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lunedì 18 marzo 2019
 
Vincere la malattia
 

«Dal buio dell'anoressia alla luce di mia figlia»

28/04/2018  Aurora è arrivata a pesare 39 chili. Alle spalle aveva una famiglia difficile. L’hanno salvata la severità e la pazienza in una clinica specializzata. Poi l’amore per la sua Elisabetta

«La cosa più bella è che qui tutte le mattine venivano a svegliarmi, nessuno l’aveva mai fatto prima per me. Grazie a loro ho trovato la famiglia che mi era sempre mancata». Siamo a Villamare (Lucca), una delle comunità terapeutiche riabilitative che fa capo a Neomesia, marchio del gruppo Kos. Una villetta con giardino sul lungomare di Camaiore lido, dove si viene per curarsi da patologie legate ai disturbi dell’alimentazione. Qualcuno ci arriva anche in fin di vita, come è successo qualche anno fa ad Aurora, nome di fantasia, che oggi si racconta tenendo in braccio la sua bimba di due anni, Elisabetta.

«La mia è stata davvero una rinascita», continua, «quando sono arrivata qui, alla fine del 2013, avevo già 29 anni e pesavo 38 chili, reduce da un ricovero in ospedale dove mi avevano nutrita con il sondino». Una storia drammatica quella di Aurora, un caso di anoressia “da manuale”. Di quelli che difficilmente vedono un lieto fine.

Il suo dramma comincia in famiglia. Una famiglia “inesistente” e problematica. Di fatto Aurora vive con la nonna, cui è molto affezionata ma malata di Alzheimer: in realtà è la bambina a prendersi cura di lei e del fratello più piccolo.

«Avevo poco più di 6 anni quando ho capito che, provocandomi il vomito, riuscivo ad allentare la tensione nervosa», spiega. Realizza di essere malata a 14 anni, in seguito a un commento sul suo “lato B”. È magrissima, ma si guarda allo specchio e si vede enorme. Il suo stato di disagio diventa chiaro anche agli insegnanti, che cercano di aiutarla senza successo. La famiglia diventa sempre più problematica, il padre, affetto da alcolismo, manifesta atteggiamenti di aggressività.

A 17 anni Aurora esce di casa. È diligente e studiosa, riesce a diplomarsi ma la malattia va avanti. Viene ricoverata più di una volta, entra ed esce da una comunità finché si arriva alla nutrizione forzata con il sondino. A 29 anni il suo fisico sembra compromesso per sempre.

«Qui da noi Aurora ha trovato un clima familiare, tante attenzioni ma anche regole precise», spiega Luca Maggi, psichiatra e direttore di Villamare.

A cominciare dai cinque pasti al giorno, colazione, spuntino, pranzo, merenda e cena, punto fermo del percorso terapeutico. Ogni paziente a questo riguardo deve superare tre fasi. Una prima fase “meccanica”, che per Aurora è durata ben diciotto settimane, in cui la paziente deve mangiare tutto quello che le viene servito, senza lasciare niente e senza scegliere le vivande, da assumersi come una qualsiasi medicina. Se non le finisce, scaduto il tempo, è tenuta ad assumere un integratore.

«Io di integratori ne ho bevuti moltissimi», ammette Aurora, «ogni volta mi arrabbiavo, protestavo, ho anche fatto la valigia, ma poi sono rimasta».

Con lei lo staff della struttura ce l’ha fatta. Con severità ma soprattutto con tanta pazienza. I “tutor” che fanno assistenza durante i pasti, la psicologa che l’ha seguita, la dottoressa Maria Fontana, con cui Aurora ha stabilito un rapporto speciale, lo stesso direttore. «Ho discusso con lei all’infinito», racconta, «senza mai cedere di un millimetro». Alla fine Aurora è uscita dalla prima fase e ha affrontato le altre due. Una seconda tappa, in cui le pazienti possono scegliere tra due menù diversi e una terza, l’ultima, in cui si servono da sole. Nelle due ultime fasi possono avere permessi per uscire e anche per dormire qualche volta fuori dalla struttura.

Oltre che dai pasti le giornate sono scandite da incontri di psicoterapia individuali e di gruppo, qui viene adottato il metodo cognitivo comportamentale, da attività ricreative e da momenti di attività fisica con i fisioterapisti. In tutto, lo staff di Villamare, che ospita fino a dieci persone, è composto da 18 operatori. Il percorso di cura va dai tre mesi a un anno. Per Aurora è durato sei mesi.

«Il distacco è stato duro», ammette, «ho avuto anche una piccola ricaduta ma sono riuscita a gestirla. Poi ho ricominciato a lavorare come segretaria e, due anni fa, è nata Aurora». Un’altra prova difficile, perché il padre della bambina non ha voluto riconoscerla. «Adesso siamo solo noi due, un motivo in più per mettercela tutta perché non voglio che Elisabetta debba mai avere a che fare con quello che ho passato io».

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