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giovedì 14 dicembre 2017
 
Giornata mondiale
 

«Famiglie, aprite le vostre porte ai migranti»

16/01/2016  In piazza San Pietro, per la Giornata mondiale del rifugiato, cinquemila immigrati, accolti a Roma e nelle diocesi del Lazio, varcheranno la Porta Santa. «Il nostro primo dovere», dice mons. Gian Carlo Perego della Fondazione Migrantes, «è accogliere per costruire integrazione»

Arriveranno in cinquemila in piazza San Pietro, carichi delle loro storie di sofferenza e di speranza, sotto lo sguardo della Croce di Lampedusa. Nella Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, il 17 gennaio, gli immigrati accolti a Roma e nelle diocesi del Lazio assisteranno all’Angelus di papa Francesco, attraverseranno la Porta Santa, per poi partecipare alla Messa nella Basilica celebrata dal cardinale Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti.

«A rappresentare tutti i migranti saranno in particolare i 150 che provengono dal Cara di Castelnuovo di Porto, con le bandiere dei loro Paesi», spiega monsignor Gian Carlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, promotrice del Giubileo dei migranti. La Croce di Lampedusa, realizzata con il legno dei barconi provenienti dalle coste libiche, approda a Roma dopo aver percorso l’Italia in una staffetta ideale tra le parrocchie. 

«Le ostie che saranno consacrate durante la Messa», continua monsignor Perego, «sono prodotte da tre detenuti del carcere di massima sicurezza di Opera: simbolo della partecipazione al Giubileo dei migranti da parte del mondo delle carceri, che oggi conta 20 mila detenuti stranieri».

Monsignor Perego, il cardinale Bagnasco ha ribadito che l’accoglienza da sola non basta, servono percorsi di integrazione. Lo ha ricordato anche il presidente della Repubblica Mattarella nel suo discorso di fine anno... 

«Per chi arriva chiedendo protezione internazionale le parole d’ordine restano salvare e accogliere. È importante poi promuovere un servizio su tutto il territorio che trasformi l’accoglienza in un cammino comune attraverso i percorsi scolastici e professionali. Ma va ricordato che l’integrazione è un percorso biunivoco: anche le nostre comunità sono chiamate a ripensarsi alla luce di questi incontri, per costruire una nuova comunità fatta anche di altre storie, culture, altri mondi. Diversamente, rischia di degenerare in un processo di assimilazione che, come è successo in Paesi come Belgio, Francia, Inghilterra, può generare insofferenza, distanza, esclusione sociale. Inclusione significa valorizzare la partecipazione civile, politica, amministrativa dei migranti, significa attenzione a una politica familiare che guardi al mondo delle 400 mila coppie miste in Italia, ai bambini figli di stranieri che sono nelle nostre scuole. Questi temi fino a oggi sono stati deboli nella politica migratoria italiana, che ha guardato all’immigrazione soprattutto con un occhio alla sicurezza e ha dato grande importanza al tema del permesso di soggiorno, ovvero al lavoro delle questure e della polizia, con poca attenzione ai mondi sociali».

Nell’ospitalità dei migranti la Chiesa ha attuato il modello dell’accoglienza diffusa. Può spiegare?

«La Chiesa nelle sue diocesi ha accolto oltre 27 mila migranti, con una media di accoglienza di 10-12 persone in ogni struttura. Vorremmo che tutti gli oltre 8 mila Comuni italiani, e non solo gli attuali 450, dessero una risposta. In passato il modello di accoglienza diffusa si è sviluppato in altri campi: la sperimentazione di una comunità terapeutica per tossicodipendenti in seguito è stata assunta da Asl, Comuni e Provincie come modello di cura, sostituendolo al precedente che era di semplice sanitarizzazione. Così 500 mila giovani sono stati salvati ricominciando a vivere nelle nostre città, a lavorare, studiare, mettere su famiglia. Lo stesso percorso è avvenuto nelle carceri con la Legge Gozzini del 1986: attraverso le misure alternative alla detenzione le persone escluse dietro le sbarre sono tornate a vivere e operare nelle città. Con i migranti dobbiamo sperimentare un percorso di inclusione. Diversamente rischiamo di creare dei grandi campi profughi – come è successo con i Cara – e situazioni difficili come quelle dei campi rom. Non si può parlare di invasione se ci riferiamo a 100 mila migranti su un territorio con 8 mila Comuni. Lo stesso vale per l’Europa: 1 milione di migranti in un continente di 500 milioni di abitanti non può essere un’invasione. Chiaro, se l’accoglienza ricade su 5 dei 28 Paesi Ue, il peso dell’immigrazione diventa eccessivo per quegli Stati».

Il Comune di Milano ha lanciato un bando per le famiglie disponibili a ospitare migranti a fronte di un rimborso spese di 350 euro al mese. Cosa pensa di questa iniziativa, tra l’altro prevista dal ministero dell’Interno?

«La famiglia è la realtà sociale di base di ogni comunità, da sempre è soggetto fondamentale per l’accoglienza. Lo abbiamo visto in vari momenti della storia: nella Prima guerra mondiale 12 milioni di rifugiati furono ospitati da famiglie in tutta Europa. E 50 mila ebrei, dopo la Seconda, si fermarono in Puglia e furono ospitati dalle famiglie di Gallipoli prima di muoversi verso Israele. In Italia sono arrivati oltre 15 mila minori non accompagnati: la famiglia è una risposta. L’attenzione ai minori con le famiglie affidatarie è in atto da anni, così come l’accoglienza in famiglia di anziani soli e di persone disabili. L’esperienza che oggi viene rilanciata con i migranti ci ricorda che la famiglia è il soggetto fondamentale per l’accoglienza di tutte le persone più fragili».

Gli italiani sono solidali?

«I sondaggi dicono che, sul piano dell’opinione, metà degli italiani non vorrebbero che i migranti fossero ospitati. Ma sul piano della prassi le cose cambiano: quando li conoscono personalmente, almeno otto italiani su dieci si aprono alla solidarietà».

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