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lunedì 01 maggio 2017
 
RELIGIONI PER LA PACE
 

Dialogo tra cristiani e musulmani, Torino fa scuola

11/01/2017  Antiche ferite da sanare e un delicato cammino da percorrere insieme ogni giorno. L'esempio del movimento interconfessionale "Noi siamo con voi", attivo dal 2015 per esprimere vicinanza alle minoranze vittime di persecuzioni. Il coinvolgimento delle varie fedi rappresentate in città. E il sostegno dell'arcivescovo, monsignor Cesare Nosiglia. Parla il coordinatore, Giampiero Leo.

Antiche ferite da sanare e un delicato cammino da riscoprire ogni giorno. Si avvicina la Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani (18 – 25 gennaio): da oltre un secolo - la prima si celebrò nel 1908 - questa iniziativa offre alle diverse chiese un'occasione di dialogo e di confronto, oltre che di preghiera. Impossibile non rivolgere uno sguardo comune ai fratelli perseguitati. Dalla Siria all'Iraq, dall'India al Pakistan, assistiamo a una tragica spirale d'odio, perpetrata spesso nell'indifferenza e qualche volta perfino con la connivenza dei governi nazionali. Negli ultimi cinquant'anni ci sono stati più martiri cristiani che nel resto della storia. Di fronte a tanta violenza, c'è chi non si lascia sopraffare e tenta di rispondere con iniziative di solidarietà concreta.

A Torino, città dalla vivace tradizione ecumenica, esiste un progetto volto a contrastare la paura con la conoscenza e l'aggressività con l'incontro. E' il movimento interconfessionale “Noi siamo con voi”, nato proprio per esprimere vicinanza alle minoranze religiose vittime di persecuzioni: gruppi cristiani, ma non solo. Fondato nel 2015, il movimento contra tra i 60 e gli 80 gruppi religiosi, che rappresentano il 95% delle confessioni presenti in Piemonte. In ambito cristiano, emerge un'affascinante pluralità. La rappresentanza cattolica è consistente, anche perché, fin da subito, il progetto ha ottenuto il sostegno dell'arcivescovo di Torino monsignor Cesare Nosiglia, che ha messo a disposizione il Santuario della Consolata come luogo in cui svolgere alcuni incontri comuni. Nutrita è anche la presenza ortodossa (rafforzatasi negli anni grazie alle ondate migratorie dalla Romania e da altri Stati dell'Est Europa). E naturalmente tra gli interlocutori non può mancare la comunità valdese, che in Piemonte ha profondissime radici (rimane un evento storico l'incontro con papa Francesco, svoltosi nel tempio valdese di Torino il 22 giugno 2015). Sono coinvolte anche altre chiese protestanti e comunità, compresi i Mormoni.

Ma il movimento “Noi siamo con voi” non si limita al mondo cristiano. Ne fanno parte, infatti, la comunità ebraica, rappresentata dal rabbino capo Ariel Di Porto, e numerosi gruppi islamici, con la presenza sia di vari imam, sia di personalità culturali, come lo scrittore iracheno Younis Tawfik. Inoltre sono rappresentati i buddhisti (quelli di orientamento tibetano, i delegati dell'Unione Buddhista Italiana e della Soka Gakkai), gli Indù e perfino alcuni piccoli gruppi come i Bahai. Com'è possibile tenere insieme un universo così multiforme, specialmente in tempi duri per il dialogo interreligioso? «La premessa necessaria è l'amore reciproco, la consapevolezza che l'altro è un bene per me» risponde Giampiero Leo, portavoce del movimento e vicepresidente del Comitato per i diritti umani della regione Piemonte. «L'obiettivo non è affatto quello di una generica omologazione o confusione tra le diverse confessioni. Al contrario, in ogni incontro ciascuno dei presenti è spinto a ricercare, ancora più in profondità, le ragioni della propria fede». Il movimento pare un'isola felice in un mare tempestoso. «Finora tutte le decisioni sono state approvate all'unanimità. C'è grande spirito di dialogo e di mediazione».

L'assemblea generale si svolge una o due volte al mese e le attività vanno in diverse direzioni: dalle raccolte di fondi per le popolazioni in difficoltà fino alle proposte culturali, senza tralasciare le iniziative di piazza. Il coordinamento ha anche prodotto alcuni documenti che sono stati sottoposti al Parlamento italiano, al Ministero degli Interni, alle Nazioni Unite. «Siamo anche riusciti a costruire rapporti di collaborazione con le istituzioni del territorio, a cominciare dal Comitato Diritti Umani della Regione Piemonte». Vista la situazione di fortissima tensione internazionale, il ruolo dei gruppi musulmani all'interno del movimento si carica di un significato particolare. «Non possiamo rapportarci all'islam come a un monolite, poiché in realtà esso è costituito da interlocutori diversi e mutevoli» spiega Leo. «Ai delegati di tutte le religioni abbiamo chiesto un netto ripudio della violenza e va osservato che, anche nelle occasioni pubbliche, la più ferma condanna del fondamentalismo è arrivata proprio dai rappresentanti dell'islam. Il problema è che non sappiamo quanta parte della comunità musulmana sia effettivamente coinvolta in questo processo di dialogo. Dobbiamo quindi intensificare il nostro lavoro, perché l'esperienza dimostra che solo la reciproca conoscenza può togliere terreno alla propaganda estremista. Anche per questo riteniamo che sia importante stabilire regole precise per le moschee: serve un contesto trasparente».

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