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sabato 23 febbraio 2019
 
 

Don Ciotti: «La mia strada è il Vangelo»

04/01/2015  E' lui l'Italiano dell'anno per Famiglia Cristiana. Dal 1965 anima il Gruppo Abele, dal 1995 Libera. Da sempre su tanti fronti: droghe, mafia, usura, legalità. «Non ci dev’essere denuncia senza proposta».

A un certo punto prende in mano una versione inglese della Bibbia, stampata nel Regno Unito, venduta in Nordafrica, finita sul fondo del Canale di Sicilia nella sacca di un pover’uomo alla ricerca di un futuro migliore. «Me l’ha regalata un pescatore. È tutto ciò che resta di un immigrato maghrebino morto durante la traversata. Sai, spesso l’appoggio sull’altare quando celebro. Ci ricorda tutti i crocifissi di oggi».
Abita un’ex fabbrica metalmeccanica, vive la storia e distilla speranza, don Luigi Ciotti. Un vezzo, l’unico: «Sono un montanaro, da sempre iscritto al Club alpino italiano, sezione Pieve di Cadore». Un amore, su tutti: «La Parola di Dio, che mi orienta e mi dà forza».
Una compagnia di viaggio la più variegata ed eterogenea possibile: dai tossicodipendenti alle prostitute, dai malati di Aids alle vittime dell’usura e a quelle della mafia.
Si accinge a vivere un anno, il 2015, ricco di anniversari, don Ciotti: «Il Gruppo Abele compie 50 anni, Libera 20 e io, sommessamente, ne faccio 70, il prossimo 10 settembre».

La sede in cui ci riceve, in corso Trapani, a Torino, era una volta la Cimat, un’azienda specializzata nella produzione di macchine utensili: «Chiuse definitivamente i battenti nel 1976, l’allora arcivescovo, il cardinale Michele Pellegrino, solidarizzò con i dipendenti».
Del passato operaio rimangono certe attrezzature a vista. Il salotto in cui riceve è attiguo alla cucina, giusto un tavolo e una credenza.
Tra libri e foto di famiglia, la camera da letto custodisce anche una manciata di coloratissime stole, alcune arrivate dall’America latina, più una bianca: «Era di don Tonino Bello, il vescovo profeta della pace, amico dei poveri».

- Per Famiglia Cristiana sei l’italiano dell’anno.
«La cosa mi imbarazza, sai...». È il nostro modo di dire che apprezziamo il tuo stile di stare accanto a chi non ha voce né diritti. «Sono un prete...».

- Già, prete di strada...
«Prete e basta».

- Perché hai scelto di diventare sacerdote? Cos’è cambiato nel vivere il tuo ministero in questi anni?

«Vocazione è essere scelti, molto più che scegliere. È aderire a qualcosa che riguarda la parte più profonda del nostro essere. La vocazione è una voce che chiama e che chiede una risposta. Ed è perciò anche una responsabilità. Io credo di essere stato prete ancora prima di diventarlo nei fatti. Poi, ovviamente, c’è modo e modo d’interpretare e vivere l’essere preti, il tuo incontro con Dio e con gli altri».

- C’è qualche persona, in particolare, che ha segnato la tua vocazione?

«Io ho avuto la fortuna di contare su due grandi vescovi, Michele Pellegrino e Anastasio Ballestrero. Così come su altri grandi figure che mi hanno arricchito con il loro affetto e la loro amicizia: don Franco Peradotto, padre Turoldo, don Tonino Bello. Quanto al mio “ministero”, si è lasciato plasmare dalla vita delle persone, dai loro bisogni e dalle loro speranze. Come persona, come prete e come cittadino, io sono quello che le relazioni con gli altri hanno fatto di me. Il Vangelo è stato il mio riferimento, la cartina di tornasole della mia coerenza, della mia autenticità, senza dimentil’espressione “prete di strada”. Nell’essere prete è insita la dimensione della strada, del cammino, dell’incontro, della ricerca. Il panorama della strada è cambiato, sono cambiati volti e problemi. Non è cambiato il bisogno di dignità delle persone, non è cambiata la loro speranza di libertà». La strada in fondo pone sempre alla coscienza una domanda molto scomoda: come fare – anzi cosa puoi fare – affinché tutte le persone abbiano accoglienza, abbiano una casa, un lavoro, una dignità, siano chiamate per nome, non siano un numero, una cosa, una merce? «Questa è la domanda fondamentale della strada. Ed è una domanda che tendiamo a eludere. Fingiamo di non sentire, di non vedere. Altrimenti la strada non sarebbe sempre così care la Costituzione, perché ho sempre creduto che l’essere prete voglia dire tenere insieme terra e cielo, la dimensione spirituale e l’impegno civile, carità e affermazione dei diritti».

