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domenica 16 dicembre 2018
 
Giustizia
 

Francesco Greco, il "giovane" di Mani Pulite al vertice della Procura di Milano

01/06/2016  Il procuratore aggiunto capo della Sezione reati finanziari succede a Edmondo Bruti Liberati a capo della Procura più esposta d'Italia. Molti lo ricordano per Mani pulite, ma fermarsi a quello fa torto all'esperienza maturata nel frattempo.

Per molti, nei ritratti seguiti alla sua nomina da parte del Consiglio superiore della Magistratura a Procuratore della Repubblica di Milano, Francesco Greco è ancora “il giovane” di Mani Pulite, anche se lo era davvero poco rispetto agli altri. Accade perché questo Paese non smette mai di leggersi con lo sguardo rivolto al passato. Sono passati quasi venticinque anni, e certo il problema della corruzione non è risolto. Milano resta la capitale economica da un pezzo non più morale del Paese.

Ma è una suggestione oggi accostare la presenza di Piercamillo Davigo alla presidenza dell’Associazione Nazionale  Magistrati a quella di Francesco Greco a capo della Procura di Milano, leggendo nella coincidenza una sorta di “riedizione” di Mani pulite. Lo è perché in 24 anni sono cambiate molte cose. Le persone che hanno fatto parte di quella stagione da un pezzo fanno cose diverse da alloraGherardo Colombo ha lasciato la Magistratura nel 2007 e da allora prova a riparare il guasto a monte della giustizia che non funziona educando i ragazzini alla legalità e al rispetto delle regole. Antonio Di Pietro non è più magistrato dal 1994. Piercamillo Davigo è da anni giudice in Cassazione, giusto il giorno della nomina di Greco è diventato presidente di sezione. Insomma fanno tutti altro. Soltanto Greco e Ilda Boccassini lavorano ancora sul corridoio del quarto piano del Palazzo di giustizia di Milano che ospita la procura della Repubblica.

Nel percorso attuale di quelli che ancora vestono la toga, anagrafe, esperienza e circostanze agiscono più dei ricorsi storici. Quelli che allora erano magistrati quarantenni che si affacciavano alle prime inchieste di grande rilievo, oggi hanno più o meno 65 anni e vanno fisiologicamente a ricoprire ruoli di responsabilità: accade anche perché una legge di un paio di anni fa ha spostato indietro l’età pensionabile dei magistrati, “decapitando” i vertici di moltissimi uffici giudiziari e determinando in tutta Italia un rapido e intenso ricambio nei ruoli apicali. Quella che seguendo la suggestione potremmo chiamare “generazione mani pulite”, nata a cavallo del 1950, è arrivata infatti al capolinea dell’ultima nomina possibile: chi non garantisce almeno 4 anni di permanenza in servizio non può infatti concorrere a ruoli direttivi o semidirettivi.

Se Francesco Greco è oggi Procuratore della Repubblica di Milano - al netto della convergenza dei voti tra correnti che sempre fa discutere in questi casi ma che questa volta porta al vertice colui che "Radio Csm" dava fin dall’inizio come titolare del migliore programma di organizzazione - lo deve, certo più che a Mani pulite, alla grande competenza ed esperienza maturata negli anni in materia di diritto penale dell’economia e di reati in materia finanziaria, nonché all’approccio multidisciplinare alle indagini, ritenuto funzionale a fenomeni criminali in questa materia sempre più complessi. Di questo, dicevano al plenum del Csm che l’ha nominato, c’è bisogno a Milano, che resta, nel bene e nel male, il centro nevralgico dell’economia del Paese.

La nomina è nel solco della continuità, anche di sintonia con la gestione precedente di Edmondo Bruti Liberati: come da tradizione meneghina neanche stavolta è arrivato il “papa straniero” auspicato da alcuni e da altri avversato. Francesco Greco è descritto come un magistrato pragmatico: più interessato alla sostanza del rapido recupero dei capitali sottratti allo Stato, magari in sede di patteggiamento, che alle manette che scattano (forse) al termine di estenuanti dibattimenti. Chi, aggrappato a una sua foto di tanti anni fa in eskimo e chioma incolta, lo descrive come un ex giovane di sinistra extraparlamentare, non tiene conto dell’evoluzione che già negli anni Novanta Francesco Saverio Borrelli gli riconosceva così: «Ha avuto una sua evoluzione, intellettetuale, culturale, politica. Da posizioni che erano prossime all’extraparlamentarismo di sinistra si è avvicinato, maturandosi, a un’area liberaldemocratica. In questa sua capacità di crescere ho riconosciuto in Greco qualcosa di simile alla mia natura».

Di corruzione e di reati finanziari Francesco Greco ha parlato da esperto in questi anni in molti contesti, senza fare sconti per compiacere platee di volta in volta variamente connotate: ribadendo ovunque che «L’evasione fiscale, madre di tutte le tangenti è insieme a corruzione e riciclaggio corresponsabile del declino dell’Italia». Così come sconti non ha mai fatto nel suo lungo lavoro, 37 anni di magistratura sempre a Milano, alla caccia di capitali finiti nei paradisi fiscali.

A Mani pulite arrivò un po’ dopo gli altri affiancato come quarto, dopo Di Pietro, Colombo  e Davigo. Sulla sua scrivania sono passate negli anni al setaccio le tangenti più clamorose della storia d’Italia Icomec, la megatangente Enimont, ma anche All Iberian e “consolidato Fininvest”, indagini poi falcidiate dalla riforma della prescrizione nota come ex cirielli e dalla legge del Governo Berlusconi che modificò le regole sul falso in bilancio. Acciuffato in ferie, nel 1995 fu il primo a raccogliere la testimonianza di Stefania Ariosto, avvio dell’inchiesta Imi Sir/Lodo Mondadori, nota come “toghe sporche”, per via della corruzione di giudici romani, poi portata a processo e a sentenza da Boccassini e Colombo.  E ancora: tangenti in cambio di appalti nelle inchieste Enipower ed Enelpower con i colleghi Fusco e Nocerino, aggiotaggio sul crac Parmalat con i colleghi Fusco e Giulia Perrotti, San Raffaele e caso Maugeri, fino alle indagini sulla grande evasione: da Apple a Amazon, passando per la frode sull’Ilva.  

Per consulenza, in materia di reati finanziari, falso in bilancio, riciclaggio, è stato chiamato dagli ultimi cinque Governi d’assortito colore, anche se chi lo conosce lo descrive come un mastino napoletano, diplomatico nei modi, resistente alle pressioni, non permeabile alle appartenenze. Dovrebbe dimostrarlo, per quel che vale, la convergenza sul suo nome al momento della nomina di 17 voti, tanti rispetto alle previsioni delle vigilia, che pure lo davano per favorito.

A Milano, dove dal 2008 s’è fatto le ossa alla dirigenza da Procuratore aggiunto a capo della sezione reati finanziari, avrà il compito mai facile di coordinare un’ottantina di teste, indipendenti per attribuzione costituzionale. Dicono che sia abile a fare squadra ed è probabile che ce ne sia bisogno per ricomporre le divisioni sortite attorno allo scontro Bruti/Robledo, in un ufficio esposto come pochi all’attenzione pubblica, dove ogni refolo può diventare rapidamente tempesta.     

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