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sabato 22 settembre 2018
 
 

Delitto di Corigliano: perdonate mio figlio

31/05/2013  Parla la mamma di Davide, il ragazzo che ha ucciso la fidanzata bruciandola mentre era ancora viva. La storia di un figlio "normale", il dolore straziante che non si cancella

Alcuni ragazzi di Corigliano Calabro davanti a un poster in ricordo di Fabiana.
Alcuni ragazzi di Corigliano Calabro davanti a un poster in ricordo di Fabiana.

Sparpagliati sul tavolo del soggiorno i documenti giudiziari. In cucina, una camicia di Davide non ancora stirata profuma di bucato fresco. “L'aveva indossata per una festa”, dice la madre in lacrime e la stringe a sé come una reliquia. “Ecco, questa è la casa del mostro. E io sono la mamma del mostro”.


Piange Pina Forciniti, la madre di Davide, che a 17 anni ha ucciso a coltellate e bruciata viva la sua fidanzata, Fabiana Luzzi, 15 anni, a Corigliano Calabro.
Ora è in custodia all'Istituto Penale Minorile di Catanzaro accusato di omicidio volontario aggravato.
“Sogno di svegliarmi domani mattina e trovarlo nel suo letto come sempre”, dice, “e io che vado da lui a svegliarlo e portargli la colazione”.

in custodia all'Istituto Penale Minorile di Catanzaro accusato di omicidio volontario aggravato (Cosmo Laera).
in custodia all'Istituto Penale Minorile di Catanzaro accusato di omicidio volontario aggravato (Cosmo Laera).

Per la prima volta la donna apre le porte della sua casa di Corigliano, una villetta alla periferia del paese, in località Gallo d'Oro, e accetta di parlare con un giornalista: “Ho scelto Famiglia Cristiana per lanciare un appello”, sillaba piano, “vorrei chiedere perdono alla mamma e alla famiglia di Fabiana anche a nome di mio figlio. Loro sono due fiori recisi, spezzati nella primavera della vita".

Noi due famiglie distrutte. Per sempre. I riflettori su questa tragedia si spegneranno presto, la gente fra poco dimenticherà tutto ma io e la mamma di Fabiana porteremo questo fardello in eterno. Il nostro dolore sarà per sempre. Una condanna, la nostra, da scontare vivendo giorno dopo giorno”.

Il verdetto della giustizia arriverà. Quello della gente è già arrivato. Per Davide s'invocano pene esemplari. La mamma di Fabiana, che sta vivendo il suo dolore con dignità e ammirevole compostezza, ha chiesto più volte giustizia per quella figlia che sognava di fare danza e progettava serena il suo futuro. “È giusto che Rosa (la madre di Fabiana, ndr) chieda giustizia per Fabiana, anch'io farei lo stesso al suo posto. Ma è giusto anche che io chieda perdono. Sono una madre anch'io. Solo io posso capire quello che sta provando lei in questo momento”.

Le coppe vinte da Davide durante le sue attività sportive (Cosmo Laera).
Le coppe vinte da Davide durante le sue attività sportive (Cosmo Laera).

Nei giorni scorsi la signora Rosa aveva chiamato al telefono la madre di Davide. “Perché lo ha fatto?, dimmi, ti prego, perché?”. Un dialogo muto. Dall'altro capo della cornetta solo lacrime e singhiozzi. Le parole vengono meno quando si cercano spiegazioni a un orrore così grande. “Spero che un giorno arrivi il perdono della famiglia di Fabiana perché quello che è successo ha distrutto anche la nostra di famiglia”, dice la signora Pina.

Ora, accompagnata da uno dei suoi legali, l'avvocato Antonio Pucci, che le sta accanto in ogni momento, fa la spola tra Corigliano e Catanzaro. “Quando l'hanno portato via sabato scorso ha detto: 'Mamma, tu devi venire con me. Ti voglio al mio fianco'. Ci sono andata, piangeva e tremava con un bimbo. Io non l'ho lasciato solo, non potevo abbandonarlo, non posso farlo. Sono sua mamma. Sono la persona più importante della sua vita. Ha bisogno delle mie carezze e dei miei baci. Una madre ha il dovere di restare accanto a suo figlio”.

In carcere, racconta Pina, Davide si è chiuso nel silenzio: “Piange continuamente. Mi ha chiesto di suo papà, forse ha preso già consapevolezza di ciò che ha fatto”.