- Tossicodipendenti, malati di Aids, vittime della mafia e dell’illegalità: da sempre scegli compagni di viaggio “scomodi”.
«La strada è il Vangelo. Sono indissolubili. Per questo non mi piace l’espressione “prete di strada”. Nell’essere prete è insita la dimensione della strada, del cammino, dell’incontro, della ricerca. Il panorama della strada è cambiato, sono cambiati volti e problemi. Non è cambiato il bisogno di dignità delle persone, non è cambiata la loro speranza di libertà».

La strada in fondo pone sempre alla coscienza una domanda molto scomoda: come fare – anzi cosa puoi fare – affinché tutte le persone abbiano accoglienza, abbiano una casa, un lavoro, una dignità, siano chiamate per nome, non siano un numero, una cosa, una merce?
«Questa è la domanda fondamentale della strada. Ed è una domanda che tendiamo a eludere. Fingiamo di non sentire, di non vedere. Altrimenti la strada non sarebbe sempre così piena di disperazione, di smarrimento, di bisogni non raccolti. L’aspetto che più balza all’occhio, rispetto a quando ho cominciato la mia storia di prete, è che la strada, allora, era segnata soprattutto da emarginazione, fatica esistenziale, malattie, dipendenze».

- Oggi non solo da quelle.
«Oggi ci sono interi pezzi di società che non hanno più i mezzi materiali per vivere con dignità. Che sono stati “sfrattati”. Che non hanno più cittadinanza. Non è un segno di progresso. Siamo andati senz’altro avanti nel campo delle tecnologie, delle telecomunicazioni, delle scienze. Ma nel campo dell’umanità, dell’accoglienza, del rispetto della diversità, dei diritti, della uguaglianza, c’è stato un regresso, un tradimento degli ideali che dovevano plasmare il mondo all’uscita dall’ultima guerra mondiale. Se si leggono la Costituzione e la Dichiarazione universale dei diritti umani, e poi ci si guarda intorno, non si può non provare un senso di vergogna».

- Com’è cambiata l’Italia?
«Pensavo ovviamente anche al nostro Paese dicendo queste ultime cose. Non ha molto senso fare paragoni, perché ogni tempo, ogni epoca ha le sue caratteristiche, le sue peculiarità. Certo è che l’Italia a un certo punto ha smesso di crescere. Ma attenzione, non parlo di crescita economica, di prodotto interno lordo – che è l’unica “crescita” alla quale sembra diamo importanza – ma di crescita culturale, di coscienza di sé e delle proprie responsabilità. L’attuale crisi è economica nelle conseguenze, ma culturale ed etica nelle premesse.
Nasce dal modo in cui viviamo il nostro essere cittadini, il nostro essere parte di una società e di una comunità. Nasce dall’indifferenza e dal cinismo, dall’idea molto diffusa che l’interesse individuale – o di piccole cerchie e corporazioni – sia contrapposto al bene comune. Nasce dalla corruzione, che è la malattia del potere e del possesso».

Il malaffare ha purtroppo contraddistinto anche il 2014...
«Il quadro nell’insieme non è positivo, non è rassicurante. Ma la lucidità di analisi deve implicare l’impegno e dunque la speranza. È troppo comodo denunciare quello che non va e poi starsene con le mani in mano. Siamo tutti “professori” quando c’è da criticare. Ma la giusta critica, la giusta analisi, devono poi tradursi in impegno, in responsabilità. E sotto questo profilo vedo dei segni positivi, in particolare nei giovani, che si ribellano all’idea di un mondo fatto su misura dei ricchi, dei potenti, dei privilegiati e dei raccomandati, un mondo per pochi dove gli altri devono stare fuori dalla porta e arrangiarsi. Primo Levi parlava della crudele logica selettiva dei lager, di “sommersi e salvati”. Ma attenzione, che anche nel nostro mondo si stanno formando dei piccoli lager dove finisce la disperazione delle persone escluse».

