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Ciao Alfie, ci hai insegnato il coraggio della vita

28/04/2018  Il bimbo non ce l'ha fatta. "Gli sono spuntate le ali ed è volato via" hanno detto i genitori Tom e Kate. Una disumana sentenza del tribunale inglese ha voluto, di fatto, condannare a morte il piccolo. Il suo cuore ha cessato di battere alle 2.30. Oggi lo piangiamo stringendoci ai genitori ribadendo che la sua esistenza non è stata inutile e che non c'è cura senza relazione umana.

Alfie non ce l'ha fatta. Affetto da una malattia degenerativa sconosciuta (almeno per i medici inglesi) è morto alle 2.30 di stanotte. "Gli sono spuntate le ali ed è volato via", hanno detto i genitori. Quando un bambino è malato, i genitori lo portano all'ospedale perché guarisca o quanto meno perché venga curato. E' normale che avvenga così. Ma non lo è stato per Thomas e Kate, i giovanissimi papà e mamma del piccolo Alfie che una disumana sentenza di tribunale ha voluto, invece, di fatto, condannare a morte. Inutili gli appelli del Papa e l’offerta di ospedali stranieri, tra cui il Bambin Gesù di Roma, di ricoverare il bambino sollevando l’ospedale di Liverpool (l’Alder Hey Hospital) dai costi per tenerlo in vita, costi ritenuti troppo elevati per una vita umana.

E proprio ragionando di costi l’ospedale inglese ha definito la vita di Alfie “inutile” e “futile”, chiedendo all'Alta Corte l'autorizzazione a  “staccare la macchina” che tiene in vita un bambino di soli due anni. Alfie ha lottato come un piccolo gladiatore, come hanno riferito i genitori, poi è salito tra le braccia del Padre. Da un lato una fredda ragioneria, china al potere dei soldi; dall'altra la speranza dei genitori, calpestata e derisa. E se a qualunque mamma e qualunque papà viene naturale immedesimarsi col dolore di Thomas e Kate e immaginare l’angoscia, la rabbia e la disperazione che hanno provato assistendo inermi, dopo inutili battaglie, alla tragica fine del loro bambino, resta per noi difficile comprendere cosa possa provare un medico a compiere un simile atto, così contrario alla sua professione.

Ricordando Alfie e altri casi simili papa Francesco aveva pregato perché «ogni malato sia sempre rispettato nella sua dignità e curato in modo adatto alla sua condizione, con l’apporto concorde dei familiari, dei medici e degli altri operatori sanitari, con grande rispetto per la vita ». Ed è proprio la mancanza del rapporto umano tra medici e famiglia che colpisce riguardo questa tragica vicenda. Perché comunque debba concludersi l’esistenza di un figlio così sfortunato, di un bambino così piccolo «i genitori vanno molto seguiti, molto accompagnati, molto ascoltati. Non c'è cura senza relazione»,  come ha commentato  Mariella Enoc, presidente del Bambino Gesù, l’ospedale pediatrico del Papa che si era offerto di prendere in cura Alfie. La Enoc era volata a Liverpool il giorno in cui erano iniziate le operazioni per staccare i macchinari al fine di porgere personalmente la richiesta ai titolari dell'ospedale inglese (non è stata nemmeno ricevuta). «Bisogna fare una riflessione generale che non si limiti al singolo caso, che eviti il muro contro muro», ha insistito la Enoc parlando con Famiglia Cristiana prima di tornare a Roma. Come a dire la vita. Per tutti. Prima di tutto.

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