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sabato 24 agosto 2019
 
Il Paese e l'Ue
 

«Niente alibi in economia, l'Italia è l'ultima della classe»

06/06/2019  Inutile prendersela con la Commissione europea che ci chiede di rispettare i vincoli di bilancio. La verità è che abbiamo aumentato deficit e debito senza alcun risultato (di Leonardo Becchetti)

Le istanze “irredentiste” contro la “perfida Europa” che ci chiede, attraverso la Commissione di Bruxelles, di rispettare i parametri di bilancio e non sforare sul deficit sono il solito alibi per nascondere i nostri limiti e celano una triste verità. Abbiamo aumentato il deficit e il debito senza nessun risultato perché la crescita è andata a zero. Usando una metafora, abbiamo dato gas pigiando sull’acceleratore, ma la macchina era in folle e il motore si è ingolfato. Inutili gli alibi di congiunture avverse, perché i dati sulla crescita di oggi e sulla previsione di crescita del prossimo anno indicano che siamo gli ultimi tra i 27 Paesi dell’Unione europea. Come dire che è inutile prendersela con l’insegnante un po’ antiquato se sei l’ultimo della classe. La prima cosa che dovresti fare è capire perché tutti gli altri riescono a far meglio di te e quali strategie stanno utilizzando.

Quello che ci aspetta ora è il difficile tentativo di reperire le risorse necessarie per evitare l’aumento dell’Iva (23 miliardi di euro) e quelle che servirebbero per attuare la seconda parte del programma di Governo (la flaat tax). L’unico modo di conciliare questa esigenza con una dinamica non crescente di deficit e debito pubblico è far ripartire la crescita economica. E per farlo bisognerebbe non stare più in folle e mettere la marcia nella macchina. Ovvero rimuovere quei vizi strutturali del Paese che bloccano investimenti, innovazione e sviluppo economico. Non dimenticando che la direzione da prendere (pena la perdita della competizione con gli altri Stati) è quella di un’economia che crea valore economico in modo ambientalmente sostenibile attraverso l’economia circolare e salvaguardando la dignità del lavoro. Non camminare su questo sentiero stretto vuol dire perdere la gara dell’innovazione con i Paesi già avanti nella sostenibilità e andare incontro a conflitti sociali.

Dobbiamo sperare che la crescita riparta, che le istituzioni europee cerchino a tutti i costi di evitare il conflitto con l’Italia e infine che la pazienza di chi ci finanzia sui mercati non sia messa a dura prova. Se questo non avvenisse non ci sarebbero che due strade, entrambe dolorose. Una crisi di Governo e nuove elezioni per alzare lo scontro con l’Europa o il mettere le mani nelle tasche degli italiani in un modo o nell’altro (qualcosa dai pensionati attraverso la mancata rivalutazione delle pensioni è già stato “prelevato”). Nulla di nuovo rispetto a quanto vissuto negli ultimi anni. Siamo un Paese forte e una grande economia, ma il tempo dei sacrifici e dei rischi non è finito.

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