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Giacomino, volontario col cuore nuovo (da 10 anni)

08/12/2014  Impegnato attivamente nell’Associazione cardio-trapiantati italiani, sente il dovere di dedicarsi alla sensibilizzazione sulla donazione di organi. Come debito di gratitudine nei confronti del suo “angelo” donatore.

Dieci anni. Sono passati già due lustri da quel giorno che ha cambiato per sempre la sua vita, anzi che gliel’ha restituita tutta intera. Regalandogli sprazzi di inedita giovinezza grazie al nuovo cuore che gli batte dentro e che gli ricorda ogni giorno quello che lui chiama «il mio angelo», il suo giovane e sconosciuto donatore che gli permesso con questo dono senza prezzo di tornare a lavorare, ad amare a tempo pieno sua moglie Elena e suo figlio Alessandro, a condividere la sua gioia con una famiglia allargata di parenti e amici che non lo ha lasciato mai solo nel suo lungo calvario.

Perché Giacomino Perfetti ha imparato molto presto sul suo corpo cosa significa malattia. Altro che corse: la sua esistenza ha subito un rallentamento brusco e improvviso, perentorio, con quell’infarto esteso che lo ha colpito ad appena 36 anni.

Quel giorno – il 31 maggio ’87 – suo figlio aveva solo 11 anni, era domenica e Giacomino stava facendo un lavoro in casa. Suo cognato intuisce la gravità della situazione e lo porta di corsa all’ospedale di Albano. La situazione è critica, ma lui ce la fa a sopravvivere. Però il suo cuore è irrimediabilmente compromesso. Al lavoro, in un’azienda metalmeccanica, sono comprensivi: dall’officina lo spostano in ufficio. «Non potevo fare più sforzi», racconta.

Poi ricoveri a Padova, Trieste, dove cominciano a dirgli che si deve mettere in lista per un trapianto. Nel 2001 gli impiantano un peacemaker, tre anni dopo un defibrillatore al Fatebenefratelli di Roma. «Sono tonato a casa con l’ossigeno, non ce la facevo a camminare, mi mettevo a dormire sul tavolo perché non riuscivo a riposare sdraiato».

Finché al San Camillo gli dicono: «Sei a un bivio». La decisione di mettersi in lista d’attesa per un trapianto non si fa a cuor leggero. Giacomino dice sì e inizia lo screening di esami clinici, a cui si sottopone nell’arco di un mese, per capire se è idoneo ad affrontare questa nuova sfida.

Arriva la fatidica telefonata, in un pomeriggio di novembre, dieci anni fa: «È arrivato un cuore per lei». Giacomino si agita al pensiero dell’intervento, al fatto che potrebbe morire sotto i ferri. La dottoressa che lo cura riesce a tranquillizzarlo e parte di corsa alla volta dell’ospedale, suo figlio Alessandro alla guida. Abitano fuori Roma, a sud, e sulla via Ardeatina c’è molto traffico: una volante della polizia fa strada e in 45 minuti riescono ad arrivare a destinazione. Sono le 21.35 quando Giacomino saluta moglie e figlio, prima di entrare in sala operatoria: «Il momento più brutto, perché non sai se ti risvegli e se li rivedrai ancora. Mi sono commosso», ricorda.

Giacomino si risveglia, dopo l’intervento: «La sensazione di avere un cuore nuovo era forte, una gioia immensa. Una rinascita». Resta ricoverato per un mese, poi il primo rigetto dell’organo. Passa gli ultimi giorni di dicembre e il capodanno 2005 in ospedale. «Il primo periodo di controlli continui è stato duro, ma mi ha circondato una famiglia allargata stupenda che mi ha aiutato molto, compresi i colleghi».

A maggio del 2005 Giacomino riprende a lavorare e non gli sembra vero, dopo anni passati tra letto e poltrona: «Ero abituato alla sofferenza e a una vita rallentata». Pian piano riprende le forze e sua moglie, scherzando, gli dice: «Sei passato da un eccesso a un altro». Perché lui ora non sta mai fermo: ha tanti interessi e soprattutto si dedica come volontario all’Associazione cardio-trapiantati italiani-sezione di Roma.

«Sento di dover spendere il mio tempo per gli altri e per le persone che stanno male: soffro insieme a loro», confida. È un fiume in piena e coinvolge parenti, amici, conoscenti. I dieci anni del suo cuore nuovo vuole festeggiarli con gli altri soci dell’Acti-Roma e anche con una «piccola crociera nel Mediterraneo insieme alla mia signora. Aspettando di veder nascere un nipotino, prima o poi».

C’è un rito che Giacomino, da quel giorno di dieci anni fa, non tralascia mai: «Tutte le sere prego per il mio donatore, per i suoi cari; all’anniversario faccio dire una Messa per lui. Tutti i giorni ringrazio questa persona. E la Madonna del Divino Amore, a cui sono molto devoto: avevo la sua immagine sul petto quando sono andato in ospedale per il trapianto e mia moglie me la portava ogni giorno, quando veniva a trovarmi. Se non l’aveva nella borsa, l’avrei rimandata a casa a prenderla».

Nella foto di copertina: Giacomino festeggia i dieci anni col cuore nuovo.

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La gioia di chi ha un cuore nuovo grazie a un trapianto
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