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mercoledì 19 giugno 2019
 
Un male oscuro
 

Depressione post partum: come riconoscerla

24/05/2016  Erano scomparsi la sera di venerdì, la ventiduenne Cecilia Maria Fassine e il suo piccolo di soli 4 mesi. Sono stati ritrovati morti in riva al fiume vicino a Roma. Lei, austriaca, appesa a un albero soffocata da una fascia per bebè. Lui a terra coperto da un giubbetto. Tra le ipotesi omicidio-suicidio. Potrebbe essere depressione post partum. Ripubblichiamo una nostra intervista fatta all'esperto.

Il professor Mariano Bassi, psichiatra, è il coordinatore del progetto Fiocchi in ospedale presso Niguarda a Milano. Progetto, presente anche al Policlinico di Bari, che prevede varie attività di cura e prevenzione tra cui la creazione di sportelli di ascolto e il rafforzare la collaborazione tra i reparti di ostetricia e pediatria nell’assistere la mamma e il bambino.

I dati dicono che la depressione post partum colpisce il 10 per cento delle donne...

«Pensi che se parliamo della depressione minore, cioè quello stato di breve durata in cui le neomamme si sentono sole e tristi, riguarda ben l’80 per cento. Ma la più grave depressione post partum è un’altra cosa. È una malattia vera e propria che va curata».

Ci sono dei soggetti più a rischio?

«Bisogna considerare a rischio chi ha già sofferto di disturbi depressivi, chi ha mostrato gravi manifestazioni di ansia durante la gravidanza per varie paure: del parto, di avere un bambino malformato o di non essere una brava mamma. Lo stesso vale per chi affronta una gravidanza non voluta, accompagnata da difficoltà o controversie con il partner».

Quali sono i sintomi e i comportamenti allarmanti?

«Nei primi giorni dopo il parto è fisiologico provare un po’ di tristezza, un calo dell’umore o sentirsi rallentate e apatiche. Si tratta del “maternity blues”. Ma se questi sintomi proseguono nel tempo e si intensificano bisogna agire e consultare uno specialista perché si tratta di depressione».

Cosa fate per affrontare il disagio?

«Qui al Niguarda da cinque anni ci occupiamo di questi disturbi. Per prassi, gli ambulatori ginecologici e i gruppi preparto individuano le donne a rischio su cui applicare un programma di prevenzione soprattutto psicologico».

Ci sono differenze d’approccio al dopo parto tra Nord e Sud?

«Forse al Sud è più conservata la cultura della famiglia allargata che è un aiuto in casi di depressione. Ma le grosse differenze sono con le culture straniere dove la neomamma è al centro dell’attenzione, accudita e sorretta, nella quotidianità, dalle donne della famiglia per i primi mesi. Da noi al centro c’è sin da subito il bambino e tutta la gravidanza è seguita soprattutto da medici, consultori e ospedali. Mamma famiglia passano in secondo piano».

I familiari quindi sono importanti?

«Sono importantissimi. Ed è un peccato che per le donne italiane non esista più la famiglia allargata. Ma per fortuna i mariti, oggi, solitamente sono assolutamente presenti e supportivi».

 
 
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