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domenica 26 maggio 2019
 
 

De Piscopo, la mia vita a tempo di batteria

15/10/2014 

Sono i tre i grandi amori di Tullio De Piscopo. E sono loro a comporre i capitoli di Tempo! (Hopli Editore), l’autobiografia che il batterista partenopeo sta presentando in giro per l’Italia. Ora è in procinto di partire per il Tropea Festival Leggere & Scrivere, in Calabria,  per raccontarsi a un pubblico affezionato che ormai conta tre generazioni. Già, gli amori. Sono la musica, Napoli e la vita. E proprio da quest’ultima si parte per illustrare la genesi di questo libro.  

Tullio, come è nata la voglia di scrivere?
"Amici, colleghi, fan negli anni mi chiedevano di raccontare la mia vita, ma noi artisti siamo un po’ pigri. Tutto è nato dalla voglia di liberare le mie emozioni dopo la dura prova che ho dovuto affrontare: una brutta malattia da cui fortunatamente sono uscito".  

 Un libro come espressione di una rinascita, quindi?
 Certo, soprattutto un libro per urlare al mondo il mio attaccamento alla vita e per dire quello che rimango ancora dopo tanti anni: un cacciatore di sogni".  

 Protagonista delle pagine di Tempo! è naturalmente la musica, in particolare il jazz. Come ti sei avvicinato a questo genere e cosa rappresenta per te?
  "È una passione di famiglia. In casa circolavano i dischi di Max Roach, Charlie Parker, Chiarlie Mingus. In particolare, come racconto nel libro, sono stato influenzato da mio fratello Romeo, batterista prematuramente scomparso che rimane una figura di riferimento della mia formazione musicale. Il jazz mi ha offerto la possibilità di suonare con piccoli e grandi artisti e ognuno di loro mi ha lasciato qualcosa di unico e irripetibile. È il miracolo del jazz".  

 Qualche nome?
" Ho paura di fare un torto a qualcuno se lo dimentico. Mi vengono in mente Franco Cerri,  con cui ho suonato agli inizi della mia carriera a Milano. E  poi Gerry Mulligan, Astor Piazzolla, Eumir Deodato, ma la lista è ancora lunga".  
 La tua musica oltre al jazz è legata al Mediterraneo. Cosa vuol dire essere un artista mediterraneo?
"Vuol dire apertura, essere liberi da ogni forma di razzismo e pronti al dialogo con tutti. Io da bambino,  al porto di Napoli ho visto persone di tutte le razze, sono cresciuto con la contaminazione che è il motore della musica. I linguaggi sono molti, ma il pentagramma è unico".  

 Napoli, la tua città del cuore..
" Sicuramente. Napoli rappresenta le radici della musica. Qui, come ho detto, ho assimilato i ritmi diversi, quelli del neroamericani, dell’oriente e tutto si è mescolato dentro di me. A Napoli devo la mia personalità musicale: la strada, i vicoli, il vociferare della gente, lo strombazzare dei clacson delle automobili. Come suonano il clacson i napoletani non lo suona nessuno al mondo.          

 Nel libro c’è molto di Tullio De Piscopo musicista, ma tu sei anche un insegnante. Qual è il tuo rapporto con i giovani?
 "Per me è fondamentale dal punto di vista creativo e umano. Colgo l’occasione per sottolineare un aspetto. Molti ragazzi cercano di arrivare subito, di saltare la gavetta. Ecco, mi sento di dire ai giovani di impegnarsi e di non avere fretta. Questo vale in tutti gli ambienti".  

 Un’ultima domanda: quali sono le caratteristiche del grande batterista? (ride..)
"Ti dirò: se in una buona orchestra c’è un batterista mediocre l’orchestra ne risente; se al contrario in una formazione così così il batterista è bravo allora questa formazione suona alla grande".

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