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giovedì 25 aprile 2019
 
Angelino Alfano
 

Alfano: «Così batteremo il terrore islamico»

21/01/2015  «La prima cosa da fare», spiega il responsabile del Viminale, «è distinguere chi prega da chi spara». E aggiunge: «Sugli immigrati la vigilanza è altissima». Sulla Procura nazionale antiterrorismo: «Può essere utile anche se bisogna tener conto che la maggior parte del lavoro viene svolto a livello di intelligence e di prevenzione»

«Abbiamo anzitutto rafforzato la collaborazione tra i Paesi dell’Unione per lo scambio di informazioni sensibili e confidiamo che il Parlamento europeo approvi presto la direttiva sul Pnr (Passenger name record) per ottenere dalle compagnie aeree la lista dei passeggeri che viaggiano da e per l’Europa, arrivando ad un compromesso possibile come, per esempio, sul numero degli anni per la conservazione dei dati. La privacy è certamente un valore al pari della sicurezza. Ritengo che un punto di equilibrio tra questi due valori si possa trovare adeguandolo all’attualità».
Sono giorni frenetici per Angelino Alfano. Tra un vertice internazionale e l’altro, il ministro degli Interni fa il punto con Famiglia Cristiana sulla sicurezza nel nostro Paese contro la minaccia del terrorismo islamico.

- Ministro, dopo Parigi, quali sono i rischi concreti per noi?
«Non esiste, oggi, un Paese a rischio zero. In Italia le nostre migliori energie sono tutte in campo per combattere il terrorismo jihadista nelle sue nuove articolazioni. Oltre a individuare le cellule operative o dormienti, i nostri servizi, le nostre forze di polizia a tutti i livelli lavorano per scovare i cosiddetti “lupi solitari”: persone che si autofinanziano, si autoaddestrano e si armano per andare a combattere nei principali teatri di guerra per poi ritornare nei Paesi di provenienza con lo scopo di organizzare attentati. Questi “foreign fighters” sono spesso immigrati di seconda o terza generazione che vestono abiti europei e con passaporto europeo. La loro strategia è disorganica e imprevedibile».

- Quanto è elevato il rischio emulazione dei killer di Parigi in Italia?

«Il rischio emulazione può essere incentivato soprattutto da Internet che è il principale veicolo di propaganda utilizzato dall’Isis. Per questo, ho incontrato, prima a Bruxelles e poi a Roma, i colossi del Web come Microsoft, Twitter, Facebook e Google. Il loro contributo è prezioso per l’individuazione e l’oscuramento di quei siti che inneggiano alla violenza. In questo quadro, prevediamo di offrire strumenti potenziati anche alla Polizia e ai magistrati, perché lavorino efficacemente in questo solco. Ma il deterrente più forte di tutti è la fine che hanno fatto i killer di Parigi. Chi s’avventura su questa strada sciagurata deve mettere nel conto di morire».

- L’allarme di un imminente attentato contro il Vaticano è stato ridimensionato nei giorni scorsi. Che pericolo c’è? C’è un monitoraggio particolare?
«In Italia l’allerta è altissima. Anche se, finora, non sono state individuate progettualità terroristiche mirate a un particolare obiettivo. Ma spesso il Vaticano è apparso come obiettivo simbolico. Siamo consapevoli che la minaccia alla cristianità esiste al di là del simbolo di San Pietro. Non si tratta ovviamente solo dei “foreign fighters” ma di tutti coloro i quali agendo in proprio ( “lone actors”) possono avere intenzione di realizzare la cosiddetta strategia dei “mille tagli” per dissanguare il “nemico”».

- Quali sono le principali misure che il Governo intende varare per contrastare il terrorismo?
«Abbiamo predisposto un pacchetto che mira principalmente a colpire coloro i quali vanno a combattere nei teatri di guerra stranieri e che finora non sarebbero punibili perché è punibile solo il reclutatore. Rafforzeremo il potere dell’autorità pubblica di ritirare il passaporto e, come dicevo prima, quello del controllo di polizia preventivo e di spegnimento dei siti che incitano alla violenza».

- Internet, come ha detto, è il principale luogo di propaganda e reclutamento. I sindacati di Polizia hanno denunciato che per la spending review sono stati chiusi 70 uffici della Polizia postale e 251 presidi di Polizia sul territorio.
«Da quando sono ministro sono stati stanziati più di 700 milioni di euro e finalmente c’è stato lo sblocco del turn over, dei tetti stipendiali e salariali, rimediando a blocchi che erano stati decisi negli anni precedenti. Quindi la lotta al cybercrime è una nostra priorità sulla quale andremo avanti investendo le migliori risorse».

- Secondo l’Antiterrorismo esistono migliaia di luoghi di culto islamici in Italia non censiti. Solo a Roma se ne contano un centinaio. Che tipo di controllo è possibile in questi casi?
«Il controllo è massimo. Il quadro è molto chiaro: in Italia ci sono quattro moschee e numerosi luoghi di culto. Sono tutti conosciuti e monitorati con grande attenzione. Bisogna distinguere chi prega da chi spara ed è quello che stiamo facendo».

- Per combattere questo terrorismo “liquido” dobbiamo rinunciare a una parte delle nostre libertà in nome della sicurezza? Si parla ad esempio di un giro di vite su Schengen.
«Il Trattato di Schengen è una straordinaria conquista di libertà cui non si deve rinunciare. Nell’ambito del Trattato ci sono state delle eccezioni temporanee in casi eccezionali. Oggi è importante rafforzare i confini esterni a presidio dell’Europa. Su questo lavoriamo. Sospendere Schengen sarebbe un pericolosissimo regalo al populismo. Altra cosa invece è utilizzare le clausole dell’accordo come già fatto in alcune circostanze».

- Una Procura nazionale antiterrorismo ad hoc è utile o rischia di creare ulteriore burocrazia?
«Può essere utile anche se bisogna tener conto che la maggior parte del lavoro viene svolto a livello di intelligence e di prevenzione e che fin qui le ricadute processuali non sono state enormi. Occorrerebbe inoltre coordinare bene il lavoro dell’eventuale vertice centrale con quello delle Procure distrettuali per evitare di complicarci la vita anziché semplificarla».

- Siamo il principale Paese di approdo degli immigrati provenienti da zone di guerra. Serve una stretta sugli accessi per evitare il rischio di far entrare terroristi infiltrati?
«Finora non abbiamo trovato nessun nesso tra immigrazione e terrorismo. Ma poiché nessuno può escludere nulla la nostra vigilanza è altissima per distinguere i profughi dagli immigrati irregolari».

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