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Francesco Musumeci: cardiochirurgo e presidente di una onlus

08/12/2014  «Coltivare la cultura della donazione e sensibilizzare la società civile, ma anche la politica e le istituzioni», dice il direttore del Dipartimento di malattie cardiovascolari dell’Azienda ospedaliera San Camillo-Forlanini.

Il cardiochirurgo Francesco Musumeci con due trapiantati. In copertina: Musumeci (le foto sono di Cristian Gennari).
Il cardiochirurgo Francesco Musumeci con due trapiantati. In copertina: Musumeci (le foto sono di Cristian Gennari).

Vive, si può dire, in sala operatoria. Quando è lì dentro a compiere un trapianto di cuore, esce dopo diverse ore d’intervento per comunicare ai parenti del paziente: «Finora tutto bene, il trapianto è riuscito e il nuovo cuore ha iniziato a battere». Una professione «particolare, per cui sono necessari tanto sacrificio e altrettanta passione, trasporto e impegno al tempo stesso», sottolinea il professor Francesco Musumeci, primario di Cardiochirurgia e direttore del Dipartimento di malattie cardiovascolari dell’Azienda ospedaliera San Camillo-Forlanini, a Roma.

Fu proprio uno di questi pazienti che lui aveva operato per un trapianto di cuore a chiedergli, dieci anni fa, di presiedere la sezione romana dell’Associazione cardio-trapiantati italiani (Acti). «Esiste ormai un binomio inscindibile tra centro trapianti e associazione: siamo legati a doppio filo da un rapporto simbiotico», confida.

‒ Professore, quest’anno quanti trapianti ha effettuato?

«Finora abbiamo effettuato 15 trapianti e impiantato 7 cuori o ventricoli artificiali. Mentre dal 2004 al 2014 sono stati effettuali 172 trapianti di cuore al San Camillo-Forlanini. Di questi pazienti, soprattutto uomini, ne vengono seguiti 128 presso il Day Hospital trapianti. Altri sono seguiti nelle loro regioni di origine, altri ancora sono deceduti, purtroppo».

‒ Numeri confortanti?

«Abbastanza, anche se oggi in Italia si fanno mediamente 200 trapianti di cuore all’anno, quanti se ne facevano alla fine degli anni Ottanta in Inghilterra. I numeri sono progressivamente scesi perché ci sono meno donatori; diminuiscono, grazie a Dio, i pazienti giovani che muoiono per incidente stradale. Comunque l’Italia è seconda in Europa, dopo la Spagna, per la donazione di organi. Ma la sensibilizzazione resta cruciale».

‒ In questo decennio qual è stato il valore aggiunto dell'associazione per i pazienti, per il personale sanitario e per l’ospedale?

«L’iniziativa di far nascere la onlus si è realizzata grazie all’impegno dei pazienti trapiantati, che hanno dato e danno un grande aiuto nell’assistenza a pazienti da trapiantare e trapiantati. Con un lavoro di informazione, di rapporti umani, di sostegno, di incontro e condivisione. Poi ci sono le attività (sportive, ricreative e culturali) di sensibilizzazione. E, molto concretamente, l’Acti-Roma finanzia l’acquisto di materiale tecnologico ed è di fondamentale supporto per erogare borse di studio destinate a medici. Quindi il valore aggiunto è enorme, perché su questo aspetto la sanità pubblica è latente e scarsamente sensibile. Senza dimenticare il ruolo di interfaccia con il mondo esterno e le istituzioni, l’impatto che ha sull’opinione pubblica e sulla struttura politica».

‒ Quali i prossimi obiettivi per l'Acti Roma?

«Anzitutto, quello di continuare ad avere sul piano istituzionale un ruolo sempre più forte. In un momento in cui la sanità ha sempre meno risorse, è cruciale che l’associazione si mantenga viva e sostenga anche economicamente sia il Day Hospital che la cura dei cardio-trapiantati. Poi bisogna diffondere incessantemente la cultura e il messaggio della donazione a livello sociale, in ambito istituzionale, sul piano politico».

‒ In che modo l'associazione può contribuire alla sensibilizzazione sulla donazione degli organi?

«Parlando con la gente, testimoniando la propria esperienza. E poi colmando i vuoti in termini di tecnologia e in termini economici».

‒ Ritiene importante e strategica la sinergia con altre associazioni?

«L’unione fa la forza, senza dubbio: sia perché le esperienze comuni vengono scambiate, sia perché è vantaggioso per le singole associazioni formare un gruppo che abbia maggior peso presso gli interlocutori. Occorre bypassare l’autoreferenzialità e creare un fronte comune per ottenere un forte impatto sull’interlocutore sia politico che sociale. Le associazioni del San Camillo, ad esempio, sono riunite nella “Rete della solidarietà”».

‒ Gira il mondo per motivi professionali: vede altre esperienze simili?

«Queste iniziative in Inghilterra erano già presenti alla fine degli anni Ottanta. Nei Paesi anglosassoni le associazioni hanno e hanno avuto un ruolo importante nella raccolta fondi. Una presenza positiva, caratterizzata fortemente da uno spirito comune e un obiettivo condiviso».

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