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martedì 22 ottobre 2019
 
Malati di "social"
 

C'è chi filma un'agonia per esibirla su Facebook

25/10/2017  Qualsiasi persona di buon senso che decida di stare vicino ad un giovane agonizzante per un incidente stradale dovrebbe sentire l’urgenza di stargli accanto, stringergli la mano, guardarlo negli occhi. Invece c'è chi preferisce filmare la morte e condividerla sui social. E' l'amara riflessione di Alberto Pellai: «La crudezza e la verità della morte diventano occasione di esibizione e di rappresentazione»

E’ notte. Riverso sulla strada c’è un ventenne agonizzante, forse già morto. Lo schianto col suo scooter è mortale. Qualcuno ha già chiamato i soccorsi, che quando arrivano provano a rianimare il giovane senza vita. Qualcun altro – e si tratta di un giovane che su per giù ha la medesima età – prende in mano un cellulare e comincia a realizzare un video. La morte in diretta.

L’agonia dell’incidentato diventa uno spezzone di morte che viene poi diffuso attraverso i canali social dell’autore che ha ripreso il tutto. Viene aperta un’inchiesta. In origine sembra che l’indagine voglia prima di tutto comprendere, se chi - di fronte ad una morte incombente - ha preferito tirare fuori un cellulare per girare un video, magari ancor prima di aver chiamato per chiedere aiuto, sia passibile – come dovrebbe essere presumibile – del reato di omissione di soccorso. Questo reato sembra in realtà non sussistere, perché i soccorsi erano già stati allertati nel momento in cui l’improvvisato regista ha cominciato le sue riprese.

Ma il procuratore capo di Rimini, Paolo Giovagnoli, ha aperto anche un secondo fascicolo d'indagine con l’ipotesi di reato di pubblicazione di immagini oscene, raccapriccianti e impressionanti In origine la procura ha aperto un’indagine contro ignoti; in seguito, invece, il nominativo del giovane autore del video è stato iscritto nella lista degli indagati. In questi giorni il suo nome e cognome, età e luogo di residenza sono stati resi pubblici e riportati da tutti i media nazionali.

Leggere questa notizia genera una tristezza immensa. Si pensa a cosa davvero stia succedendo a chi pensa che la vita – e di conseguenza la morte – siano dimensioni da esibire, invece che da “curare” nel senso più profondo del termine. Curare, ovvero prendersi cura.

Immagino che qualsiasi persona di buon senso che decida di stare vicino ad un giovane agonizzante dovrebbe sentire l’urgenza di stargli accanto, stringergli la mano, guardarlo negli occhi. Magari anche pregare con lui, per aiutarlo a sentire che non è solo e che qualsiasi sia il passaggio che dovrà affrontare, l’impotenza umana – che ci si creda o no – si affida all’onnipotenza di un Dio da declinare come si vuole. Ma di un Dio che, almeno di fronte alla morte, è stato spesso invocato anche da atei e agnostici.

In questa storia orribile invece la crudezza e la verità della morte diventano occasione di esibizione e di rappresentazione, la ricerca di un estremo assoluto da riprendere e amplificare attraverso i social nella percezione che, così facendo, uno amplifica e esibisce anche la propria unicità. Probabilmente lo spregiudicato e improvvisato regista deve aver pensato che grazie alla sua impresa potrebbe diventare una sorta di super-eroe della società dell’immagine, una star del web attenzionato da migliaia di followers.

A noi adulti, questa storia insegna che le dimensioni più importanti della vita vanno insegnate, testimoniate, esemplificate. Devono essere contemplate nel nostro progetto educativo, perché se così non avviene, i nostri figli 2.0 - che spesso esplorano e sperimentano la vita più nella virtualità che nel principio di realtà - rischiano di fare errori clamorosi come ci racconta questo fatto di cronaca. Non solo: rischiano anche di vivere da veri e propri analfabeti emotivi, affamati solo di un narcisistico bisogno di sovraesporsi ed esibirsi in una gara finalizzata alla rappresentazione di sé. Una gara inutile e sciocca, in cui quei valori su cui si fonda l’essenza stessa dell’essere umano - e che rendono noi uomini  e donne gli unici, nel regno vivente, capaci di costruire pensiero e significato intorno alle cose importanti della vita (e tra queste la morte lo è per antonomasia) - scompaiono per essere sostituiti dai non-valori della felicità virtuale. Una felicità stolida e fittizia capace purtroppo di trasformare un evento tragico in un filmato da replicare sui social per contare i like che si ottengono.

Questa vicenda è un monito incredibile, per noi adulti, ad interrogarci su quanta sensibilità, attenzione verso l’altro, empatia, aderenza al principio di realtà si perde quando si vive più sullo schermo che sulla strada. E perché alla fine ciò che di tragico succede sulla strada può diventare un filmato da diffondere in rete e su milioni di schermi, non intuendo che ci sono cose che hanno un valore sacro – anche per chi alla sacralità non crede – perché contengono il mistero e la quintessenza della nostra umanità e in quanto tale vanno trattati con estremo rispetto e responsabilità.

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