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Erminia Ferrari Manfredi, quante risate con il mio Nino

19/05/2014  La vedova dell'attore ricorda il marito in occasione del decennale della scomparsa: "Lui era leggero e riusciva a volare. Io lo tenevo a terra".

Avvolta in una mise nera ravvivata da un’esuberante collana, Erminia Ferrari mi riceve nella sua casa sull’Aventino a due passi dal Giardino degli aranci, uno degli angoli più suggestivi di Roma, fotografato anche da Paolo Sorrentino ne La grande bellezza. Occhi verdi come smeraldi e fisico asciutto da ex modella, Erminia si muove con l’eleganza felpata di un gatto tra i ricordi di una vita trascorsa accanto a Nino Manfredi. Qui, ogni particolare parla del loro legame durato cinquant’anni, fino a quel fatidico 4 giugno 2004, giorno in cui l’attore si è spento dopo una lunga malattia. «Io e Nino eravamo come i protagonisti di un quadro di Chagall, La passeggiata. Lui era talmente leggero da riuscire a volare mentre io lo tenevo saldo a terra». In occasione del decennale della sua scomparsa, la famiglia Manfredi ha presentato Nino! - Omaggio a Nino Manfredi, una serie di iniziative che ripercorrono le tappe della carriera dell’attore. La rassegna aprirà il 7 giugno con un con certo all’Auditorium Conciliazione di Roma. Parte del ricavato sarà devoluto alla Onlus “Viva la vita”, che lotta contro la sclerosi amiotrofica laterale (Sla). Sarà poi la volta di Ma perché Dio creò il peccato?, un testo inedito di Manfredi stesso.

 Siciliana d’origine, Erminia si trasferisce a Roma agli inizi degli anni ’50. «Avevo bisogno di lavorare, perché mio padre aveva un debito importante». Lavora come indossatrice in varie sartorie romane prima di approdare alla maison di Roberto Capucci. Vicino all’atelier c’è il Teatro Sistina, dove ogni sera si esibiscono celebrità dell’avanspettacolo, Raffaele Pisu, le sorelle Nava, Ugo Tognazzi. Tra loro c’è anche un giovane Nino Manfredi, che Erminia incontrerà presto grazie alla complicità della comune amica Rosi Bonagura. Saturnino Manfredi nasce il 22 marzo del 1921 a Castro dei Volsci, in provincia di Frosinone. Dopo una laurea in Giurisprudenza (presa grazie a una magistrale interpretazione di Arlecchino davanti alla commissione), si iscrive all’Accademia d’arte drammatica di Roma. Alla metà degli anni ’40 debutta al Piccolo Teatro di Milano. In seguito calca le scene dei teatri romani, finché incontra il cinema. «Rosi diceva sempre a Nino che gli ci voleva una moglie e con me faceva altrettanto. Intanto gli mandava le mie foto di nascosto, che lui teneva in camerino. Quando ci siamo incontrati, ormai ero una di famiglia!». E galeotto fu un viaggio a Milano. Anche Nino si trovava in città per uno spettacolo e Rosi colse al volo l’occasione per organizzare una cena. «Nino mi fece ridere tutta la sera e mentre io ridevo lui indagava la mia anima. E gli piacque. Dopo una settimana mi chiese di sposarlo. È durata cinquant’anni». Il matrimonio si celebrò un anno dopo, il 14 luglio 1955 nella chiesa di San Giovanni a Porta Latina. Dall’unione sono nati Roberta, Luca e Giovanna.

È il 7 luglio 2003. Nino ha appena terminato le riprese del film La fine di un mistero, quando viene colpito da un infarto cerebrale. Ricoverato d’urgenza, si riprende, ma il danno gli provoca una paresi. «Nino era forte. Da giovane aveva combattuto e vinto contro la tisi e anche stavolta non si arrese. A settembre le sue condizioni migliorarono e tornò a casa. Ma poco dopo ebbe un’altra ricaduta», racconta Erminia. Iniziò un calvario di ricoveri, che durò undici mesi. Nino venne tracheostomizzato ed Erminia, che rimase sempre al suo fianco, entrò in contatto con la triste realtà dei malati di lunga degenza. «Così ho conosciuto un malato di Sla. Era vicino di letto di Nino, abbandonato a sé stesso ». Il 3 giugno 2004 Erminia denunciò a Report la condizione difficilissima in cui era costretto il marito dalla lunga permanenza in rianimazione. Il giorno dopo, Nino morì. Da quel momento Erminia ha svolto un’incessante attività di sostegno alle associazioni dei malati, come “Risveglio”, che si occupa della condizione post-coma. Da aprile 2006 ha sposato la causa dei malati di Sla ed è presidente onorario della Onlus “Viva la vita”. «Perché la vita è tutto ciò che abbiamo», spiega, «è un diritto viverla con dignità e intensità sino all’ultimo istante, circondati dall’affetto delle persone che amiamo».

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