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martedì 19 giugno 2018
 
 

De Giovanni, Napoli in giallo

09/07/2012  Intervista con lo scrittore che, dopo aver inventato il commissario Ricciardi, è tornato ad ambientare nella "sua" Napoli una storia da brividi.

Maurizio de Giovanni (Contrasto).
Maurizio de Giovanni (Contrasto).

Non sembra fatto apposta? Dico, che il giallista più interessante del momento lavori in banca (“Quadro direttivodi IV livello”, conferma la suapagina Facebook) e non abbia pubblicato una riga fino ai 48 anni prima di inventare una figura straordinaria (il commissario Ricciardi che, nella Napoli dei primi anni Trenta, ha il tragico “dono” di vedere e sentire l’ultimo attimo di vita dei morti di morte violenta) e con quella scalare favore dei lettori e classifiche? Maurizio de Giovanni, però, non è fatto apposta: è fatto per scrivere storie. Che spiazzano e incatenano alla pagina.

Il metodo del coccodrillo, il tuo ultimo libro, è ambientato in una Napoli per nulla allegra e solare, anzi, dura e cattiva. Indifferente. È così che vedi la tua città?

«Quando si deve raccontare una storia si fa un passo indietro, e si osserva il posto in cui accade la vicenda con la maggiore obiettività possibile. Io vivo in questa città, ma devo dire che ho scoperto la sua veste vera proprio scrivendo questo romanzo. Naturalmente la natura della storia porta a guardare solo qualche aspetto, per fortuna mia e dei miei concittadini Napoli non si esaurisce in quella che si vede ne Il metodo del coccodrillo, che è una metropoli occidentale con tutte le chiusure e le difficoltà di comunicazione che in esse sono evidenti. Paradossalmente, insomma, racconto una città “normale”: il romanzo avrebbe potuto essere ambientato a Berlino, a Londra, a Milano senza cambiare nella sostanza».

– Hai detto spesso che quest’epoca è specializzatanel far finta di niente. Cioè?

«Credo fortemente che la malattia del nostro tempo sia l’egoismo. Siamo educati fin da piccoli a contare solo su noi stessi, a essere gli unici artefici del nostro destino, a sviluppare la logica del conto economico, a ragionare sempre in termini di profitto individuale. Questo porta a vedere gli altri comeavversari, addirittura come nemici, nel conseguimento del benessere e dei vantaggi personali. La conseguenza è un modo di pensare che induce ad affermare l’individuo sulla collettività, a guardare il proprio vantaggio e non quello della società, a rinunciare a qualsiasi identità collettiva. È ovvio perciò che di fronte al dolore, al bisogno e alle necessità altrui venga sempre più naturale l’indifferenza, il voltare la faccia dall’altra parte».

– Questo tuo libro prende spunto dalla più precoce eliminazione di una vita, l’aborto, e si snoda per violenze ai danni di ragazzi e bambini. Anche negli altri libri il tema del male fatto ai piccoli torna spesso. Perché?

«I deboli, gli ultimi come si diceva una volta, sono quelli che più risentono dell’indisponibilità degli altri ad aiutare. E spesso sono anche destinatari, per l’impossibilità di reagire o di farsi ascoltare, di violenze, di perversioni, di rabbia. Le donne, gli anziani, i migranti: ma soprattutto i bambini, che rappresentano il nostro futuro, la sopravvivenza della specie, diventano bersaglio di orribili delitti. Qualcuno ha detto che una società si giudica da come tratta la propria infanzia; se è così, e io ci credo fortemente, non ne usciamo certo bene. Nella finzione narrativa è giusto rimarcare questa atrocità, perché ci pensiamo anche quando la realtà è solo imitata».

– I protagonisti dei tuoi libri, e le donne di ogni tipo che incrociano, vivono i sentimenti con difficoltà ma con grande pudore. Un po’fuori moda per un giallista contemporaneo...

«Non ho mai molto badato a essere di moda. E forse anche i lettori, tutto sommato, non lo sono, se Ricciardi, Lojacono e i loro mondi incontrano tanto affetto; in realtà credo che i sentimenti e le passioni siano perenni, e che soltanto le manifestazioni cambino a seconda dei periodi e delle usanze sociali. Una delle difficoltà dell’amore, per esempio, è che è cresciuto enormemente il pudore di manifestarlo. Riusciamo molto più facilmente a mandarci a quel paese, piuttosto che a dirci: ti voglio bene. Nella mia narrativa rimarco questa cosa, e la solitudine inutile che deriva alle persone dalla mancanza di coraggio di esprimere le proprie emozioni. Io poi cerco di raccontare la realtà interna ai personaggi: un luogo dove sentimenti e passioni crescono liberi e incontrollati, a dispetto di quello che si tenta di fare per coltivarli».

– Sei stato un atleta di livello. Mi racconti diquell’altra tua vita? E poi sei l’Omero del Napoli calcio: che tipo di passione è, questa?

«Lo sport ha animato la prima parte della mia vita e fino a ventitré anni è stata la cosa più importante. Non lo rifarei, credo che l’attività agonistica possa essere l’antitesi dei valori sportivi veri per l’eccessiva professionalità che si pretende da ragazzi che dovrebbero solo divertirsi, ma non la rinnego certo. Io giocavo a pallanuoto, e gli sport di squadra conferiscono un valore alla parola “noi” che non è facile trovare in altri contesti del vivere sociale: questa è una cosa formativa che salvo di quella lunga esperienza. Per quanto riguarda il Napoli, beh, quello è un vizio al quale sono assuefatto irrimediabilmente. E credo che l’epos che si trova in questa moderna arena sia unico da raccontare. È ormai, e lo dico con tristezza, l’unica passione in grado di trascinare in piazza tutti, senza distinzione di censo, a gioire per la stessa cosa».

– Lavori in banca ma non hai mai scritto di un crimine “bancario”. Lo farai?

«Mi piace tenere separato il lavoro dalla scrittura e non troverei etico utilizzare il primo per la seconda, anche se molti tipi umani che sono in Ricciardi e nel Coccodrillo sono simili a persone che ho incontrato e che incontro in ambito lavorativo. Devo dirti però che sempre più spesso sto immaginando una storia che potrebbe trovare ambientazione in un ufficio di una banca o di un’assicurazione. Ma è ancora un’idea allo stato embrionale».


VEDI NAPOLI E POI...

I gialli di Maurizio de Giovannisono ambientati a Napoli, a partire da quelli dedicati al commissario Ricciardi (Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti) che lo hanno reso famoso. Ricciardi torna anche nel recente Per mano mia. Alla passione per il calcio, De Giovanni ha dedicato due deliziosi libretti: Juve-Napoli 1-3 e Ti racconto il dieci maggio, l’epopea del primo scudetto del Napoli sotto forma di lettera a un figlio.

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