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martedì 17 settembre 2019
 
 

Droni e soldati robot, la nuova battaglia

01/01/2014  Coordinò la Campagna contro le mine antipersona, Nobel per la pace 1997. Ora rilancia, chiedendo la messa al bando dei sistemi d’ultima generazione

Il Premio Nobel per la pace, vinto nel 1997 con la Campagna contro le mine antiuomo, non ha appagato Jody Williams. A 63 anni l’attivista e pacifista americana, originaria del Vermont, continua a lottare per un mondo senza armi, con lo stesso spirito che la spinse, nel 1981, a distribuire volantini nelle strade di Washington. Fu così che cominciò il suo impegno per la pace. Allora si denunciava il coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra civile del Salvador, oggi invece Jody Williams si batte per mettere al bando i robot killer, cioè le armi totalmente autonome che presto potremmo trovare negli arsenali delle potenze militari.

Signora Williams, che cosa sono i robot killer?

«Sono armi progettate per poter uccidere autonomamente esseri umani. Finora queste armi le abbiamo viste solo nei film di fantascienza, ma purtroppo la ricerca si sta spingendo in avanti e i robot killer stanno per diventare realtà. Per me questo significa una bancarotta etica e morale. Vedere che l’uomo immagina di affidare il potere di vita e di morte a delle macchine terrestri, aeree o navali va al di là della mia comprensione e mi ha spinto a lanciare questa campagna per fermare i robot killer prima che siano realizzati».

In che cosa i robot killer sono diversi dai droni, gli aerei senza pilota già utilizzati sia in campo militare che civile?

«Anche se un drone può volare lontano migliaia di chilometri, in una base militare negli Stati Uniti c’è un militare o un team di militari che, davanti a un computer, individua i possibili bersagli e decide di colpire. Alla fine è un essere umano che spinge il bottone e lancia il missile che colpisce il bersaglio. Invece dietro i robot killer non c’è nessun essere umano che controlla i bersagli o prende la decisione di attaccare. I robot killer sono programmati per agire autonomamente durante la missione».

Una potenza che dispone di robot killer non dovrà più temere la perdita dei propri militari: crede che questo renderà più facile l’entrata in guerra di uno Stato?

«Certamente. Questa è una delle nostre maggiori preoccupazioni. Per gli Stati Uniti, che purtroppo restano il Paese più aggressivo militarmente nel mondo, dopo il Vietnam è diventato più facile andare in guerra. Ormai abbiamo un esercito di volontari, nel quale, va ricordato, si arruolano soprattutto i poveri. Non c’è più la leva obbligatoria e questo soffoca il dibattito sulla necessità o meno di andare in guerra. Inoltre con l’ampio uso di droni da parte degli Stati Uniti diventa più facile colpire Paesi con i quali non siamo in guerra. Negli Stati Uniti non ci si indigna abbastanza per il fatto che stiamo assassinando gente in Yemen, in Somalia o in Libia, Paesi con i quali non siamo apertamente in conflitto. Quindi stiamo commettendo degli omicidi e la pubblica opinione non discute di questi fatti. Immaginate se ci sarà un giorno quando avremo solo armamenti robotizzati. Chi si preoccuperà?»

Ma pensa che i robot killer, di certo molto costosi, potranno veramente diffondersi su larga scala?

«Guardi che cosa è accaduto con i droni. Oggi nel mondo sono già 77 i Paesi che posseggono questi aerei senza pilota. Non tutti sono usati per attaccare, ma teniamo conto che si tratta di strumenti relativamentE nuovi. Sono stati usati per la prima volta in Afghanistan e in Irak non più di una decina di anni fa e ora sono già utilizzati da decine di Paesi. Immagina 77 Paesi che usano i robot killer? C’è veramente da preoccuparsi».

Come sta andando questa sua nuova campagna?

«Mi sta davvero sorprendendo. L’abbiamo lanciata a Londra in aprile e dopo sette mesi abbiamo già creato una grande mobilitazione fino a portare questo tema sul tavolo della Convenzione di Ginevra sulle armi convenzionali, che ne discuterà nel maggio del 2014. Siamo arrivati a questo risultato grazie al nostro lavoro. Non ho dubbi che i Governi, i militari e l'industria della difesa si aspettavano che questa storia passasse inosservata. Ma un gruppo di persone si è mobilitato, ha avviato una campagna e ora finalmente ne discute la comunità internazionale».

Lei ha detto che per essere buoni attivisti non basta firmare petizioni o usare Twitter. Quali sono i suoi consigli?

«È facile preoccuparsi della guerra, del cambiamento climatico, del futuro della sicurezza alimentare. Ma preoccuparsi insieme ai nostri amici non è una strategia per cambiare le cose. La sola cosa che conta è trovare un gruppo di persone che si appassiona a una causa e lavorare insieme. La strategia viene dal potere collettivo che deriva dal lavorare insieme agli altri. Non possiamo aspettarci che il Governo, l’Onu o altri possano risolvere i nostri problemi. Basterebbe impegnarsi come volontari per un paio di ore al mese. Restare ad aspettare sarebbe solo un’abdicazione dei nostri poteri. Se non fai nulla, qualcun altro prenderà il tuo potere e lo userà. Credimi».

Che cosa pensa dell’impegno per la pace di papa Francesco?

«Apprezzo come vuole condividere la sua umanità con gli uomini. Papa Francesco rappresenta una grande speranza per noi che siamo impegnati per una pace globale. Dalla sua voce è già venuto un forte richiamo a usare le nostre risorse per il bene dell’umanità e non più per le armi».


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