Nella casa il tempo sembra essersi fermato. Un borsone con i vestiti aspetta di essere portato a Catanzaro. Nella camera, disposte una accanto all'altra sulla mensola, le coppe che Davide aveva vinto nelle gare sportive. Il computer ancora aperto, i peluche sul divano. “Una volta”, racconta la madre, “faceva la terza media e aveva vinto tre medaglie. Alla fine aveva deciso di regalarne una ad un suo amico che non aveva vinto nulla perché gli dispiaceva. Mio figlio era anche questo”.

Alto, belloccio, amava il rugby, Davide e sognava di fare nuoto. Due anni fa aveva frequentato un corso per diventare arbitro. Piaceva molto alle ragazze che a scuola se lo contendevano. “L'avevo soprannominato 'O'scia', significa 'respiro mio””, dice Pina, “perché lui era davvero il mio ossigeno. Riempiva tutta la casa con la sua vitalità e la sua ironia. Non mi vergogno di essere sua madre. Ora questa casa è vuota, lui non c'è, il mio cuore è spezzato. Due famiglie distrutte”.

Gli aneddoti si mescolano ai racconti, i singhiozzi alle lacrime. “L'anno scorso”, racconta la donna, “Davide era andato per un mese a Novara per uno stage con la scuola e quando è partito mi diceva di avere cura di Fabiana. Era l'unico dei ragazzi che sul pullman piangeva per la partenza”.

Due mesi fa, Davide era stato sospeso da scuola per un mese dopo aver sferrato un cazzotto a un altro ragazzo. “Si era pentito di quel gesto”, dice, “alla fine aveva chiesto scusa. La scuola, poi, gli mancava molto”.

Quando parla del figlio la signora Pina parla solo al passato. “Oggi sono venuti i suoi compagni di classe a trovarmi e a uno gli ho detto: 'Hai voluto tanto bene a Davide'. E lui mi ha risposto: 'Voglio bene a Davide', usando il presente. Sono scoppiata in lacrime”.

È consapevole, la signora Pina, che è difficile chiedere perdono. Soprattutto in una tragedia simile. Ma lei non dispera, anche un giorno lontano, di ottenerlo: “So che la famiglia di Fabiana è credente, è stata esemplare per come ha reagito in questi giorni. Prego spessa da sola. Quando l'ho visto nascere Davide ho detto: 'Che bello che è, Dio lo affido a te. Custodiscilo tu'. Ma forse la mia preghiera non è stata ascoltata. O non era degna di essere esaudita”.

Il vento freddo di tramontana sferza Corigliano in questa primavera fredda che sembra già autunno. “A primavera”, dice la signora Pina sull'uscio di casa, “i fiori fioriscono. I nostri, Fabiana e Davide, sono stati recisi, spezzati per sempre. E noi con loro”.


Antonio Sanfrancesco

Da fine anni ’80 i centri antiviolenza rappresentano il presidio vero per aiutare le donne maltrattate e minacciate a cercare una vita senza paura. Per sé, e spesso per i propri figli.
A Milano, la Casa di accoglienza delle donne maltrattate (Cadmi) esiste dal 1988: ha seguito oltre 25 mila donne in difficoltà attraverso l’ascolto telefonico e i colloqui personali, ne ha ospitate in indirizzi segreti più di 600 che rischiavano la vita.
«Oggi il 30 per cento dei centri potrebbe chiudere», sottolinea la presidente della Cadmi, Manuela Ulivi, «nel momento in cui le pubbliche amministrazioni, che all’inizio pagavano operatori e davano sedi, cambiano idea e non sentono più quei progetti come prioritari. Con noi, per esempio, il Comune di Milano rinnova di anno in anno la convenzione, che sostanzialmente sostiene il servizio di ospitalità, i nostri sportelli per l’antistalking e la formazione che facciamo nelle scuole. Noi però dobbiamo pagare l’affitto della sede e delle case che abbiamo a indirizzo segreto, e sei o sette operatrici assunte al di là di tutto il nostro lavoro volontario».

