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venerdì 26 aprile 2019
 
Immigrazione
 

"Egregio ministro Alfano, sono un vu cumprà, ricorda?"

10/05/2015  Laureato in Pedagogia a Lagos, vende accendini e fazzoletti di carta sulla spiaggia, in Liguria. Risponde all’uomo politico riguardo al «far lavorare gratis» gli immigrati, facendo fare loro volontariato: «Le propongo in cambio un modo diverso, e che non costa nulla, per “ripagarci”: guardando a noi e parlando di noi con più rispetto», «perché siamo persone»..

Egregio Ministro Alfano,

sono Presley Joseph, ho 31 anni e vengo dalla Nigeria. Ho letto che ha proposto di far lavorare gratis chi sopravvive al viaggio nel Mediterraneo e viene ospitato in Italia. Rivedo la mia vita nella loro fuga dalla persecuzione e dalla povertà. Penso che anche loro, come me, sarebbero disposti a fare del volontariato (ci sono tante associazioni che ci hanno aiutato!), ma il motivo per cui abbiamo rischiato la vita e lasciato le nostre famiglie è un altro: costruirci col nostro lavoro un futuro migliore, per noi e per le nostre famiglie.

In ogni caso, se vorrà applicare la sua idea, le propongo in cambio un modo diverso, e che non costa nulla, per “ripagarci”: guardando a noi e parlando di noi con più rispetto. Un giorno dello scorso agosto, Lei ha chiamato quelli come me “orda di vu cumprà”, accusandoci di rovinare le vacanze degli italiani.

Mi ricordo quando un signore italiano mi ha riferito la sua dichiarazione. Ero sulla spiaggia, dove vendevo accendini, fazzoletti di carta e spruzzini per rinfrescarsi, che compravo prima dai cinesi. Anche oggi mi trovo a Varazze, vicino a Savona: siamo a maggio e io, uno dell’orda, ho iniziato anche per questa stagione estiva a vendere sul lungomare.

Stamattina sono partito alle 7 da Genova e – sono le 13 – non sembra una buona giornata: ho guadagnato 10 euro. Vorrei raccontarLe la mia storia, perché più che un’orda siamo persone. Vengo dalla Nigeria, Le dicevo, un Paese ricco di risorse (penso al petrolio, all’Eni che lo estrae e ai tanti italiani che ci lavorano), dove però non c’è la pace. Immagino conosca Boko Haram, il gruppo terrorista di estremisti islamisti che da anni colpisce chi non la pensa come loro.

Ecco, io vengo da Kaduna, nel centro-nord della Nigeria: può vedere su Internet come in questa zona gli attacchi di Boko Haram si ripetano. Io sono cristiano pentecostale, con me porto sempre una Bibbia tascabile: a un mio conoscente hanno tagliato la mano perché la teneva fuori dalla tasca. Nelle chiese di Kaduna non si può cantare: se la voce si sente dalla strada, l’edificio rischia di essere distrutto.

Nonostante questo, io non pensavo di venire in Italia. Mi sono laureato all’Università di Lagos e per due anni ho insegnato in una scuola superiore. In occasione delle elezioni del 2007, mio fratello, che era avvocato e collaborava con un partito politico, è stato ammazzato proprio di fronte alla stazione di polizia. Tutti avevano visto, ma nessuno voleva testimoniare. Io sapevo chi aveva voluto l’omicidio, mi hanno proposto dei soldi per stare zitto, ma non ho accettato. Quando mio padre ha saputo che volevano uccidere anche me, mi ha aiutato a comprare un visto falso per andare in Francia. Illegale, lo so, ma dovevo salvarmi e non c’era altro modo.

Quattro anni fa ho raggiunto un amico della mia città a Genova, dove viviamo in un’unica stanza in quattro, pagando ad un italiano 350 euro di affitto. Per un anno ho lavorato a Savona, facendo le pulizie nel negozio di un uomo che mi ha trattato come un figlio, ma poi con la crisi anche lui non aveva più lavoro. Sono rimasto disoccupato. È per questo che da due anni, da maggio a settembre, prendo ogni mattina il treno (pagando il biglietto) e giro le spiagge liguri; d’inverno mi è anche capitato di dover fare l’elemosina.

Le assicuro, egregio Ministro, che questa vita è dura. Su 365 giorni all’anno, almeno 300 piango. Penso alla fatica di mio padre per farmi studiare, non certo per finire così. Quando succede,cerco di farmi forza toccando la Bibbia, sempre con me.

All’università ho studiato Pedagogia, non Economia, ma sono abbastanza sicuro che l’economia italiana non è in crisi per colpa dei miei accendini. Quando l’anno scorso ci ha chiamato “orda”, voleva forse dire che sulle spiagge siamo in tanti. È vero, anche a me farebbe piacere che fossimo di meno, così da farci meno concorrenza. E invece ci sono tanti uomini, spesso disperati, che hanno la colpa di essere disoccupati e poveri, e provano a racimolare i soldi tra gli ombrelloni. Le nostre famiglie a casa ci chiedono aiuto.

A un mio amico senegalese, anche lui costretto a far parte dell’orda, ogni primo giorno del mese telefona la moglie, che abita a Dakar con il figlio di 6 anni, per chiedere se quel mese riesce a mandare i soldi. Se ci fosse la possibilità, farei volentieri un altro lavoro. E potrei dire di “andare al mare”, ma a fare il bagno la domenica. Invece, dopo ore sulla spiaggia, se il sole è forte, la testa fa male. Quando dico “buongiorno”, capita di sentirmi rispondere “e chi ti conosce?”. Le assicuro che anche le parole possono fare male. Per fortuna, altri italiani sono buoni.

Chiedo scusa e perdono se qualche volta siamo stati troppo insistenti, ma Le ripeto, spesso l’insistenza è quella delle famiglie a casa, dell’affitto da pagare e della cena della sera.

La saluto.

Presley,
un uomo,
non uno dell’orda

(Testo curato da Stefano Pasta)

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