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martedì 22 ottobre 2019
 
 

Aiuti allo sviluppo: così non va

12/05/2010  I Paesi dell'Unione europea mancheranno di circa 13 miliardi di euro i loro obiettivi in materia di aiuto allo sviluppo. Italia e Grecia sono i fanalini di coda.

La cooperazione sta morendo, bisogna ripensarla radicalmente a partire da nuove relazioni tra Nord e Sud del mondo, unendo chi è impegnato per i diritti in Italia e chi s'attiva nei Paesi in via di sviluppo. Questo il senso del seminario internazionale “Requiem per la cooperazione?” organizzato a Roma da Solidarietà e Cooperazione - Cipsi, dal Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza (Cnca) e dagli Enti locali per la pace, al quale sono intervenuti 30 relatori provenienti da quattro continenti.     

     Le cifre raccontano la cocente sconfitta delle buone intenzioni.  Con ogni probabilità, infatti, nel 2010, i Paesi dell'Unione europea mancheranno di 13 miliardi di euro i loro obiettivi in materia di aiuto allo sviluppo. L'allarme nasce dall'attenta lettura di un documento riservato della Commissione europea, elaborato prima del vertice dei ministri dello Sviluppo tenutosi il 17 e 18 febbraio scorsi in Spagna. In quelle pagine, la Commissione raccomanda agli Stati membri diimpegnarsi a raggiungere, entro il 2015,  la soglia dello 0,7 per cento del Prodotto interno lordo (Pil), una cospicua porzione di "ricchezza" da impiegare nel riscatto economico-sociale dei Paesi meno sviluppati. 

     Ad aver tagliato quest'auspicato traguardo, oggi, sono soltanto quattro  Stati: il Lussemburgo, la Svezia, l'Olanda e la Danimarca. La Spagna, il Belgio, il Regno Unito, la Finlandia e l'Irlanda sono sulla strada giusta, seguite da Francia, Germania, Austria e Portogallo. L'Italia e la Grecia sono il fanalino di coda essendo i Paesi più lontani dal raggiungimento degli obiettivi. E il "requiem" per gli aiuti allo sviluppo italiani, spiegano le Organizzazioni non governative, è iniziato proprio nell’anno in cui Roma ha presieduto il G8. “Per l’organizzazione del summit è stato speso più di quanto sia stato stanziato per la cooperazione: circa 400 milioni di euro contro 321,8 milioni (pari allo 0,16 per cento del Pil)", è stato detto al seminario. "Siamo di fronte ad un taglio del 56 per cento delle risorse disponibili per i progetti di cooperazione del ministero degli Esteri. L’obiettivo di raggiungere, nel 2010, lo 0,51 per cento del Prodotto interno lordo è purtroppo sfumato”.

     Eppure, spiega Guido Barbera, presidente di Solidarietà e Cooperazione – Cipsi, “nei momenti di crisi economica, la politica che investe in cooperazione sociale e internazionale contribuisce in maniera determinante ad affrontare i problemi sociali, nazionali e internazionali. I tagli alla cooperazione, viceversa, aumentano i problemi e le tensioni, producendo maggiori costi”.“Vogliamo denunciare con forza la grande ipocrisia in cui l’Europa e l’Italia cadono quasi ogni giorno", aggiunge poi don Armando Zappolini, vicepresidente del Cnca: "non si può dire che le persone vanno aiutate nei loro Paesi di origine, favorendo lo sviluppo di quelle comunità, e poi non investire nella cooperazione. Dovrebbe essere chiaro, ormai, che volontariato e Ong da soli non ce la fanno”.
 
     Per Eugenio Melandri, direttore della rivista Solidarietà internazionale, sugli aiuti internazionali cresce la confusione della gente. “Non è un caso che tendono a confondersi aiuti umanitari e missioni militari che troppo spesso, sotto lo slogan del peace keeping, tendono di fatto a creare un mondo ad immagine e somiglianza dell’occidente e dei suoi interessi”, sottolinea Eugenio Melandri. Per questo oggi serve un cambio di rotta, soprattutto dal punto di vista culturale. “Finché si continuerà a pensare solo che bisogna aiutare", ha affermato Barbera, "si continuerà ad accettare che vi siano persone che dipendono da altre. La cooperazione non è elemosina, assistenzialismo, aiuto. Se così fosse, basterebbe aumentare gli stanziamenti, arrivando allo 0,7 per cento del Pil, per risolverla. La cooperazione deve essere attenta non tanto alle strutture o alle infrastrutture, ma alle persone”.

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