La Cadmi aderisce all’associazione D.i.Re, Donne in rete contro la violenza, che riunisce 63 dei centri italiani. Nel 2012 a questi centri si sono rivolte 15.201 donne. «In Italia esistono troppo pochi centri antiviolenza», ha denunciato Titti Carrano, presidente di D.i.Re.
«Ci sono interi territori senza nessuna offerta specifica. Per il Consiglio d’Europa, il territorio nazionale dovrebbe offrire 5 mila posti letto per donne a rischio. Noi ne abbiamo a disposizione solo 500».
Alcune ministre, a partire dalla titolare delle Pari opportunità Josefa Idem, e la stessa presidente della Camera Laura Boldrini, hanno assicurato un rinnovato impegno contro la violenza sulle donne, per un aumento dei fondi e la creazione di un Osservatorio nazionale. Nella discussione se servano oppure no nuove leggi, Manuela Ulivi ha un parere chiaro: «No, non ne servono. Se venissero applicate adeguatamente, abbiamo tutte le leggi che ci vogliono. L’unica cosa importante è la ratifica della Convenzione di Istanbul, sottoscritta dall’ex ministro ElsaFornero, che darebbe una serie di direttive generali molto utili», anche per prevenire la violenza domestica.

I dati 2012 della Cadmi sono in linea con la realtà nazionale: confermano che il 74 per cento dei casi di maltrattamento sono stati opera di mariti (47%), ex mariti (5%), conviventi (18%) ed ex conviventi (4%).
La Casa di accoglienza delle donne maltrattate ha anche fatto il punto sugli indagati per stalking del solo Tribunale di Milano (945 nel 2012), quelli per maltrattamenti in famiglia (1.545) e per violazione degli obblighi di assistenza familiare (920). Ma 512 indagini per stalking si sono concluse con la richiesta di archiviazione, addirittura 1.032 per i maltrattamenti. Commenta Francesca Garisto, avvocato della Cadmi: «A volte la Procura non ritiene sufficiente un certificato medico, o ritiene le denunce pretestuose».
Altre volte sono parenti e amici che invitano le vittime a minimizzare. «Ma non bisogna confondere conflitto e violenza», sottolinea Manuela Ulivi, «dicendo: “Vi state separando, è normale che siate in conflitto”. Soprattutto quelli che operano sui casi di violenza devono avere formazione e sensibilità specifiche».

Rosanna Biffi

Perdonare non è facile. Non è automatico. Non è  un atto spontaneo o naturale. Quando subiamo una vera offesa il nostro cuore viene ferito. Proviamo odio, amarezza, non riusciamo nemmeno a guardare negli occhi colui che ci ha fatto del male. Molti, e io tra questi, provano fastidio quando qualche giornalista chiede a chi piange un familiare ucciso se perdona l’assassino. In questa società che tutto trasforma in show e logora i sentimenti si rischia la banalizzazione del perdono, un’intrusione indebita nell’animo di chi è straziato dal dolore. Il perdono cristiano è una cosa seria.

È un dono  che viene da Dio e, a sua volta, viene dato gratuitamente. È forza sanante per l’offeso, prima ancora che per l’offensore, perché l’offeso non sia travolto e distrutto dalla sete di vendetta. Di più. Il perdono non si basa sul merito/ demerito del prossimo, ma su Dio che si è rivelato, in Gesù di Nazaret, come colui che condanna il Male, ma perdona e riconcilia il peccatore, offrendogli la possibilità di una vita nuova. L’essere figlio/figlia di Dio, che è amore e misericordia, induce ad agire e a comportarsi come Dio.

Don Antonio Rizzolo.
Don Antonio Rizzolo.

L’esperienza insegna che il perdono non è dato una volta per sempre. Di frequente ritorna nell’animo il ricordo del male subìto che induce alla tentazione di togliere il perdono a suo tempo sinceramente donato. Non bisogna scoraggiarsi ma, con la grazia di Dio, rinnovare e perseverare nel perdono. Il perdono vero, insomma, richiede un atto della volontà, una decisione forte da prendere anche se il cuore sanguina. Significa non tener conto dei torti subiti, fare del bene anche a chi ci ha fatto del male. Un atto che però è possibile solo se ci abbandoniamo alla grazia dello Spirito Santo. L'unica che sana ciò sanguina. «È lì, “nella profondità del cuore”, che tutto si lega e si scioglie. Non è in nostro potere non sentire più e dimenticare l’offesa; ma il cuore che si offre allo Spirito Santo tramuta la ferita in compassione e purifica la memoria trasformando l’offesa in intercessione».

