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martedì 11 dicembre 2018
 
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Avvenire, 50 anni dalla parte degli ultimi

03/12/2018  Per volere di Paolo VI, mezzo secolo fa nasceva il quotidiano dei cattolici italiani. Ne ripercorriamo la storia con il direttore Marco Tarquinio: «I fatti che gli altri considerano non-notizie noi li mettiamo in pagina per dare voce ai poveri. La sfida adesso è conquistare i giovani»

Il francobollo commemorativo per i 50 anni di "Avvenire".
Il francobollo commemorativo per i 50 anni di "Avvenire".

Spesso fuori dal coro. Palestra di dialogo con tutti. Sogno (realizzato) di Paolo VI che cinquant’anni fa volle una voce unica dei cattolici italiani affidandola ai laici. Raccogliendo l’eredità del bolognese L’Avvenire d’Italia e del milanese L’Italia, Avvenire debuttò in edicola il 4 dicembre 1968 e in prima pagina c’erano gli scontri tra braccianti e polizia ad Avola, nel Siracusano. Mezzo secolo di vita a raccontare l’Italia, la Chiesa e il mondo. Marco Tarquinio è l’ottavo direttore del quotidiano, dove è arrivato nel 1994 come “numero due” del desk centrale, diventando vicedirettore nel 2007 e direttore due anni dopo.

Cosa signica questo traguardo?

«Ci sono due profili da considerare. Il primo è l’intrapresa giornalistica di Avvenire e lo sguardo profondo e lungo di Paolo VI che si è confermato un anticipatore benedetto immaginando un quotidiano nazionale d’ispirazione cattolica. Oggi siamo il quarto tra i quotidiani generalisti, se consideriamo solo il cartaceo, il quinto nell’aggregato cartaceo e digitale. Questo è un dato importante in un frangente difficile per il mondo editoriale. Avvenire è un attore del dibattito pubblico con il suo timbro specifico e una linea valoriale che ci consente di essere fuori dal gioco “filogovernativi-antigovernativi”. In Italia e nel mondo valutiamo fatti e politiche concrete, non la politica in astratto, dando voce a quelli che di voce ne hanno poca e talvolta nessuna. Tutto questo grazie a un editore come la Conferenza episcopale italiana, la Cei, che ci chiede sobrietà ed efficacia e ci assicura vera e responsabile libertà».

E l’altro profilo? La nascita di Avvenire avvenne tra molte resistenze anche nel mondo cattolico…

«Il cardinale Ersilio Tonini me lo ricordava ogni settimana quando cominciai a dirigere il giornale: il mandato di Avvenire era quello di “servire l’unità” nella Chiesa e nella società italiane. Fu difficile lanciare anche solo il primo vagito, con attenzione attorno ma anche tante e forti resistenze; da quel momento però è stata fatta una bella strada. Certo, i dibattiti che sempre caratterizzano la realtà cristiana oggi sono particolarmente vivi, anche perché stiamo vivendo la stagione del pontificato di Francesco, che ha avviato processi nuovi e spinge all’azione su strade pastorali e di profezia nello spirito del Concilio e con la volontà di servire e interpellare davvero tutti in Italia, in Europa e nel mondo».

Nell’editoriale del primo numero il direttore Leonardo Valente auspicava un quotidiano «dei cattolici più che per i cattolici». Cosa vuol dire?

«L’ambizione era e resta quella di essere una testimonianza della vivacità di quelli che io chiamo i “mondi cattolici”, che convivono nell’unica Chiesa. Penso che tra alterne vicende e non sempre magari con la stessa intensità, Avvenire abbia portato avanti questa vocazione delle origini. Noi sentiamo di appartenere ai nostri lettori e i lettori a noi. Il motivo della resilienza di questo giornale è anche questo. Una recente indagine di Ipsos curata da Nando Pagnoncelli attesta che il lettore di Avvenire legge tra i 48 e 50 minuti al giorno, tre volte tanto il tempo di lettura medio. Prende in mano il giornale più volte, mette da parte gli articoli, legge con attenzione tutte le sezioni, dalle opinioni all’Agorà fino a quelle dell’informazione ecclesiale. Le pagine di Esteri sono amatissime. E così la sezione Attualità, che non è soltanto concentrata sul “lato oscuro” della realtà, ma dà rilievo a quelli che fanno la cosa giusta. Tanti primi piani e tante storie che raccontiamo nascono, per esempio, dalle lettere dei lettori. Quanti fatti della vita dell’Italia e del mondo considerati non-notizie dal mainstream noi invece li mettiamo in pagina e ne facciamo narrazioni lunghe e coinvolgenti».

Qual è la sfida per il futuro?

«Coinvolgere di più i giovani che sono i più lontani dal giornale inteso come strumento che ordina le notizie secondo una gerarchia valoriale, le verifica, offre una chiave di lettura con opinioni che sono accanto ai fatti e non sopra di essi».

L’obiettivo degli esordi, confermato da papa Montini, era quello di fare un giornale aperto a molte voci e alieno da “posizioni cattedratiche”. Missione compiuta?

«Credo proprio di sì. Su Avvenire si sono affacciate e si affacciano voci di credenti, non credenti, cristiani di altre confessioni, ebrei, musulmani. Paolo VI nei primi anni Settanta definì il giornale come “luogo del dialogo”, in esso papa Francesco il 1° maggio scorso ha riconosciuto un “luogo del laicato”. Da sempre il Papa e la Chiesa italiana l’hanno pensato come una realtà dove sono i laici a dare profondità allo sguardo cattolico sul mondo. È stato un segno anticipatore. Questo non vuol dire che sul giornale non scrivano uomini di Chiesa o religiosi. Cito per tutti don Maurizio Patriciello e suor Alessandra Smerilli».

La missione del quotidiano oggi?

«Viviamo un’epoca di confusione ma anche piena di buone intenzioni. Eppure la vera ideologia del nostro tempo sembra diventata il “cattivismo”, per cui hanno ragione e potere quelli che vedono e incarnano il lato peggiore della vita. Ai singoli cristiani e alla Chiesa spetta di portare una croce pesante ma luminosa: ricucire ciò che è slabbrato, trovare, consegnare e ripetere con fedeltà parole che danno senso alla vita buona della gente».

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I 50 anni di Avvenire attraverso le copertine storiche
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