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venerdì 17 agosto 2018
 
Sacra Scrittura
 

I nomi e la Bibbia, da Adamo "fatto di terra" a Nacor "che russa"

25/05/2018  Dice tutto di una persona. Senza il nome non si esiste (Qoelet 6,10) e senza nome un uomo non vale nulla (Giobbe 30,8). Con don Vincenzo Vitale, biblista, condirettore di Jesus e Credere, "leggiamo" l'Antico e il Nuovo Testamento. Qualche esempio? Mosè, ad esempio, significa "salvato da", Debora “ape” (un augurio affinché sia industriosa), Tamar “palma” (un auspicio di fecondità)...

Leggendo la Bibbia si scoprono modi di concepire e intendere il nome piuttosto diversi dall’uso moderno. Per gli antichi in generale il nome porta qualcosa della realtà della persona. Così il nome “Adamo” richiama la sua origine dalla terra, di cui è impastato (’adam in ebraico è infatti suona simile ad ’adamah, terra: Genesi 2,7). Il nome di una persona può rimandare al suo comportamento (1Samuele 25,25: Nabal, il cui nome significa “stolto”, si comporta secondo il suo nome). Il nome può racchiudere il destino di una persona: così Es 2,10 spiega il nome di Mosè (in realtà un nome egiziano, come nei nomi di faraoni: Tut-mosis, Ra-mses ecc.) con il verbo mashah, “trarre fuori da”: salvato dalle acque, e salvare sarà la missione di Mosè nei confronti del suo popolo da parte di Dio. Altri nomi sono spiegati con etimologie popolari, per somiglianza del nome con una radice ebraica (ad es. Gen 35,16-18: il figlio di Rachele, chiamato prima Ben-Oni, “figlio del mio dolore”, per le circostanze in cui viene dato alla luce, e poi Beniamino, “figlio della destra”, nome beneaugurante). Incontriamo poi nomi dal significato curioso: Nacor significa “colui che russa” (forse una caratteristica del personaggio?),

Debora significa “ape” (un augurio dei genitori che sia industriosa come l’insetto in questione), Tamar significa “palma” (auspicio di fecondità). Il nome di un eroe è riletto in chiave simbolica: così quello di Mosè, già citato sopra, e Gesù, che in ebraico Yeshua ricorda la radice ebraica yasha, “salvare” ed è “presagio” della sua missione (spiegazione data esplicitamente da Matteo 1,21). Senza il nome non si esiste (Qoelet 6,10) e senza nome un uomo non vale nulla (Giobbe 30,8).

Altre espressioni bibliche sono legate a questo concezione di nome, che porta i residui di un mentalità magica. Dare un nome significa “far esistere”, quindi “dominare” (il compito dato da Dio all’uomo: Genesi 2,19). Conoscere il nome di qualcuno significa poter esercitare potere su di lui (Marco 1,24: lo spirito “impuro che pretende di conoscere il nome di Gesù). Il nome è in qualche modo l’“alter ego” della persona: dove c’è il nome, c’è la persona. Dire dunque che nel tempio abita il “nome di Dio” significa che vi abita Dio stesso (Deuteronomio 12,5). Il nome è talmente “prossimo” alla persona che i Giudei non pronunciano, per rispetto, il nome divino, usando invece delle perifrasi (una è proprio “il Nome”, ha-shem). Pronunciare il nome su un oggetto è prenderne possesso (2Samuele 12,28). Chi ha scritto su di sé il nome di Dio è suo servitore (Isaia 44,5). Colui su cui si pronuncia il nome di un potente è sotto la sua protezione: così nella benedizione da parte del sacerdote il nome divino è posto sul popolo e Dio lo benedice (Numeri 6,27).

Invocare il nome di Dio (nel culto) è accettare di uscire da se stessi, atto di espropriazione e accettazione di un’appartenenza, che diventa fonte di benedizione (Numero 6,24-27). Gesù insegna il nome nuovo di Dio (Luca 11,2: «Quando pregate dite: Padre»). Il “nome” di Signore (in greco kyrios) viene dato a Gesù dal Padre con la risurrezione (Filippesi 2,9-11). Un’ultima parola sulla rivelazione del “nome divino” che Dio stesso fa a Mosè al roveto ardente, in seguito alla richiesta di “conoscere il nome” divino per potersi accreditare presso gli Israeliti: «Io sono colui che sono» (Esodo 3,15). In base al contesto, il nome rivelato da Dio (YHWH, il tetragramma sacro, spesso trascritto come Jahweh) ha a che fare con la liberazione dall’Egitto: è in questa vicenda che Dio si fa conoscere come colui che “è presente al” suo popolo, è “a suo favore”, si affianca a lui in un cammino di condivisione e verso la libertà. Nomen omen: questo è il nostro Dio. E in Gesù questa suo disegno ha conosciuta la sua realizzazione.

 

 

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