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"COSI' ABBIAMO CONVINTO IL SUDAN A CONSEGNARE MERIAM ALL'ITALIA"

26/07/2014  Intervista al viceministro degli Esteri Lapo Pistelli, che ha accolto la donna scampata alla pena di morte. I retroscena dell'azione diplomatica, l'incontro con il Papa, la speranza che il Paese africano si apra alla tolleranza religiosa. E su padre Paolo Dall'Oglio: "Ci lavoriamo giorno e notte".

Lapo Pistelli con Meriam e i suoi bambini
Lapo Pistelli con Meriam e i suoi bambini

“La partenza di Meriam e della sua famiglia per gli Stati Uniti è imminente”, annuncia a Famiglia Cristiana il viceministro degli esteri Lapo Pistelli. Pistelli, fiorentino, 50 anni, racconta alcuni retroscena dell'operazione che ha consentito l'arrivo in Italia di Meriam, la donna sudanese che era stata condannata a morte per apostasia.

E' stato proprio Pistelli ad accompagnare Meriam e i suoi familiari in Italia, dopo un lavoro diplomatico rimasto nella più assoluta segretezza fino all'ultimo momento.  

Viceministro Pistelli, la prima osservazione è che in un'epoca di open diplomacy, dove a volte sembra che la politica estera sia fatta soprattutto su Twitter, resta uno spazio per la segretezza e la diplomazia tradizionale, è così?
 
"Verissimo, è una osservazione che condivido, anche se personalmente sono un sostenitore dell'open diplomacy e del fatto che ormai gli Stati non sono più gli unici soggetti delle relazioni internazionali. Questo è stato un caso in cui effettivamente un dialogo riservato ha dimostrato di avere ancora una sua efficacia. Forse grazie anche alla natura particolare del Sudan, un paese che si sarebbe peggio prestato di altri a un negoziato fatto su Twitter o solo attraverso appelli dell'opinione pubblica".  

Come ha funzionato il lavoro di squadra fra Italia, Sudan e Stati Uniti che ha portato all'arrivo in Italia di Meriam?  
"A noi e agli americani interessava prima di tutto il destino di Meriam e dei suoi cari, ma insieme abbiamo visto in Meriam anche un simbolo della libertà di espressione religiosa. Gli Stati Uniti avevano un interesse importante perché Daniel, il marito di Meriam, ha anche la cittadinanza americana, quindi scatta l'obbligo di protezione e accompagnamento dei propri cittadini all'estero. Italia e Stati Uniti hanno un rapporto diverso con il Sudan. Gli Stati Uniti, con Khartoum, sono un po' più duri e non da oggi. Noi italiani non facciamo il cuore tenero, ma con tutti i Paesi di quella regione abbiamo sempre avuto, rispetto agli americani, un rapporto più di ascolto. In questo caso, il gioco del poliziotto buono e del poliziotto cattivo ha permesso di lavorare in squadra. E' chiaro che i sudanesi non avrebbero restituito volentieri Meriam e la sua famiglia direttamente agli Stati uniti, ma hanno permesso che lo facessimo noi proprio perché siamo noi, perché non ci siamo troppo esposti. Non siamo andati a rapirli con i corpi speciali, abbiamo persuaso le autorità sudanesi che era un loro interesse risolvere la questione".  

Questa capacità di persuasione dell'Italia attraverso il soft power potrà spingere il Governo sudanese a evitare nel futuro altre violazioni della libertà di espressione religiosa?
 
"E' un punto che ho avuto il privilegio di discutere col il Santo Padre quando ci ha ricevuti in Vaticano. Lui ha subito detto a Meriam: “Vede che i miracoli ci sono”? E quando Meriam ha espresso delle preoccupazioni sulla sua vita futura e quella dei suoi figli, il Papa le ha detto: “Come dice uno scrittore italiano”, ma non so a chi si riferisse, “i miracoli non vengono mai fatti incompleti”. A quel punto sono intervenuto dicendo: “Guardi, santità, che il miracolo successivo può essere ancora più grande di quello che lei immagina”".  

A quale miracolo allude? 
"Il ministro degli Esteri sudanese Ali Ahmed Karti, con cui ha trascorso le ultime 4 ore prima del via libera per l'aereo, mi ha spiegato che, secondo una una delle sure più sacre del Corano, non può esserci conversione con la coercizione. Ha aggiunto che il caso di apostasia conclamata di Meriam è stato l'unico perseguito in 25 anni, quindi potrebbe essere il momento di rivedere l'ordinamento giudiziario. Perciò ho detto al Papa che in Sudan potremmo avere finalmente una libertà religiosa riconosciuta dall'ordinamento. Sarebbe un bel miracolo passare da Hassan al Tourabi, uno degli interpreti più rigidi della ortodossia islamica, a un Sudan più tollerante".  

Quante Meriam ci sono ancora nel mondo?
 
"Il lieto fine della vicenda di Meriam non ci libera dalla preoccupazione per quei Paesi dove la persecuzione delle minoranze, compresa quella cristiana, è all'ordine del giorno. Penso all'Iraq, dove mi recherò fra poco visitando il Kurdistan. Lì il tema della deportazione manu militari delle minoranze, dopo le scorrerie dei militanti del gruppo Isis, è un fatto di assoluta gravità".  

E' passato un anno dalla scomparsa in Siria di padre Paolo Dall'Oglio, che cosa può dirci su questa vicenda? Che cosa sapete della sua sorte?  
"Quello di padre Paolo è uno di quei casi su cui non abbiamo mai spento la luce, giorno e notte. In questo anno abbiamo oscillato da momenti nei quali ci era data per certa l'uccisione di padre Paolo a momenti in cui ci veniva data la localizzazione esatta del luogo, della prigione e persino del numero della sua cella. C'è stata un'azione costante di verifica sull'affidabilità delle fonti. Tutto è reso complicatissimo dal controllo a macchia di leopardo del territorio siriano. Anche se potessimo sapere con certezza dove padre Paolo si trova, e non lo sappiamo, il problema diventa come prenderlo e come portarlo a casa. Siamo sul caso 24 ore su 24. Così come per la vicenda di Giovanni Lo Porto, il cooperante italiano scomparso da due anni in Pakistan, lavoriamo ogni giorno, senza inseguire bolle mediatiche".

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L'arrivo di Meriam all'aeroporto di Ciampino con i figli Martin e Maya
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