Lo Spirito Santo, che è l’amore di Dio effuso nei nostri cuori, ci configura a Cristo e ci ricorda l’amore infinito del Padre per ciascuno di noi. Se ricordiamo che Dio ama sia me che l’altro, in lui posso perdonarlo davvero. Il perdono è forse l’unico vero modo di amare gratuitamente come Dio ci ama. Il perdono ci rende davvero figli del Padre che è nei cieli, che «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Matteo 5,45). Il perdono ci restituisce la libertà e la gioia dei figli di Dio.  

Don Antonio Rizzolo,
sacerdote paolino,
direttore del settimanale Credere

Patricia Scotland e il rettore dellUniversità Bicocca di Milano, Marcello Fontanesi.
Patricia Scotland e il rettore dellUniversità Bicocca di Milano, Marcello Fontanesi.

Non è vero che la violenza domestica è ineliminabile, e che non la si possa almeno ridurre moltissimo. Nel Regno Unito lo ha fatto Patricia Scotland, baronessa di Ashtal, avvocato di grande fama e per anni membro di governi laburisti. Prima donna Guardasigilli nel suo Paese con il governo di Gordon Brown, ha messo a punto un sistema di contrasto alle violenze in famiglia che viene chiamato"metodo Scotland". Già esportato con buoni risultati in Spagna e Nuova Zelanda, ora approda anche in Italia, grazie a un accordo con l'Università Bicocca di Milano.

    Alcuni giorni dopo la ratifica da parte dell'Italia della Convenzione di Istanbul relativa alla prevenzione e alla lotta della violenza contro le donne, Patricia Scotland ha siglato con il rettore dell'università milanese Marcello Fontanesi, un impegno comune per aprire nel nostro Paese una sede associata alla Global Foundation for the Elimination of Domestic Violence (Edv), la fondazione creata nel 2011 dalla baronessa di Ashtal. Marina Calloni, docente di Filosofia politica e sociale alla Bicocca, ne è l'ambasciatrice italiana e inizierà da una prima fase di ricerca e sensibilizzazione delle istituzioni. Nel suo viaggio in Italia, Patricia Scotland ha anche incontrato la presidente della Camera Laura Boldrini e un gruppo di parlamentari donne di tutti i gruppi politici.

    Dal 2003 al 2010, nella sola Londra gli omicidi legati a violenza domestica sono calati da 49 a 5. Dal 2003 il governo britannico aveva dato priorità alla riduzione di questa piaga, e i benefici sono stati non soltanto umani, ma anche finanziari: si calcola che fra il 2004 e il 2009, si siano risparmiati 7,1 miliardi di sterline per il recupero di giornate di lavoro da parte di donne non più sottoposte a maltrattamenti in casa. Oltre alla volontà politica, è stato molto importante  il sistema messo a punto da Patricia Scotland.

"L'anello debole era l'insufficienza di collaborazione e coordinamento", ha spiegato Patricia Scotland a Milano. "Governo, amministrazioni, gruppi di aiuto e aziende facevano ciascuno qualcosa. Perciò, abbiamo cercato di capire chi faceva cosa, come interveniva, quanto costavano gli interventi. Abbiamo organizzato una staffetta, nella quale ognuno passa il testimone all'altro: siamo passati dai 1.000 metri individuali percorsi con fatica, al di sopra dei propri mezzi, ai 10.00 metri a staffetta nei quali nessuno si stanca".

Il "metodo Scotland" prevede che contro la violenza domestica lavorino innanzi tutto due organismi: un gruppo di intervento in grado di valutare i rischi per la vittima, e un tutor che la segua subito dopo la denuncia e per almeno tre mesi. La vittima ha a disposizione un alloggio pubblico, così da poter lasciare l'abitazione insieme ai figli, e può contare sul sostegno dell'azienda, in modo da non perdere il lavoro. Fondamentale è la collaborazione tra sistema giudiziario, polizia, servizi medico-sanitari e sociali, protezione e assistenza legale per le vittime. In Gran Bretagna tutto questo ha permesso di ridurre i casi di violenza domestica.

Un libro che racconta il "metodo Scotland" con l'efficacia della narrativa è quello pubblicato da poco dalla scrittrice Simonetta Agnello Hornby con Marina Calloni, Il male che si deve raccontare - per cancellare la violenza domestica (edito da Feltrinelli). Agnello Hornby, nata in Sicilia, vive dal 1972 a Londra, dove ha svolto la professione di avvocato. Da decenni collega e amica di Patricia Scotland, dal 2012 collabora con la Global Foundation for the Elimination of Domestic Violence. E i proventi del libro contribuiranno alla sezione italiana di Edv.

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