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Don Antonio: vita e vocazione di un prete di strada

31/10/2017  «Una notte del 1951, circondato da bimbi senza più papà né mamma, mi interrogai sulla vita: e se facessi il padre per loro?». Così, a 20 anni, è nata una vocazione

Più della mimica plastica del volto, dicono di lui le mani sciupate e la trasparenza, limpida e liquida, degli occhi grigio chiaro: mani che non hanno esitato a sporcarsi con la fatica del vivere altrui; occhi che non sono mai fuggiti di fronte all’abisso dell’umano, per quanto profondo.

Don Antonio Mazzi va per gli 88 anni, improbabili per il dinamismo del corpo e della mente. Non nasconde, neanche a sé stesso, che sia tempo di bilanci e ne ha affidato uno al libro Amori e tradimenti di un prete di strada, in uscita per San Paolo: più che un’autobiografia la storia di un’anima, con quel tanto di divagazione che il genere comporta.

Sotto il pergolato, in mezzo al Parco Lambro, il racconto comincia dal sé stesso bambino che s’è definito orfano di padre, di madre e di Dio: «Mio padre è morto di broncopolmonite quando ero molto piccolo. Mio fratello sarebbe nato sei mesi dopo. Ho perso in un colpo papà e mamma: da quel giorno lei è vissuta lavorando giorno e notte, chiusa nel silenzio del suo dolore. Non ricordo un abbraccio di mia madre».

Di lì fu fame, guerra, collegio soffertissimo e rabbia, tanta rabbia: «Ero indisciplinato: la maestra mi metteva dietro la lavagna in castigo e, intanto, mi allungava qualcosa da mangiare, perché sapeva che non si va bene a scuola con la pancia vuota. Stavo male con me stesso, mi comportavo peggio. Avrò avuto otto anni quando chiesi a mia madre perché non sposasse uno degli zii: mi guardò scandalizzata. Era il mio modo di dirle: “Sei troppo santa, io ho bisogno di una mamma”. In terza media son stato bocciato per la condotta. Mi ha salvato la musica».

La fede, a quell’età, era un’abitudine: «Andavo in Chiesa perché mi costringeva mia mamma: ma non mi convinceva quel Dio che, dicevano, aveva preso papà».

MISTERO DELLA FEDE

L’ha incontrato dopo, lungo un’altra, meno scontata, delle infinite vie. Erano gli anni di don Camillo e Peppone, dei giovani contesi tra Città dei ragazzi e Case del popolo: «Stavo aiutando don Calabria ad aprire la Città dei ragazzi a Ferrara. A novembre del 1951 il Po ruppe gli argini e mi trovai ad aiutare. Ho ancora dentro l’urlo dell’acqua. Una notte, a vent’anni, su una barca, circondato di bambini senza più mamma, né papà, né casa, mi interrogai sulla vita: e adesso? Se facessi il padre per loro? Come faccio, fuori di testa come sono?».

Don Antonio oggi ride dell’ingenuità con cui andò a dire al vescovo: «Se io, per fare da padre a loro, facessi il prete?». Dev’essere la stessa risata di bonario compatimento che gli rivolse allora il vescovo: «“Be’, direi che prima ti devi convertire” e mi spiegò, un po’ perplesso, come funzionava».

Dopo un bel po’ di sgambate in bicicletta per raggiungere la facoltà di Teologia, maturando convinzione a ogni pedalata, il ribelle Antonio si ritrovò disteso a terra con indosso la veste prestata dal vescovo a dire un sì, che si è declinato senza perdere del tutto l’irregolarità delle origini, ma si rinnova ogni giorno da sessant’anni: «Avevo in testa un film diverso: ero venuto a Milano per l’Opera don Calabria, mi ero preparato per occuparmi di disabili. Di droga non sapevo nulla».

Ma sotto la Madonnina negli anni Settanta l’emergenza era al Parco Lambro, con i tronchi degli alberi trafitti di siringhe come puntaspilli, proprio dove ora sorgono le case rosa di Exodus, dove si accolgono persone in trappola nei tunnel della vita, cambiati negli anni, ma sempre bui. «A cinquant’anni qui ho scelto: mi minacciavano, ho deciso di restare. Ho cominciato a capire chi sono e ancora me lo chiedo, magari mentre celebro la Messa alle tre di notte in camera perché prima non c’è stato il tempo».

PRETE IN MAGLIONE

  

In certi momenti è stato complicato far accettare a una parte della Chiesa quel modo di intendere il sacerdozio in maglione, tutto sostanza e poca forma: «Se non vuoi essere un impiegato, devi “essere” prete, non puoi limitarti a farlo».

Mai dubitato? Alza gli occhi chiari, quasi stupito: «Di che dovrei dubitare? Parlo con Dio come si parla con una persona semplice. Non so dire se per mia superficialità o perché le esperienze della vita mi hanno costretto a smontare l’idolo che ci facciamo di Dio. Più che fede la chiamerei amicizia. Alla fine Gesù li chiama amici. Io l’ho incontrato tra quelli che nessuno accoglie: Cristo non è “con” loro, Cristo “è” loro. Faccio fatica a dirmi uomo di fede, sono un uomo di speranza».

A costo di sfidare incomprensioni: «Mi hanno rimproverato d’aver accolto Corona. Ma se ogni uomo è figlio di Dio e non esistono figli di N.N. devo sperare che in fondo a tutti ci sia del buono da tirare fuori. Sono per seminare, non per raccogliere: la gramigna fa parte del campo. Solo davanti al dolore delle madri mi è capitato di pensare: “Signore, sono stanco di fare la tua volontà”, ma poi ogni volta che glielo dico Lui mi combina qualcosa. E credo lo faccia per salvare me».

Giorno per giorno il vuoto originario si è riempito: «Ma alla mia età, ora, sperimento il senso del limite: penso a questo posto dopo di me. È egoismo? Non lo so. Non vorrei un erede, ma un gruppo: il carisma è spirito, va allargato, non ingessato. Ma devo accettare che Dio, che s’è servito di uno scartino come me, possa avere altri progetti».

Si guarda attorno: «Se avessi trent’anni di meno farei questa baracca in Africa. Ho capito tardi che abitiamo nella parte ingiusta del mondo, mi dico che se noi preti, me compreso, fossimo stati più bravi a lavorare insieme l’avremmo migliorato: possibile che accettiamo che milioni di bambini vivano senza esistere perché non hanno documenti?».

Foto di Fabrizio Annibali

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