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lunedì 23 settembre 2019
 
Daniele Silvestri
 

Daniele Silvestri: «Grazie a papà ora sono un acrobata della parola»

02/05/2016  Il cantautore parla del suo nuovo disco: le tecnologie, la politica, il cinema parrocchiale con cui è cresciuto e i suoi tre figli che promettono bene

Daniele Silvestri ci invita ad alzare lo sguardo. Nella hall dell’albergo dove ci incontriamo tutti sono impegnati nella stessa attività: smanettare con il loro cellulare. «Non sappiamo più vivere l’attesa».
In un brano del suo nuovo album, La mia routine, Daniele canta: “Io sto bene con la mia routine, lascio a te la tua rivoluzione. A me interessa solo non dimenticare il Pin, perché ho tutto sul mio terminale. Posso andare dove voglio con un solo click, rimanendo qui senza muovermi”.
Le nuove tecnologie ci stanno quindi rendendo più conformisti? Il cantautore ci pensa un po’: «Fino a qualche tempo fa avrei risposto senza esitare di sì. Ora sono più dubbioso, perché questi strumenti ci offrono una possibilità di aprirci al mondo che non abbiamo mai avuto. Solo che bisogna fare la fatica di non fermarsi alla prima cosa che ci capita sotto gli occhi, ma di esplorare, mentre queste tecnologie all’opposto ci invitano a fare tutto veloce e senza sforzo. E comunque, la realtà resta sempre fuori».
La realtà che fa da ƒfilo conduttore all’album Acrobati, ƒfin dal singolo Quali alibi, pungente atto d’accusa alla classe politica dove si parla di “una specie di governo, ma di terza mano. Con un programma mai approvato che però seguiamo”. E di un parlamentare a cui Daniele chiede: “Per quali metodi meriti la tua indennità? Quali labili crediti credi di avere qua? Per quali taciti traffiƒci illeciti eviti di dire che c’è chi ti recriminerà?”. Ma queste accuse non rischiano di essere a loro volta un alibi per noi? Siamo sicuri di essere così diversi da chi ci rappresenta? «Di sicuro se la scaltrezza prevale sull’onestà è perché trova attorno un terreno fertile. Siamo un Paese che applaude con più facilità chi vince con furbizia anziché chi perde con onore».
E allora meglio volare, come fa il protagonista di Acrobati che osserva il mondo dall’oblò di un aereo, un mondo che “sembra ben organizzato. Dell’uomo cogli l’operato serio, il tratto netto, duro ed ordinato. Reticoli di campi cesellati, di cui non percepisci mai l’arsura”. A Daniele premeva dire che «l’uomo è capace di cose meravigliose, ma si riesce ad apprezzarle solo osservandole da lontano, anche storicamente, perché da vicino tendiamo purtroppo a vedere solo le nostre bruttezze». La canzone termina così: “Dall’alto c’è sempre qualcuno che guarda”. «Mi piaceva l’ambivalenza di questa frase», spiega il cantautore. «Da un lato può riferirsi a poteri terreni, dall’altro all’apertura a una dimensione trascendente».
Di disco in disco, Daniele affiƒna sempre più le due peculiarità dei suoi testi: la capacità di inventare storie come se fossero dei ƒfilm e il gusto per i giochi di parole. L’amore per il cinema risale all’infanzia, quando frequentava il cinema parrocchiale del suo quartiere a Roma: «Era di fronte alla scuola e l’orario dell’uscita corrispondeva con quello dell’inizio della prima proiezione. Ogni giorno c’era un fiƒlm diverso e io ero sempre lì. Solo una volta, per Guerre stellari, con altri amici organizzammo una specie di petizione per convincere il parroco a programmarlo per un’intera settimana».
L’amore per la parola è invece un regalo di papà Alberto che giocava con lui a creare delle filastrocche in rima. «Era capace al mattino di avvicinarsi al letto e dirmi: “Alzati Daniele, la colazione è pronta. C’è il pane con il miele e poi c’è tua madre tonta”. E io, lì per lì, dovevo trovare una risposta. Era un modo straordinario per accendere la mia fantasia». Un amore che a sua volta Daniele ha trasmesso ai suoi tre fiƒgli, che ha citato nei ringraziamenti che accompagnano il Cd. «I due più grandi, Pablo e Santiago, che hanno 13 e 12 anni, per la prima volta hanno voluto seguire la realizzazione di un mio disco». E a un certo punto, mentre lavorava a La mia routine, Santiago ha improvvisato un beatbox, tecnica che consiste nel riprodurre i suoni di una batteria con la voce. «L’ho sentito, ho fatto mettere un microfono a sua insaputa e l’ho registrato».
Il piccolo Oliver, invece, proprio in quelle settimane ha imparato a dire papà. E ora? «Gli piace stravolgere le parole. Le sa pronunciare benissimo, ma a volte le reinventa perché non gli piace il loro suono. Così “costruzione” diventa “cocune” e “palla” diventa “papanua”. Secondo me sono bellissime, ma mi rendo conto che è il punto di vista di un padre innamorato».

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