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Etchegaray: la lezione di Assisi

27/10/2011  Il cardinale Etchegaray è stato l’organizzatore dell’incontro di Assisi del 1986. Che, dice, servì a capire che le religioni possono lavorare insieme per una pace vera e duratura.

Il cardinale Roger Etchegaray ad Assisi, il 27 ottobre 1986.
Il cardinale Roger Etchegaray ad Assisi, il 27 ottobre 1986.

Si ricorda soprattutto il freddo di quel giorno di 25 anni fa, mentre parlava ai capi di tutte le religioni davanti al Papa. Il cardinale Roger Etchegaray fu, insieme a Karol Wojtyla, l’animatore e l’inventore della memorabile giornata di Assisi del 1986. Era presidente della Pontificia commissione justitia et pax e a lui toccò aprire l’assemblea: «Siamo qui insieme senza alcuna traccia di sincretismo».

Eminenza, le critiche a Giovanni Paolo II erano davvero così forti?
«C’erano grandi timori, anche nella Curia. Si era concordato che si andava ad Assisi insieme per pregare e non per fare una preghiera comune. Per evitare di prestare il fianco all’accusa di mescolanza delle diverse fedi».

Eppure si sa che proprio il cardinale Ratzinger non era del tutto d’accordo...
«È vero e non venne ad Assisi. Wojtyla lasciò liberi i cardinali di venire o no».

Adesso ha cambiato opinione?
«Nel 2002 Ratzinger andò ad Assisi quando Giovanni Paolo II riconvocò i leader religiosi dopo l’attentato alle Torri gemelle e tante volte ha parlato dello “Spirito di Assisi” in modo positivo. Non so se ha cambiato opinione. Posso solo dire che quel giorno di 25 anni fa è irripetibile e non si può paragonare la giornata di quest’anno con quella».

Ma Giovanni Paolo II era preoccupato delle critiche?
«Certo. Aveva affidato a me di studiare la formula e l’organizzazione. Lui voleva un gesto audace e profetico. Secondo me si è fatto di più. Assisi è stato un segno biblico dell’amicizia tra Dio e i discendenti di Adamo. Problemi ce ne sono stati e Giovanni Paolo II spese quattro Angelus per spiegare alla gente il significato della giornata».

Il cardinale con Arafat nel 2002.
Il cardinale con Arafat nel 2002.


Che cosa è cambiato dopo?
«Sul piano ecumenico, cioè del rapporto tra le diverse fedi cristiane, poco o nulla, perché l’ecumenismo era già ben avanzato. Piuttosto Assisi è stato un balzo in avanti straordinario verso le religioni non cristiane, soprattutto orientali. Per la Chiesa fino ad allora sembrava che vivessero su un altro pianeta».

E oggi il dialogo a che punto è?
«Siamo ancora all’inizio, ma ci dobbiamo affrettare. L’immigrazione nei nostri Paesi di più antica cristianità ci fa capire che il dialogo interreligioso è indispensabile, ma non basta organizzare qualche convegno. Bisogna spiegare alla gente perché esistono altre religioni e perché anche esse fanno parte del piano di Dio. Ci sono immense questioni di ordine teologico che cominciamo solo adesso a esplorare».

Etchegaray con Giovanni Paolo II nel 2000.
Etchegaray con Giovanni Paolo II nel 2000.


Questo per evitare il sincretismo?
«Anche. Ad Assisi 25 anni fa ogni delegato delle altre religioni si sentiva rispettato e accolto, anche se sapeva bene che per la Chiesa non tutte le religioni sono uguali. Per la dottrina cattolica Cristo è l’unico salvatore di tutti gli uomini. Questo pone problemi al dialogo. Ma devono essere i teologi a risolverli».

E la domanda più urgente qual è?
«Perché Dio ha ancora a che fare con il mondo. Assisi è una risposta: approfondire la fede per renderla più forte. Dio sta nel mondo, in questo mondo, di cui noi non dobbiamo avere paura. Sappiamo che il Vangelo sarà sempre un segno di contraddizione. Eppure la Chiesa si ostina a predicare il Vangelo dell’amore e della pace».

A che cosa è servito lo “Spirito di Assisi”?
«A capire che tutta l’umanità è una sola famiglia, che non bisogna più giudicarci a vicenda e che solo in questo modo gli uomini di fede possono lavorare insieme per una pace vera e duratura».

La visita del Papa a Etchegaray, ricoverato al Policlinico Gemelli per una frattura, nel gennaio 2010.
La visita del Papa a Etchegaray, ricoverato al Policlinico Gemelli per una frattura, nel gennaio 2010.


Giovanni Paolo II voleva fare di Assisi un appuntamento fisso?

«Non credo. Era preoccupato piuttosto che qualcuno continuasse a portare nel mondo lo “Spirito di Assisi”. In questi anni lo ha fatto la Comunità di Sant’Egidio, che ha interpretato in modo straordinario il desiderio del Papa, senza incorrere nel rischio del sincretismo. Mai ho sentito una critica agli incontri annuali di Sant’Egidio».

E lei, eminenza, cosa ha tratto da Assisi?
«Mi stupisco, ogni volta che ci penso, dell’audacia di Giovanni Paolo II. Poi ne ho tratto la convinzione che l’uomo, anche il più perverso, ha nel fondo del cuore qualcosa a cui aggrapparsi per cambiare vita. Ma bisogna voler vedere l’appiglio e aiutarlo».

Lei ha compiuto tante missioni diplomatiche per conto di Wojtyla, a volte missioni impossibili, come quando è andato da Saddam Hussein. L’ha aiutata Assisi?
«Sì, mi aiuta sempre la forza della preghiera. Nel caso di Saddam c’erano spiragli, ma tutto era già stato deciso altrove. Assisi, alla fine, è stata la dimostrazione che si può insieme pregare, conservando ciascuno la propria identità. E che la preghiera è una cosa seria».

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