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martedì 26 settembre 2017
 
Calcio, la riforma
 

Dal 2026 Mondiali a 48 squadre, ma non a tutti piace la riforma

11/01/2017  L'idea è stata sostenuta dal Presidente Fifa Gianni Infantino e votata il 10 gennaio. Ma Bergomi e Rummenigge, avversari nel 1982, stavolta per motivi diversi si trovano dalla stessa parte e condividono perplessità sulla riforma: "Troppe squadre". E giù le mani dal pareggio.

La riforma è stata sostenuta dal presidente della Fita Gianni Infantino, votata favorevolmente all’unanimità dalla Fifa: da 2026 avremo un campionato del Mondo di calcio più pieno, a 48 squadre divise in gironcini da tre squadre, al posto delle 32 attuali. Non sarà più lungo però: tra le condizioni del voto favorevole c’è stato il punto fermo di contenere la manifestazione in 32 giorni.

Altri dettagli sono da definire: si studia l’abolizione del pareggio anche nella fase a gironi, dove a decidere la vittoria o la sconfitta sarebbero i rigori senza supplementari. L’intento di questa parte della riforma, che ha sicuramente risvolti di interesse economico nell’allargamento della rosa di partecipanti, sarebbe ridurre il rischio di “combine”, di scoraggiare l’ormai famigerato biscotto, il risultato comodo a due avversari che potrebbe servire a entrambi per liberarsi del terzo, di cui tanto si parlò – fosse o meno una malignità – a proposito del 2-2 tra Svezia e Danimarca che giustiziò l’Italia di Trapattoni nel 2004. Molto più difficile “biscottare” i rigori. Imprevedibili per definizione otterrebbero anche l’effetto di aumentare l’alea e con essa la suspense. Ma se è vero che l’imprevedibilità del risultato è il sale dello sport, dato che fa salire al massimo il gusto di soffrire che tutti i tifosi invariabilmente e masochisticamente hanno, è anche vero che con troppe squadre e troppi rigori si rischia di favorire la sorte sulla tecnica, di creare Mondiali in cui il più fortunato possa contro pronostico sbarrare la strada al migliore.

Ne guadagnerebbe forse l’adrenalina, ma non è detto che ne guadagni lo spettacolo, se è vero che la Coppa dovrebbe andare ai migliori non ai meglio baciati dalla sorte. Poi è vero che tutti si chiude un occhio se la ruota della fortuna gira dalla parte dei nostri, ma è pur vero che alla fine in un Mondiale così i nostri saranno sempre 1 su 48. E chissà poi come sarebbe finito quel leggendario 1982 se nella fase a gironi fossero stati anziché tre pareggi e una differenza reti un numero imprecisato di rigori.

Abbiamo chiesto a Beppe Bergomi, giovanissimo protagonista di quel Mondiale, oggi commentatore tecnico per Sky, un parere sulla riforma: «Infantino si è preso collaboratori importanti come Boban che certo avrà apportato e apporterà idee. Per quanto mi riguarda ho la sensazione che 48 squadre siano troppe: si abbassa la qualità nella prima fase, 32 a me sembravano giuste. Quanto al pareggio, io credo che il pareggio sia la storia del calcio: non credo che sia il pareggio in sé a determinare il rischio di “combine”, quanto il fatto che le partite non sono tutte in contemporanea. E chi arriva dopo inevitabilmente qualche calcolo lo fa. Nel 1982, noi abbiamo vinto il Mondiale con tre pareggi nella fase a gironi, il Portogallo quest’anno pure, io non andrei a snaturare così tanto: si può cambiare la formula senza togliere il pareggio, la vera rivoluzione giusta è stata passare dai 2 ai 3 punti per la vittoria».

Bergomi non è il solo a mostrare perplessità su una riforma che non piace al calcio europeo: anche Karl Heinz Rummenigge, presidente dell'ECA (European Club Association), l’avversario che proprio Bergomi marcò nella finale del Mondiale di Spagna, ha avuto parole di critica: «Il numero di partite che si giocano ogni stagione», ha detto Rummenigge, presidente dell'ECA (European Club Association), «ha già raggiunto un livello inaccettabile», rendendo noto di aver inviato una lettera di disapprovazione già prima del voto del Consiglio Fifa del 10 gennaio. Le ragioni del disappunto dipendono dal fatto che un Mondiale come quello disegnato dalla riforma Infantino porterebbe infatti a 368 il numero dei giocatori sottratti ai rispettivi club per almeno un mese. Un torneo con più partite sulle quali vendere i diritti televisivi aumenterebbe gli introiti e potrebbe soddisfare più federazioni ma, ha replicato Rummenigge, «politica e commercio non dovrebbero essere la priorità esclusiva nel calcio».

La contrarietà del calcio europeo si spiega, oltreché con l’annoso confliggere tra interessi delle Federazioni più rivolti alle Nazionali e delle Leghe più concentrate sui club, anche con il fatto che la riforma farebbe ricadere gli onori sulla Nazionali extraeuropee e gli oneri sui club europei. Anche perché, stando a una ricerca promossa dai 220 membri dell'Eca, il 76% dei giocatori impiegati nel Mondiale del 2014 provenivano dai squadre europee.

 
 
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