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Dislessia. Capire, scoprire e trovare soluzioni al problema

04/04/2016  È il più frequente disturbo dell'apprendimento, che coinvolge quasi due milioni di italiani. Non dipende da un difetto di intelligenza, ma dall'attività di alcune aree cerebrali, che possono essere rieducate. Tutto quello che devi sapere

"Diftntt ”. Non è un errore di stampa, ma il modo in cui un bambino dislessico potrebbe visualizzare la parola “divertente”. La dislessia infatti si presenta come un disturbo di lettura e scrittura, dovuto alla difficoltà di apprendere e stabilizzare la corrispondenza fra lettere e suoni, soprattutto quando i fonemi hanno sonorità molto affini (“d” e “t”, “p” e “b”, “f” e “v”). Così può accadere che le parole di un testo appaiano più vicine, affollate, distorte, sfocate o addirittura orientate diversamente sul foglio.
«Non si tratta di una malattia, né di un ritardo mentale e neppure di qualche minorazione sensoriale o neurologica», spiega il professor Giacomo Stella, direttore scientifico della rete nazionale Sos Dislessia (www.sosdislessia.it) e ordinario di Psicologia clinica presso la Facoltà di Scienze della formazione dell’Università di Modena e Reggio Emilia. «Apparentemente inspiegabile, la dislessia è stata a lungo confusa con pigrizia, svogliatezza e mancanza di impegno, mentre negli ultimi anni le neuroscienze hanno dimostrato come l’origine stia nelle aree cerebrali deputate all’elaborazione del linguaggio e dei segni scritti, che in alcuni soggetti lavorano in maniera diversa e richiedono un maggiore impegno nel processo di automatizzazione di queste azioni».

La causa è genetica
Il disturbo alla base è di tipo costituzionale e dipende dall’eredità familiare di alcuni geni che – all’interno della corteccia cerebrale – generano piccole anomalie nel circuito incaricato alla lettura: immaginiamo un impianto elettrico, dove la corrente salta qualche passaggio nel normale percorso, determinando, ad esempio, l’accensione di una sola lampadina anziché dell’intero lampadario.
In quanto congenita, la dislessia non può scomparire del tutto ma permane per l’intero corso della vita, seppure con diversi gradi di espressività a seconda del recupero più o meno efficace.
«In Italia, la problematica interessa il 3-3,5 per cento della popolazione, soprattutto maschile, ovvero circa un milione e ottocentomila persone», riferisce il professor Stella. «La percentuale raddoppia in Paesi come la Gran Bretagna o la Francia, dove il sistema ortografico è irregolare e le parole non si leggono come si scrivono, complicando le cose».

La scuola è rivelatrice
Di norma, ci si accorge della dislessia durante i primi anni di scuola, quando i bambini presentano un’inattesa difficoltà durante lettura e scrittura, senza aver manifestato fino ad allora comportamenti anomali (solo in alcuni casi possono esistere segni premonitori, come disturbi del linguaggio o gravi problemi di attenzione).
Raramente è isolata, perché nella maggior parte dei casi è associata ad altri disturbi dell’apprendimento: la disortografia, ovvero la difficoltà nell’applicare le comuni regole ortografiche; la disgrafia, cioè l’utilizzo di una calligrafia sproporzionata nella grandezza, mal distribuita sul foglio e spesso illeggibile; la discalculia, ossia l’incapacità di eseguire calcoli in modo automatico e imparare le procedure delle operazioni aritmetiche.

Un senso di sfi„ducia
Il risultato è un rendimento scolastico discontinuo, inferiore alle aspettative, che genera nei bambini sentimenti di sfiducia, frustrazione e la convinzione di essere poco intelligenti rispetto agli altri compagni, che non mostrano le stesse difficoltà.
Si rivela allora essenziale il ruolo delle famiglie e degli insegnanti, che devono evitare tutti quegli atteggiamenti di rimprovero in grado di minare l’autostima e generare un vero e proprio terrore per la lavagna e le interrogazioni, premiando, ad esempio, lo sforzo piuttosto che il risultato.
Dunque, che fare? «I genitori che notano una marcata difficoltà di scrittura e lettura nei figli all’inizio della scuola primaria possono richiedere un parere specialistico, pubblico o privato, a neuropsichiatri infantili, psicologi o logopedisti», suggerisce Stella. «A quel punto, potranno essere individuate particolari strategie educative, finalizzate a migliorare le abilità personali, assecondando le modalità di apprendimento dello studente».

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