- Siamo una società con un tasso crescente di esclusione...
«La società dell’io non è una società. È una coabitazione d’individui legati se va bene da un interesse. Non amici, ma complici. Uniti quando l’interesse è comune, nemici quando è contrapposto. Alla fine si torna sempre lì, al rapporto umano. La qualità della vita sociale è data dallo spazio che diamo agli altri nella nostra vita. Per questo l’incontro con la diversità, l’interazione (non l’integrazione, l’assimilazione) con le persone immigrate, il reciproco scambio umano e culturale sono una grande opportunità di crescita per costruire una società più giusta e più umana».

- Com’è cambiata la Chiesa?
«Occorre sottolineare che la Chiesa è fatta di tante chiese, di tante sensibilità, tanti modi di vivere la fede e di praticare il Vangelo, quindi sarebbe presuntuoso da parte mia giudicare un processo così vasto e complesso. Posso però dire che in questi decenni il grande rinnovamento del concilio Vaticano II, la speranza di una Chiesa del mondo e per il mondo, presente nella storia non tanto per affermare o difendere la dottrina, ma per farne strumento di Vangelo, cioè di liberazione dell’uomo anche su questa terra, si è tenacemente fatto strada, nonostante gli ostacoli, le resistenze, le interpretazioni al ribasso».

- Chi si appella alla tradizione giudica ciò sovversivo, rivoluzionario...
«È semmai un ritorno alle origini, alla sobrietà e alla povertà del Vangelo. Cioè a una Chiesa che non sia fine, ma mezzo, che sia al servizio di tutta l’umanità, senza chiedere certificati d’idoneità. Una Chiesa che accoglie e che va a cercare le persone accolte. La Chiesa che ci chiede di costruire, papa Francesco la definisce così: «Non una dogana, ma la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa ». Il Papa ha messo al centro della riflessione il tema del potere, un tema su cui anche la Chiesa e tutti i credentante ti sono chiamati a riflettere perché la fedeltà al Vangelo si misura anche in termini di spoliazione, di rinuncia al potere e all’avere. L’autorevolezza spirituale, inseparabile dall’etica, viene da quello che si è e si fa, non da quello che si mostra di essere. Credo che come preti, come cristiani, dobbiamo aiutare il Papa in questo progetto, perché è indubbio che anche la Chiesa ha bisogno di purificarsi, di cambiare profondamente quanto ad assetti, codici, procedure di gestione e, duole dirlo, lussi e sfarzi inaccettabili».

- Com’è cambiata la tua vita dopo le minacce della mafia?
«È più complicata nell’organizzazione, non nella sostanza. Quelle minacce erano da mettere in conto. Alle mafie – e ai loro complici – disturbano soprattutto due cose.
Che gli vengano confiscati i soldi, le proprietà illegittime. E che vengano realizzati progetti che educhino alla coscienza critica e alla responsabilità, cioè a una vita libera, irriducibile al sonno della coscienza, all’indifferenza che fa il gioco delle mafie e della corruzione.
Ora il punto è che Luigi Ciotti è solo una piccola persona che cerca d’impegnarsi in questo senso, ma insieme a lui ci sono migliaia di persone.
Quelle minacce dunque non colgono il segno, perché una persona puoi minacciarla e credere di fermarla, un movimento e un impegno collettivo no».

- Con don Gino Rigoldi e don Virginio Colmegna dalla Statale di Milano hai ricevuto la laurea honoris causa in Comunicazione. Un’occasione per riflettere sulla forza, e sulla responsabilità, della parola...

«È un problema enorme. Posso sintetizzare così: oggi la forza della parola è inversamente proporzionale alla sua responsabilità».

- Viviamo un’epoca di moltissime parole. Quante di queste sono “connesse” con la vita, con la ricerca di verità? Quante sono utilizzate per illuminare la conoscenza e la coscienza, e quante invece per addormentarla, per distrarla creando facili illusioni?
«È una malattia, quella della parola, che tocca più ambiti della vita, ma che nei luoghi del potere – la politica, l’economia, l’informazione – può avere esiti disastrosi, perché se il potere non cerca la verità o dice altro al posto della verità, ci sentiamo autorizzati a credere che non esiste giustizia, e che la forza prevale sul diritto. Una parola staccata dalla vita e dalla ricerca della verità è una parola screditata, una parola inaffidabile. Per questo dobbiamo riscoprire la responsabilità della parola e smascherare l’inganno delle parole. Il che significa innanzitutto imparare di nuovo ad ascoltare, a mettersi nei panni degli altri, a ridurre un po’ questo “io” gonfio di parole. L’ascolto viene prima del parlare, come il leggere viene prima dello scrivere.

(ha collaborato Alberto Chiara)

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