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Eleonora: "Ho scelto il settore scorte pensando agli agenti di Capaci e Via D'Amelio"

17/07/2015  Storia di Eleonora, ma non è il suo vero nome, che ha sempre sognato di entrare in Polizia e che nel 1992 ha capito che da grande voleva fare la scorta.

Eleonora non è il suo vero nome e ai suoi familiari non ha detto, non di preciso, quello che fa di mestiere. Ma il servizio scorte è la vita che voleva e la racconta con franchezza e passione. Ha 42 anni, sta in Polizia da 17, agente di scorta da sette.
Perché le scorte?
«Ho sempre sognato di entrare in Polizia, nel 1992, dopo le stragi ho capito che la vocazione era quella: le scorte. All'inizio ho fatto altro, perché è difficile venire assegnati a ruoli così, alla prima esperienza: sono stata in altri settori, la stradale, la Questura».
Ha avuto un peso nella sua scelta di questo lavoro il fatto che tra i caduti a via D'Amelio ci fosse Emanuela Loi, l'unica donna, una ragazza?
«Un motivo in più, una donna, l'unica donna, aumenta il senso di vicinanza».
Difficile da donne?
«Prima mi chiedevo: sarò all'altezza? Avevo il timore di restare indietro soprattutto sul piano fisico. Ma avevo un vantaggio: venivo da una carriera sportiva, non mi mancavano né l'altezza né l'allenamento. Poi i sono resa conto che è più che altro un pregiudizio: il lavoro della scorta non è fatto di contatto fisico necessariamente, è un lavoro di attenzione, predisposizione, osservazione. L'uomo di scorta palestrato è uno stereotipo».
E nel gestire la vita da donne com'è?
Non è che l'essere donna sia una difficoltà in sé, le donne che ci sono l'hanno scelto, sono motivate e soddisfatte. Le complicazioni sono le stesse per uomini e donne e sono legate al fatto di avere una vita poco programmabile: è normale uscire di casa per andare al lavoro con lo zaino con dentro un cambio, pronto all'evenienza di una partenza improvvisa».
Capita che si abbia del vostro lavoro un'immaginario cinematografico. La realtà com'è?
«Si viene ovviamente addestrati anche al tiro, ma non è la regola avere l'arma in pugno, per fortuna: gran parte del lavoro porta a valutare, in anticipo, le situazioni di pericolo e a prevenirle: capacità strategiche e spirito d'osservazione sono fondamentali, più della prestanza fisica.
Scorta fissa e soggetto protetto: come si misura la giusta distanza?
«L'essenziale è essere molto professionali, discreti, chiari: se dimostri professionalità da subito, il rapporto diventa fluido. Non ho mai avuto particolari difficoltà, anzi a volte soprattutto con i bambini nascono rapporti affettivi, ci vedono come gli angeli custodi. Nel rispetto dei protocolli di sicurezza, nella definizione dei ruoli la distanza si calibra. Ho fatto tutti i livelli di sicurezza, dal quarto al primo, quando il rischio è elevato è più difficile, si è necessariamente più invadenti. Ma se si dimostra professionalità tutto funziona».
C'è chi dice che le donne abbiano una marcia in più quando si tratta di tutelare donne e bambini?
«Sì, per i bambini con le donne è più facile, ci sentono meno ingombranti».
Mai pensato chi me l'ha fatto fare?
«Di solito succede quando pensi di aver finito di lavorare e ti dicono che devi correre a prendere un aereo all'improvviso: ma è lo sfogo di un momento: è ancora quello che volevo fare da grande. La gratificazione in questo senso è massima. La vita privata certo è un po' complicata, si fatica a programmare». 
Nei momenti di sconforto che cosa soccorre?
«Il pensiero dei ragazzi rimasti a Capaci e a Via D'Amelio, ti dici che in fondo quello che in quel momento ti scombina una serata non è importante, che sei orgoglioso di quello che fai».
Che effetto le fa il fatto che vengano ricordati come "la scorta"?
«Mi vengono i brividi, una stretta allo stomaco: poche cose mi emozionano come entrare al reparto scorte di Palermo intitolato a loro».
Non la disturba il fatto che di rado si facciano i loro nomi, che la scorta nel ricordo resti spesso un'entità inanimata?
«Non lo avverto tanto, perché per me sono nomi e volti, ho presenti le loro foto, conosco i loro nomi, non li penso come un'entità astratta. E so che erano tenuti in grande considerazione dalle persone che proteggevano e dalle loro famiglie».
Capita di essere incompresi?
«Capita, perché la persona può non comprendere le esigenze operative di sicurezza, lì subentra la professionalità: far capire perché una cosa non si può fare, a volte non è immediato. Ma poi si instaura un rapporto fiduciario e ci si arriva, è diverso se uno è abituato da anni alla scorta o se la trova da un giorno all'altro perché è minacciato. Bisogna essere bravi a spiegare. Poi tutto si appiana».
Uno che sceglie un lavoro così dopo 1992 calcola il rischio. Com'è il rapporto con quella componente?
Lo percepisco lo percepisco nel momento in cui non dico ai miei familiari che tipo di lavoro faccio, sanno che sono in Polizia, ma non che faccio scorte. Per il resto, nella quotidianità si convive con la sensazione del pericolo, ma non è una paura, è quasi una sensazione di adrenalina che aiuta la concentrazione, l'attititudine al tipo di servizio che uno fa ma per quanto mi riguarda non c'è paura».
 Se non è indiscreto, ha una famiglia sua?
«No, sono stata sposata. Non ho figli e non è stata una scelta. Se li avessi avuti probabilmente non avrei fatto il servizio scorte».

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