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mercoledì 19 settembre 2018
 
 

Giaccardi: «Il Papa ci dice che comunicare è sempre un incontro»

24/01/2014  «La novità di questo messaggio», afferma la sociologa Chiara Giaccardi, «non sta tanto nel fornire indicazioni per il mondo digitale ma dirci che comunicare è incontrare sia nei territori materiali che in quelli digitali superando quella contrapposizione, molto diffusa nel mondo cattolico, in base alla quale il digitale toglierebbe spazio al reale o che il virtuale sarebbe meno autentico del reale»

«Un testo innovativo e molto chiaro». Così Chiara Giaccardi, docente di Sociologia e antropologia dei media all’Università Cattolica di Milano, giudica il messaggio di papa Francesco per la 48esima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali e che ha presentato giovedì in Sala Stampa Vaticana insieme a mons. Claudio Maria Celli, Presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali.

Perché il Papa ha scelto proprio la parabola del buon Samaritano come metafora della “buona comunicazione”?
«Il paradigma dell’incontro è il paradigma della comunicazione e questo paradigma si applica sia nella realtà materiale, nell’incontro faccia a faccia, che nell’ambiente digitale. La novità di questo messaggio non è tanto nel fornire delle indicazioni per il mondo digitale ma dirci che comunicare è incontrare sia nei territori materiali che in quelli digitali superando quella contrapposizione, molto diffusa soprattutto nel mondo cattolico, in base alla quale il digitale toglierebbe spazio al reale o che il virtuale sarebbe meno autentico del reale. Anzi, la parabola del Samaritano ci dice che non necessariamente la compresenza fisica rende possibile l’incontro, il sacerdote e il levita passano accanto e procedono oltre senza fermarsi. La compresenza non è garanzia di incontro, per incontrare occorre sempre compiere un atto di responsabilità e di libertà».  

Cade lo stereotipo della distinzione tra virtuale e reale, quindi.
«Sì, l’ho detto durante la conferenza stampa di presentazione del messaggio che la parola virtuale andrebbe abolita, nessuno degli studiosi del digitale la usa più perché ha una connotazione di second life, di mondo parallelo che in realtà non aiuta a comprendere. Soprattutto i giornalisti dovrebbero evitarla e sostituirla con la parola “digitale”. Virtuale sembra non reale mentre invece digitale è un realtà diversa da quella materiale. È fonte più di equivoci che di comprensione e alimenta questo scenario dualista che il messaggio del Papa smentisce. L’unità è data da noi, dall’essere umano che incontra e unifica i territori delle relazioni interpersonali, materiali o digitali che siano».

Non le sembra che il Papa ponga l’accento su una cultura della comunicazione popolare ma non di massa dove invece si rischia l’anonimato e l’automatismo?
«C’è anche quest’aspetto. Io vedo nell’utilizzo della parabola del Samaritano anche un monito alla comunicazione in quanto tale. Molto spesso i professionisti della comunicazione sono distaccati dalla realtà e non si coinvolgono in essa. I giornalisti, ma anche gli accademici, devono decidere da che parte stare: se descrivere la realtà oggettivamente e passare oltre senza preoccuparsi delle conseguenze pur di trarre un vantaggio personale – alcuni di questi professionisti sono come quei briganti che malmenano la realtà e la manipolano – o fermarsi, non avere la fretta della notizia e coinvolgersi con la realtà, ascoltare le voci, capire realmente che cosa sta succedendo. Questa scelta possibile è rappresentata in maniera iconica dalla figura del Samaritano, il quale non era un “tecnico”, uno specialista: tra chi lo ha preceduto sulla strada, era forse il meno “titolato” a esercitare una funzione, eppure lui si ferma, ha il gusto e la passione dell’incontro, la forza di prendersi cura e riparare ciò che altri hanno ferito,  la libertà di andare oltre lo stereotipo sociale amico/nemico».    

 
 
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