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venerdì 24 marzo 2017
 
A 25 anni da Mani Pulite
 

Di Pietro: fu come tagliare il burro

17/02/2017  Il protagonista di Tangentopoli ricorda gli anni dell'inchiesta del pool Mani Pulite. "Non ho mai fatto intercettazioni per le indagini. Il Paese allora era carico di speranze. Rifarei tutto quello che ho fatto"

“Quando pizzicammo Mario Chiesa, quel lunedì 17 febbraio di 25 anni fa, dopo che aveva versato la finta mazzetta dell’imprenditore Luca Magni, che si era accordato con noi, disse: quelli sono soldi miei. Io gli risposi: no ingegnere, quelli sono soldi nostri. E gli mostrai le banconote firmate da me. Per convincere Mario Chiesa a parlare io dissi all’avvocato che era finita l’acqua Levissima e l’acqua Fiuggi. Levissima e Fiuggi erano i nomi dei conti cifrati di Chiesa in Svizzera. A quel punto Chiesa capì che eravamo arrivati ai conti all’estero”.

 

Com’era la Milano di allora?

“Era una Milano da bere, arrembante, in cui si iniziava a scoprire il marcio di un sistema imprenditoriale che si faceva largo come voleva, di una Lega Nord in cui i cittadini delusi vedevano un punto di riferimento”.

 

Quando conduceva l’inchiesta aveva la sensazione di essere nella storia?

“Innanzitutto il pool Mani Pulite all’inizio non esisteva, nasce quando l’inchiesta si allarga a macchia d’olio e sorge la necessità di avere una squadra di investigatori. Avevamo tutti un ruolo preciso e complementare: io ero l’uomo di sfondamento, Davigo si occupava della strutturazione giuridica degli elementi di reato. Alla fine della giornata gli mettevo sul tavolo una montagna di fascicoli e gli dicevo: trovami una quarantina di reati di porcata”.

 

Reati di porcata? Diceva così a Davigo?
“ Voleva dire che gli chiedevo di formalizzare il capo di imputazione (andare a vedere se era una concussione piuttosto che una corruzione, se c’era l’aggravante del falso in bilancio, della bancarotta fraudolenta etc.)”.

 

Qual era il ruolo di Gherardo Colombo?

 “Colombo, il magistrato che aveva scoperto le liste della P2 a Castiglion Fibocchi indagando sul crack dell’Ambrosiano, era il collega che curava la rifinitura degli elementi oggettivi. Io facevo interrogatori, organizzavo confronti , svolgevo attività investigativa di intervento, perquisizioni, sequestri. Colombo con la sua squadretta faceva i controlli ed effettuava riscontri documentali. Era un pool fantastico, perché ognuno di noi aveva una specificità, non c’erano contrapposizioni, non ci potevano essere gelosie”.

 

Quando avete capito che il sistema politico sarebbe venuto giù come un castello di carte?

“Per quanto riguarda me questa consapevolezza l’avevo già acquisita da tempo. L’arresto di Mario Chiesa mi ha solo dato la chiave per aprire la cassaforte del malaffare. Il sistema corruttivo lo avevo scoperto non perché ero un mago ma perché avevo fatto altre inchieste del genere: l’inchiesta Lombardia Informatica, l’inchiesta Oltrepo Pavese, quella sulle patenti,  l’inchiesta Carceri d’oro, in cui c’erano già un sacco di ministri e parlamentari coinvolti. Anche Davigo aveva condotto tutta l’inchiesta sulle collusioni tra politica e affari, per non parlare di Colombo, di cui ho già ricordato che aveva seguito tutta la vicenda del crack Ambrosiano. Avevamo delle esperienze giudiziarie tali che con Mani Pulite era come tagliare il burro con il coltello”.

 

Alla fine faceste crollare la Prima Repubblica…

“Non abbiamo fatto l’inchiesta per spodestare una categoria politica o per andare a caccia di qualcuno. Non ci ponevamo né l’indicazione del partito di riferimento né individuavano una persona per dargli la caccia. Erano le prove che ci portavano alle persone e non viceversa”.

 

Gli anni ’90 erano anni ruggenti…

“Mani Pulite era il sogno della gente per ripulire il Paese dal marcio della corruzione. Quanto alla Milano che contava, la Milano del potere, inizialmente ci ha sottovalutato. Di Pietro non sa l’italiano, dove vuoi che vada, si diceva negli ambienti politici e del jet set milanese...”

 

I media come si comportarono?

“Gli organi di informazione che più hanno santificato l’inchiesta Mani Pulite sono stati proprio quelli di Berlusconi, finché gli faceva comodo. Anche quelli della Fiat hanno fatto lo stesso, sempre finché gli faceva comodo. E in fondo anche i giornali di sinistra hanno fatto altrettanto. La verità è che in questo magma ognuno sperava che l’inchiesta togliesse di torno più avversari politici e finanziari possibile. Il problema è che poi non si sono resi conto che il ciclone avrebbe abbattuto anche loro.  Insomma, elimina questo, elimina quello, che bellezza, ma alla fine stanno a licenziare pure me”.

 

A che cosa si deve il successo dell’indagine?

“Quante volte ho discusso con i miei collaboratori. Se lei va a vedere la mia inchiesta, la mia tecnica di indagine ha tre caratteristiche particolari rispetto alle inchieste di oggi”.

 

E quali?

“Per cominciare, non ho mai fatto intercettazioni”.

 

Le ritiene  inefficaci?

 “No, non ce le potevamo permettere. Le intercettazioni sono lunghe e costose. Inoltre non ho mai chiesto il reato di associazione a delinquere”.

 

E perché?

“Innanzitutto perché è un reato molto complicato da dimostrare con sufficiente certezza, che di solito cade fino in Cassazione. Inoltre perché uno che prende soldi, o li dà, difficilmente si associa con qualcun altro. Con Tangentopoli c’è stato il frega frega, non c’è stato un accordo particolare come nelle associazioni a delinquere. Anche il pubblico ufficiale di solito cerca di fregare per sé non per qualcun altro.  Infine non ho mai contestato l’abuso di ufficio. Se uno commette un abuso d’ufficio o lo ha fatto perché non sapeva di farlo, oppure perché voleva ottenere qualcosa in cambio. Ma quel qualcosa è difficile dimostrarlo.  Devi trovare il corrispettivo. In realtà l’abuso di ufficio è una figura di reato che spesso tra gli inquirenti si ritiene un momento di sconfitta. Nella tipologia si chiama norma di chiusura: non potendo io trovare i soldi, il bottino, io ti dico che comunque hai fatto un atto illegittimo. In genere dove individuavo un abuso di ufficio mi sforzavo a trovare il corrispettivo”.

 

Qual era il suo rapporto con il procuratore capo Borrelli?

“Con Borrelli ho sempre avuto un rapporto corretto, di grande fiducia da parte sua, ma molto formale. Era molto distaccato, anche come carattere, secondo lo stile dell’alta borghesia partenopea, che è quasi una nobiltà. Ma lo ricordo con grande stima. Ha sempre difeso l’operato di noi magistrati, fino ad andare in Tv per fermare il famoso decreto Conso del luglio 1993 che avrebbe insabbiato le nostre inchieste”.
 

Cosa non farebbe di quel che ha fatto in quella stagione?

“Rifarei tutto”

 

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