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giovedì 16 agosto 2018
 
Musica
 

Dindo, un violoncello per il mondo

07/02/2014  «L’italianità viene molto riconosciuta all’estero e la musica da camera italiana è molto apprezzata. In Italia, invece, la programmazione sta morendo», dice il musicista, che ha appena inciso con I solisti di Pavia un Cd con brani di Kapustin e Piazzolla.

E’ da molti anni che chi ama la musica da camera sa quanto solisti ed interpreti italiani siano stati capaci di diventare artisti di riferimento, in grado di confrontarsi con le stelle internazionali. Grazie anche al temperamento italiano. Enrico Dindo, violoncellista di 48 anni, ne è una dimostrazione.

Lui non commenta la nostra considerazione: “Questo lo lascio dire a lei”, dice.
Ma ammette che “i successi di vendita della casa discografica Decca che molto ha puntato sugli italiani sono un bel risultato”. Aggiungendo: “L’italianità viene molto riconosciuta all’estero, dove continuano ad esserci grandi progetti. E la musica da camera italiana è molto apprezzata. In Italia purtroppo la programmazione sta morendo”.

Un vero delitto. E lo dimostra anche l’ ultimo Cd di Enrico Dindo: con I Solisti di Pavia, il suo complesso formato da “20 compagni di viaggio con i quali ho il piacere di condividere l’esperienza ed una ricerca che non sarà mai finita”, ha registrato pagine di Nikolaj Kapustin e Astor Piazzola. Il primo non è particolarmente famoso, gli facciamo notare: “Quando ho ascoltato la prima volta una musica di Kapustin ero un po’ prevenuto. Non lo conoscevo e mi aspettavo qualche cosa di molto contemporaneo. Invece ho percepito questi ritmi funky e jazz. Sono rimasto catturato. Mi piaceva molto, perché ero in sintonia con quella musica. Sembrava tutto improvvisato, ma ho scoperto che ogni dettaglio della esecuzione, ogni nota era scritta dall’autore. Che, insomma, si divertiva a fare suonare la sua musica come se nascesse all’istante. Poi ho scoperto che aveva composto due concerti per violoncello. Ne ho immediatamente programmato uno, senza nemmeno leggere prima la partitura. E’ stata una scommessa al buio. Quando mi è arrivato ho dovuto mano a mano adattarmi ad una prassi esecutiva a me sconosciuta. Perché ho ascoltato certa musica, ho amato il jazz e lo ascolto ancora adesso, ma la deriva interpretativa jazzistica purtroppo non l’ho mai praticata. Ma grazie a Kapustin mi sono trovato a suonare il jazz. E’ stato ancora più complicato trasferire questa esperienza ai solisti di Pavia con i quali suoniamo sempre senza direttore. Ma sono soddisfattissimo del risultato”.

Ed ha ragione: il disco è di una piacevolezza d’ascolto straordinaria. Merito di Dindo, grandissimo violoncellista venuto alla ribalta con la vittoria nel Premio Rostropovich di Mosca nel 1997 e per il quale già molti compositori hanno scritto musica.

Quanto a Piazzolla, ormai è un mito: “Piazzolla non è più solo un autore di tango. E’ un grande del ‘900, un classico. Nel Cd presentiamo Il gran tango: è nato quasi come gioco, ma poi ho scoperto che funzionava; Le quattro stagioni, nelle quali la bravura e lo stile di Jorge Bosso che ha curato la trascrizione si fondono con Piazzolla. E poi una dolcissima Ave Maria ed Oblivion che è semplicemente una delle più belle pagine della storia della musica”.

E progetti futuri? “Tanti, anche con I Solisti di Pavia. Ma per scaramanzia aspetto a parlarne. Per prima cosa stiamo cercando di rinnovare la nostra immagine, perché vogliamo spingerci in nuove avventure, soprattutto oltre confine”. Oltre confine: il solito ritornello, visto che questo Paese che fa poco per i talenti. Un ultima domanda: cosa prova nel riascoltarsi in disco?: “L’emozione di rivivere tutte le esecuzioni che abbiamo fatto in pubblico del pezzo”.

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