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Reato di "ostacolo digitale all'aborto", il paradosso francese

10/12/2016  Preoccupa il disegno di legge che mira a colpire i siti nati per offrire un luogo di ascolto e sostegno alle donne in attesa di un figlio che non sanno se continuare la gravidanza o interromperla. Questo accade in un Paese dove la libertà di espressione dovrebbe trovare la sua difesa nei valori di libertà, uguaglianza e fraternità.

(Foto Reuters)

La legge in discussione in Francia sull'estensione al Web del reato di “ostacolo all’interruzione di gravidanza” chiude il cerchio sul corto circuito logico della posizione laicista sull’aborto, e interroga le coscienze di tutti. Il paradosso è che questo succeda nella laicissima Francia, dove il principio di libertà di espressione dovrebbe trovare la sua radicale difesa, all’interno dei laicissimi valori di “libertà, uguaglianza e fraternità”.

Si chiude il cerchio, dicevo, perché anche nel nostro Paese, negli anni caldi della legge 184 e del referendum, tante persone, pur contrarie personalmente all’aborto, sostenevano che la laica legge doveva lasciare libertà di scelta alle persone, e in particolare alle donne. “Io non lo farei mai, ma se una donna decide, come posso impedirglielo io?”. Una posizione apparentemente pluralista e tollerante, che però di fatto introduceva nel diritto una regola di privatizzazione assoluta. Lo Stato decideva di non difendere il bambino non ancora nato, l’essere in assoluto più indifeso di tutti, senza avvocati, senza voce, senza rappresentanza giuridica. Così la donna che si trovava  di fronte alla scelta di abortire si trovava sola, apparentemente più libera, in sostanza totalmente abbandonata dagli altri: nessuno ad aiutarla, nessuno a provare a sostenerla.

Da qui molti “uomini e donne di buona volontà” (soprattutto cattolici, ma non solo), dopo aver perso la battaglia politica sulla legge,  decisero di proseguire la battaglia a favore della vita attraverso opere di accoglienza: un lavoro culturale, di sensibilizzazione delle coscienze, di richiesta di servizi per la maternità in difficoltà, e soprattutto una miriade di opere, grandi e piccole, di concreta accoglienza della vita rifiutata, un lavoro di ascolto, di aiuto, di sostegno a tante madri in difficoltà, per aiutarle a dire sì alla vita, perché qualcuno si faceva prossimo a loro, anziché dire no, perché lasciate drammaticamente sole a dire un no alla vita, scelta che avrebbe poi lasciato un segno permanente nella loro storia.

Oggi il popolo della vita non combatte sulle leggi: ma soprattutto vive di bambini accolti, di ragazze ospitate, di famiglie accompagnate nella difficoltà. E non smette di dire in pubblico il suo “no all’aborto”: perché è una sconfitta della vita. Pur lasciando la piena libertà normativa di dire no. Preferendo la via della compagnia e dell’accoglienza a quella dello scontro politico. Testimoniando e agendo, quindi, prima di tutto. Per questo è proprio Madre Teresa (la Santa) l’icona dei movimenti pro-life. A fianco di ogni sofferenza, senza giudizio, con totale condivisione, fino alla fine.

La Francia oggi, tentando di estendere il reato di “ostacolo all’aborto” alla Rete, vuole impedire anche questo lavoro, perché, in forza di una ideologia laicista e disumana, vuole impedire alla solidarietà di accompagnare le donne in difficoltà, eliminando addirittura la libertà di poter “dire” il dramma dell’aborto. L’idea di “non poter dire no” all’aborto è quanto di più autoritario e non democratico si possa immaginare. Si vuole introdurre una legge che impedirebbe a chiunque di aiutare, di sostenere chi ha dubbi, secondo la “falsa verità”  per cui la donna deve essere totalmente libera: cioè totalmente abbandonata.  E la menzogna più  grande rimane l’idea che l’aborto non sia un dramma, e che nessuno possa mettere in discussione questa scelta, per tentare di salvare una vita. E ci si dovrebbe accorgere della gravità della situazione anche dalla scelta del Presidente dei Vescovi francesi, che ha scritto una accorata lettera al Presidente della repubblica francese. Perché è la difesa della vita di ciascuno, che rende un Paese dignitoso, non una retorica libertà che sacrifica i più deboli  al pensiero unico del potere. Che ci ripensino, in Francia, ma che ci si ripensi anche nel nostro Paese.

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