo scorso 24 agosto la chiusura ufficiale degli accordi di pace all'Avana. Dopo un mese, la firma definitiva degli accordi a Cartagena, il 26 settembre scorso, in cui il capo delle FARC ha ribadito l'impegno, di qui in avanti, di utilizzare come unica arma per combattere la parola. Poi la doccia fredda della vittoria del NO al referendum, che ha costretto al congelamento di quanto stabilito negli stessi accordi appena firmati. Gabriel Garcìa Màrquez avrebbe potuto scriverci un romanzo, un altro sui suoi amati colombiani, gente dal “carattere solitario e un cuore impenetrabile”.

La giungla, dove noi volontari di Operazione Colomba siamo presenti, risulta essere un punto di vista privilegiato per osservare lo svolgersi di questi eventi. Da otto anni, viviamo con i contadini della Comunità di Pace di San Josè di Apartadò. Gente che ha rifiutato di stare dalla parte delle armi di qualsiasi gruppo armato si tratti, dei guerriglieri, dei paramilitari e del governo. Per questo hanno sempre subìto minacce e più di 200 persone sono state uccise dal 1997, quando nasce la Comunidad de Paz. La nostra presenza, non-violenta, cerca di essere deterrente all'uso di una violenza ancora maggiore contro queste persone. Il nostro impegno, e quello di altri gruppi internazionali, permette loro di poter continuare a sopravvivere nella loro terra.

Abbiamo osservato con speranza l'evolversi delle trattative di pace, ma senza illusioni. Il più grande risultato delle trattative è stato sicuramente, almeno sino a qui, il cessate il fuoco bilaterale, che ha permesso che gli scontri armati tra esercito e FARC cessassero quasi del tutto in questo periodo. Tuttavia in Colombia non ci sono solo le FARC, ma altri gruppi guerriglieri, come l'ELN, e gruppi paramilitari interessati a contendersi il territorio. Lo scorso 6 settembre, i volontari di Operazione Colomba sul campo, mentre accompagnavano una commissione della Comunidad in un villaggio, hanno incontrato un gruppo paramilitare, le AGC (Autodefensas Gaetanista de Colombia), il quale ha riferito: «Non vogliamo fare del male alla gente, ma la gente si deve abituare alla nostra presenza perché noi siamo venuti per prendere il controllo del territorio che lasceranno le FARC. Siamo disposti a combattere con altri gruppi armati per il territorio». Già da tempo, proprio in relazione agli Accordi di Pace, stiamo infatti assistendo sul campo a un grande movimento di gruppi armati interessati a contendersi il controllo del territorio e degli spazi che verranno "lasciati liberi dalle FARC", come dicono loro. Questo significa che la popolazione civile si troverà nuovamente in mezzo a violenze, intimidazioni e scontri armati se non ci sarà un impegno immediato da parte delle autorità competenti per evitarlo. La situazione sul campo è dunque di una pressione enorme sulla popolazione civile che si trova presa nel mezzo.

Un punto che per noi è molto chiaro, e che sembra non esserlo altrettanto in chi sbandiera demagogicamente questi Accordi di Pace, è che la firma non porterà con sé la pace, di sicuro non nell'immediato. Sarà solo l'inizio, molto importante, di un lungo e difficile percorso che si spera prosegua in quella direzione. Il processo che ha portato alla firma degli accordi è durato quattro anni e si è centrato su sei punti. Quattro di questi riguardano la distribuzione della terra, la partecipazione politica, le coltivazioni illegali e il risarcimento delle vittime. Gli altri due si riferiscono alla fine del conflitto e ai meccanismi di verifica e controllo. Le quasi 300 pagine dell'accordo di pace lasciano aperti molti dubbi, soprattutto sul come verranno realizzati i passi per garantire una giustizia vera alle vittime di questo conflitto.

Nondimeno la pace va cercata a tutti i costi, va cercata e va fondata su verità e giustizia. Recuperando anche il significato del perdono. Parola risuonata molto nelle ultime settimane sulle bocche dei diversi leader, ma che per la facilità e frequenza con cui è stata pronunciata è risultata indebolita e svuotata. Il perdono esige un cambiamento nelle persone, nei colpevoli, un cambio di mentalità, un pentimento, un proposito di cambiare nel futuro, una riparazione dei danni commessi. Da qui, e solo da qui, potrà nascere una pace duratura, fondata su verità e giustizia.


Alessandra Zaghini
Responsabile Operazione Colomba in Colombia
Comunità Papa Giovanni XXIII

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